Monaco, 17 agosto 2014
A Monaco tutto si ferma, il passato e il futuro si ritraggono lasciando il posto ad un eterno presente, un eterno hic et nunc. A Monaco tutto svanisce, i monasteri ortodossi e i minareti turchi, le donne rumene e quelle francesi. Nulla di tutto questo esiste più: a Monaco c'è solo Monaco.
Uscire dalla Hauptbhanhof (la Stazione Centrale) racchiude in sé una misteriosa duplice magia, come di uscita dal grembo materno e al tempo stesso ritorno al nido, al monte, all'essenza.
La Baviera ci accoglie bene, è una bella domenica di sole e presto capiamo che non a caso siamo capitati qui in un giorno festivo. Due delle nostre tre tappe fisse, il negozio di giocattoli e l'immensa libreria, sono chiuse (la terza, l'Hofbrauhaus, non chiude mai) e questo ci dà più tempo del solito per girare la città. Le ultime due volte a Monaco, infatti, ci hanno permesso di vedere ben poco.
Passeggiamo fino all'enorme giardino inglese, dove centinaia di famiglie trascorrono la domenica, tra gruppi di ragazzi che lanciano frisbee, gruppi multietnici che suonano musiche tribali, e persino decine di uomini di mezza età completamente nudi. Il prato è attraversato da un corso d'acqua che seguiamo fino all'estremità opposta. Qui, ai piedi di una specie di pagoda, tavoli e tavoli pieni di carne, bretzel e birra. Ne approfittiamo per bere qualcosa e dividerci un bretzel, accompagnati dalla musica suonata da un gruppo in cima alla pagoda. Tutto intorno a noi sa di vita, compreso il tavolo di tedesche ultrasettantenni accanto al nostro.
Camminando ad un metro da terra, percorriamo una via alternativa per tornare indietro, fermandoci come molti altri ad ascoltare la musica tribale. Il ritmo incalzante delle percussioni arrangiate ispira anziane e giovani bellezze al ballo più sfrenato.
Dobbiamo mangiare presto e dunque facciamo rotta verso la zona dell'Hofbrauhaus, con una piccola deviazione per Odeonsplatz. Ci imbattiamo, attraversando un parchetto, in un tempietto circolare adibito a pista ad ballo, dove coppie di ogni età si lanciano in incredibili performance danzanti. La musica, i colori e persino le acconciature ci danno in qualche modo la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, e per un po' ci lasciamo trasportare dal sogno...
Non vi è modo, né in questa né in altre lingue, di descrivere la cena che ci godiamo. Il menù, però, è sempre lo stesso: stinco di maiale, bretzel e litro di birra. Deve essere così che si nutrono gli dei. Un solo elemento di disturbo riesce, per un minuscolo istante, a rompere l'incanto ravvivando forte in noi il desiderio dello schiaffo e del pugno. Una comitiva italiana dall'accento lombardo ci si siede accanto, chiedendoci di aiutarla nella traduzione del menù dal tedesco. Aiuto che neghiamo loro categoricamente quando la bionda signora seduta vicino a Siso domanda: "C'è la cotoletta alla milanese?"
Per fortuna si spostano poco dopo, riunendosi al resto della loro degenerata compagnia.
Sfamati e contenti facciamo un giro di Monaco al chiaro di luna, ribadendo ad ogni passo la nostra ferma volontà di dedicarle nel prossimo futuro ben più che una semplice giornata.
Tornando in stazione ci fermiamo ad assistere all'esibizione di un artista di strada in grado di alternare performance canore di livello a spassose gag in lingua inglese, costituite perlopiù da insulti "razzisti" legati alle diverse nazionalità del pubblico presente.
In stazione viviamo l'ultima (dis)avventura del viaggio. Arriviamo praticamente un secondo prima che parta il nostro treno per Venezia, appena in tempo per scoprire che avremmo dovuto pagare qualche euro per riservarci il posto. I vagoni sono tutti pieni, e i controllori non fanno strappi alle regole. Di per sè non sarebbe un gran problema, se non fosse che abbiamo da giorni preso appuntamento a Venezia con Morgan che, col sistema BlaBlaCar, ci porterà a Roma in macchina.
Ecco allora che le nostre giovani menti, ormai avvezze a districarsi in simili spinose situazioni, si mettono in moto per incastrare treni, autobus, carrozze, monopattini, skilift e deltaplani di mezza Europa. Non è mangiando fettine panate che siamo cresciuti, ed ecco che tutto si sistema esattamente al posto giusto: in fondo alla notte vediamo Venezia.
Siamo arrivati alla fine anche questa volta. Abbiamo resistito due lunghi anni lontani dalle stazioni e dall'asfalto dell'Europa ed ora che tutto sta finendo sentiamo già la spinta verso la prossima partenza. E' giusto, però, lo sentiamo, tornare a casa adesso. Tornare per dare il tempo al corpo e agli occhi di assimilare le meraviglie viste, i segreti svelati, le verità apprese e anche i dubbi sorti.
Dal viaggio si torna più ricchi, in qualche misura più esperti delle cose del mondo, e soprattutto più consapevoli. Fuori dai cuscini delle nostre stanze c'è tutta una realtà in cui un bicchiere d'acqua vale più di qualunque cosa, in cui l'ultimo dei disperati diventa il primo se non l'unico a cui affidarsi, in cui la notte fa freddo anche se è agosto.
La notte...
E' lei la nostra compagna più fedele, in ogni anfratto del globo seduta ad aspettarci, dietro l'angolo o dietro la montagna. Dolce e cruda, sbronza e placida.
Ora sì, ora lo sappiamo: qualunque sia la destinazione, qualunque sia il mezzo di trasporto, qualunque somma tu abbia in tasca o sogni in testa, il viaggio è sempre diretto al termine della notte.
Visualizzazione post con etichetta Treno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Treno. Mostra tutti i post
giovedì 21 agosto 2014
Giorno 21
Etichette:
Birra,
BlaBlaCar,
bretzel,
Germania,
Hauptbhanhof,
Hofbräuhaus,
Interrail,
Monaco di Baviera,
Odeonsplatz,
Stincodemaiale,
Treno,
Venezia,
Viaggio
mercoledì 20 agosto 2014
Giorno 20
Fiume, 16 agosto 2014
Fiume è l'ultima fermata prima di arrivare a Monaco, tappa sacra dell'InterRail come già vi abbiamo raccontato. La giriamo sospinti dal vento, stanchi all'inverosimile e infreddoliti da fame e stanchezza.
La città non ci piace granché e il fatto che al mercato non ci regalino del cibo come a Spalato non migliora di certo la nostra opinione. Nemmeno il castello offre particolari emozioni e i 560 scalini che percorriamo per raggiungerlo sono di gran lunga più affascinanti del panorama che da lassù si ammira.
Il Korzo (corso), ad ogni modo, si lascia piacevolmente camminare, e le montagne alle spalle della città offrono qualche scorcio da cartolina.
Il Korzo (corso), ad ogni modo, si lascia piacevolmente camminare, e le montagne alle spalle della città offrono qualche scorcio da cartolina.
Già delusi dalla mediocrità di Fiume, diamo il colpo di grazia alla giornata contando i pochi soldi croati che ci sono rimasti.
Abbiamo un "Fondo Monaco", intoccabile, che significa stinco di maiale e litro di birra. Un secondo fondo, il "Fondo Morgan", ci servirà per il rientro a Roma.
In soldi croati abbiamo l'equivalente di una decina di euro da farci bastare, in due, per pranzo e cena. Unica luce: il boccione da 5 litri, battezzato con il nome di Voda, ormai svuotato dell'acqua distillata finita a Spalato e riempito ad una (stavolta affidabile) fontanella. Se non altro, sembra che anche oggi non saremo tentati di entrare nelle chiese per dissetarci con l'acqua santa.
Passiamo il pomeriggio a pensare come sfruttare al meglio il denaro rimasto, rimproverandoci gli inutili vezzi dei giorni precedenti. All'improvviso Fiume si trasforma in Christiania di Knut Hamsun, l'Oslo del capolavoro "Fame", e il tempo sembra dilatarsi all'inverosimile mentre sentiamo lo stomaco contorcersi al ritmo incessante di gorgoglii imploranti.
Passiamo il pomeriggio a pensare come sfruttare al meglio il denaro rimasto, rimproverandoci gli inutili vezzi dei giorni precedenti. All'improvviso Fiume si trasforma in Christiania di Knut Hamsun, l'Oslo del capolavoro "Fame", e il tempo sembra dilatarsi all'inverosimile mentre sentiamo lo stomaco contorcersi al ritmo incessante di gorgoglii imploranti.
Sul far della sera, un Siso un po' John Nash e un po' Cristo riesce ad incastrare le poche monete rimaste in una cena miracolosa che ci rimette al mondo.
Siamo pronti e carichi per la notte che, secondo le nostre fonti, passerà per intero su un curioso treno che da Fiume arriva fino a Monaco. C'è fonte e fonte, però, e la nostra non si rivela così affidabile.
Dopo poche ore di viaggio ci fanno scendere dal treno: siamo in Austria. Davanti a noi, sul binario più vicino, sul fianco di un treno leggiamo la scritta "Munchen Hbf". La seguiamo simili a mosche in picchiata su una lampadina e, come tali, ci schiantiamo. Non sul vetro, ma su una schiera di mini-austriaci pelati dalla faccia cattiva che sentenziano con un sorriso beffardo. "No reservation, no place!"
Facciamo i conti con la realtà, pronti ad attraversare lo stesso inferno pur di arrivare in Baviera. Ci rendiamo conto di essere a Villach, la città di Lena e Selina, e non possiamo fare a meno di notare che il Karma, se esiste, ha un fottuto senso dell'umorismo. Insieme ad una piuttosto ampia compagnia di sbandati come noi, ci troviamo a cercare di prendere sonno con la testa sugli zaini e la schiena sul pavimento della stazione.
Nota per i lettori: in Austria, di notte, anche ad agosto fa un freddo porco.
Il nostro treno parte alle 7, ma alle 5 siamo già, o ancora, in piedi (in particolare Andrea, svegliato di colpo da un incubo: "Siso mortacci tua, ho sognato che mi perdevi lo zaino!").
Al piano di sotto della stazione, una specie di pub fa orario continuato. Fa caldo, servono birra, e c'è un tavolo pieno di squinzie: non sedersi sarebbe da sciocchi.
Facciamo colazione con birra e patatine mentre, sopra di noi, il cielo comincia a schiarirsi e il sole fa la sua comparsa sopra le montagne, puntuale come sempre, puntuale come il treno per Monaco.
Etichette:
Austria,
Croazia,
Fame,
Fiume,
Hamsun,
Interrail,
Mini austriaci,
Monaco di Baviera,
Munchen,
Treno,
Viaggio,
Villach,
Voda
domenica 17 agosto 2014
Giorno 18
Ljubljana-Zagabria, 14 agosto 2014
Il risveglio non è certo dei più facili. Il telefono suona alle 6, con buona pace dei nostri compagni di camerata (altri due oltre a Massimo). Raccattiamo le nostre cose alla debole luce che filtra dalla finestra. Non fiatiamo, e da sottofondo ci fa il rumore incessante e minaccioso della pioggia. Aprendo la porta svegliamo Massimo, che ci saluta augurandoci buona fortuna e buon viaggio. Ci tuffiamo (è il caso di dirlo) in strada senza troppe esitazioni, le gambe sono ancora addormentate e gli zaini sembrano pesare il doppio del solito. Facciamo una breve deviazione alla piazza del mercato, dove compriamo un litro di latte fresco da un fantastico distributore automatico. Sorseggiando la nostra colazione percorriamo a ritroso la lunga via che unisce la stazione al centro. Incredibilmente puntuali, ci ripariamo dalla pioggia sulla banchina del binario 6. Dal freddo, invece, non c'è riparo, e quando scopriamo che il nostro treno tarderà di cinquantacinque minuti, pensiamo bene di andare a rintanarci nella stazione vera e propria. È così bello che ci addormentiamo ma, dimostrando ancora una volta una precisione sovrumana, ci svegliamo in tempo per il nostro treno. La puntualità, peró, si rivela una volta per tutte essere roba da stupidi. Il nostro treno ha recuperato qualche minuto sul ritardo ed è già partito. In un certo senso non siamo noi ad aver perso lui, ma lui ad aver perso noi. Il percorso alternativo che siamo costretti a fare è più lento, più scomodo e più complicato, ma c'è e tanto ci basta.
A Zagabria fa freddo, ma almeno non piove. Attraversiamo il centro in lungo e in largo, dalla Cattedrale dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, ricostruita dopo il terremoto del 1880, alla chiesa di San Marco, con il particolare tetto di mattonelle colorate. Per puro caso ci imbattiamo in un pub meraviglioso, la Tolkien's House, ispirato in tutto e per tutto alle opere del genio inglese. Il freddo e i problemi intestinali che da Istanbul non ci hanno più lasciato, ci sconsigliano di prendere birre, portandoci a preferire bevande calde, che ci infuocano la gola e il petto di rinnovata energia e profonda fede. La città non è grandissima, ma comunque ci riempie la giornata. Dopo una rapida cena siamo di nuovo in treno. Ad attenderci, a sud, c'è Spalato.
Il risveglio non è certo dei più facili. Il telefono suona alle 6, con buona pace dei nostri compagni di camerata (altri due oltre a Massimo). Raccattiamo le nostre cose alla debole luce che filtra dalla finestra. Non fiatiamo, e da sottofondo ci fa il rumore incessante e minaccioso della pioggia. Aprendo la porta svegliamo Massimo, che ci saluta augurandoci buona fortuna e buon viaggio. Ci tuffiamo (è il caso di dirlo) in strada senza troppe esitazioni, le gambe sono ancora addormentate e gli zaini sembrano pesare il doppio del solito. Facciamo una breve deviazione alla piazza del mercato, dove compriamo un litro di latte fresco da un fantastico distributore automatico. Sorseggiando la nostra colazione percorriamo a ritroso la lunga via che unisce la stazione al centro. Incredibilmente puntuali, ci ripariamo dalla pioggia sulla banchina del binario 6. Dal freddo, invece, non c'è riparo, e quando scopriamo che il nostro treno tarderà di cinquantacinque minuti, pensiamo bene di andare a rintanarci nella stazione vera e propria. È così bello che ci addormentiamo ma, dimostrando ancora una volta una precisione sovrumana, ci svegliamo in tempo per il nostro treno. La puntualità, peró, si rivela una volta per tutte essere roba da stupidi. Il nostro treno ha recuperato qualche minuto sul ritardo ed è già partito. In un certo senso non siamo noi ad aver perso lui, ma lui ad aver perso noi. Il percorso alternativo che siamo costretti a fare è più lento, più scomodo e più complicato, ma c'è e tanto ci basta.
A Zagabria fa freddo, ma almeno non piove. Attraversiamo il centro in lungo e in largo, dalla Cattedrale dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, ricostruita dopo il terremoto del 1880, alla chiesa di San Marco, con il particolare tetto di mattonelle colorate. Per puro caso ci imbattiamo in un pub meraviglioso, la Tolkien's House, ispirato in tutto e per tutto alle opere del genio inglese. Il freddo e i problemi intestinali che da Istanbul non ci hanno più lasciato, ci sconsigliano di prendere birre, portandoci a preferire bevande calde, che ci infuocano la gola e il petto di rinnovata energia e profonda fede. La città non è grandissima, ma comunque ci riempie la giornata. Dopo una rapida cena siamo di nuovo in treno. Ad attenderci, a sud, c'è Spalato.
Giorno 17
Ljubljana, 13 agosto 2014
Il giorno 17 comincia molto prima del previsto, ma forse sarebbe meglio dire che il giorno 16 è finito molto più tardi di quanto legittimamente prevedibile. Non riusciamo a deciderci, fatto sta che tutto precipita in meno di un'ora. Sul primo dei due treni che avrebbero dovuto portarci a Ljubljana, siamo nello scomparto a 6 posti con due biondine, che Casty tenta subito di uccidere nel goffo tentativo di riporre lo zaino sulla cappelliera sopra le loro teste. Passano la prima parte del viaggio a fare test di simulazione per l'esame della patente, e da ciò ne deduciamo la giovanissima età. Il controllore, un giovane austriaco che avevamo già inquadrato come stronzo dopo un breve quanto scortese colloquio con Siso, riscontra nei loro biglietti un qualche problema. Le ragazze ci spiegano di avere una specie di pass che, a quanto pare, non vale per il treno su cui sono appena salite. Per questo, l'infame controllore le costringe a scendere alla prima fermata, Linz, obbligandole a passare lì la notte, in attesa del primo treno utile per Villach, la loro città. In una manciata di secondi, secoli e millenni di cavalleria si concentrano in quei pochi metri quadri diretti a Salisburgo. Diciamo alle ragazze che, per non lasciarle sole, possiamo aspettare con loro. Ringraziandoci abbozzano un rifiuto, ma quando scopriamo la loro età (16 e 18 anni), Andrea rompe gli indugi imbracciando lo zaino. Comincia la nostra avventura notturna a Linz. Le nostre nuove amiche si chiamano Lena e Selina e, appena scese dal treno, ammettono di essere contente di non dover stare da sole. In un primo momento percorriamo le buie strade della cittadina austriaca alla ricerca di un posto aperto. È tardi, peró, e la camminata ci è utile solo a sgranchirci le gambe e conoscerci meglio. Le solite cose: studiare? Lavorate? Avete figli? (Ce l'hanno chiesto per davvero!) Poi tocca a noi: studiate? Siete mai state in Italia? Sapevate che Linz era la città preferita di Hitler? (l'ultima domanda è venuta, manco a dirlo, da Andrea). Torniamo in stazione sotto una leggera pioggia e ci sediamo ad aspettare l'alba. Ci scambiamo curiosità ed esperienze, oltre che qualche parola delle rispettive lingue. Trasmettiamo loro vocaboli fondamentali per la comunicazione in italiano: "pazzoide", "t'ammazzo", "stai alla frutta". Ci parlano di Kierchtag, l'oktoberfest austriaca, che si tiene nella loro città, e ci strappano la promessa di farci trovare lì l'anno prossimo. La notte scorre tutto sommato in fretta, allietata anche da una matta locale talmente fuori di testa da spogliarsi completamente a pochi metri da noi. Belle cose, signori. Facciamo con loro anche una porzione di viaggio in treno prima di salutarle definitivamente. Il nostro viaggio prosegue verso Ljubljana senza intoppi, a parte una poderosa fame. La capitale slovena è la città della separazione. Da qui la strada di Casty prenderà una differente direzione, per portarlo a Roma entro il 15 di agosto. Non vi è traccia, però, di viltà e arrendevolezza nella scelta del buon Castinini, così soprannominato nella notte da Selina, ma solo l'esigenza di ottemperare a precisi doveri familiari. Abbiamo tempo, prima di salutarci, di vedere insieme la città in cui, invece, Siso e Andrea trascorreranno l'ultima notte su un letto; il prossimo cuscino sarà a Roma. Ljubljana è una capitale, ma restiamo sorpresi dalle sue ridottissime dimensioni, come già ci era successo a Bucarest. In un'oretta abbiamo girato tutto il centro, dal triplo ponte all'università, dalle chiese al parco curiosamente chiamato Tivoli. La pioggia e le nostre scarse risorse economiche ci impediscono la gita al castello, e ripieghiamo in un minimarket. Nell'ostello, infatti, c'è la cucina, e né Andrea né Siso vogliono perdere una possibilità del genere. Dopo la spesa salutiamo Casty, che se ne va percorrendo un ponte decorato con terrificanti statue di draghi. La lancia di San Giorgio ti protegga, Castinini.
La cena è resa ancor più deliziosa dal continuo transitare di giovani francesine sorridenti. Liberiamo loro la cucina dopo una delle cene più belle della nostra vita. Saliamo nella sala comune, dov'è altre Francesi della stessa comitiva attendono pazienti che le amiche cucinino. Giochiamo a scacchi e proviamo a cimentarci con il domino. Fuori diluvia tanto da scoraggiare le ragazze d'oltralpe, che rinunciano ad uscire. In compenso, conosciamo Massimo. È di Roma, in viaggio in moto per la Slovenia, e, alla faccia della Francia, andiamo a bere una birra con lui in un pub poco lontano dall'ostello. Massimo è più grande di noi, di età e di spirito, e ci facciamo trascinare dal racconto dei suoi viaggi in India, lasciando che la fredda birra slovena ci scivoli in corpo. Anche lui ha un blog e ci scambiamo i contatti. La serata è così bella che farla finire dopo due birre ci sembra una grave offesa al Dio dei viaggi. Per questo, tornati in ostello, ci cuciniamo in piena notte un'ottima pasta (burro, pepe, curry e si vola). Il registro della conversazione si abbassa, ma il tono di voce si alza, nonostante l'ora tarda. Ridiamo e scherziamo con la notte slovena e, dopo aver lavato i piatti, la serata finisce su un letto, l'ultimo del viaggio, che è anche il più comodo mai trovato. In due notti ecco tutto il mistero e tutta l'essenza del viaggio. Con Massimo, del resto, abbiamo brindato ai viaggi futuri, che è un po' come brindare a noi, ma di più.
Il giorno 17 comincia molto prima del previsto, ma forse sarebbe meglio dire che il giorno 16 è finito molto più tardi di quanto legittimamente prevedibile. Non riusciamo a deciderci, fatto sta che tutto precipita in meno di un'ora. Sul primo dei due treni che avrebbero dovuto portarci a Ljubljana, siamo nello scomparto a 6 posti con due biondine, che Casty tenta subito di uccidere nel goffo tentativo di riporre lo zaino sulla cappelliera sopra le loro teste. Passano la prima parte del viaggio a fare test di simulazione per l'esame della patente, e da ciò ne deduciamo la giovanissima età. Il controllore, un giovane austriaco che avevamo già inquadrato come stronzo dopo un breve quanto scortese colloquio con Siso, riscontra nei loro biglietti un qualche problema. Le ragazze ci spiegano di avere una specie di pass che, a quanto pare, non vale per il treno su cui sono appena salite. Per questo, l'infame controllore le costringe a scendere alla prima fermata, Linz, obbligandole a passare lì la notte, in attesa del primo treno utile per Villach, la loro città. In una manciata di secondi, secoli e millenni di cavalleria si concentrano in quei pochi metri quadri diretti a Salisburgo. Diciamo alle ragazze che, per non lasciarle sole, possiamo aspettare con loro. Ringraziandoci abbozzano un rifiuto, ma quando scopriamo la loro età (16 e 18 anni), Andrea rompe gli indugi imbracciando lo zaino. Comincia la nostra avventura notturna a Linz. Le nostre nuove amiche si chiamano Lena e Selina e, appena scese dal treno, ammettono di essere contente di non dover stare da sole. In un primo momento percorriamo le buie strade della cittadina austriaca alla ricerca di un posto aperto. È tardi, peró, e la camminata ci è utile solo a sgranchirci le gambe e conoscerci meglio. Le solite cose: studiare? Lavorate? Avete figli? (Ce l'hanno chiesto per davvero!) Poi tocca a noi: studiate? Siete mai state in Italia? Sapevate che Linz era la città preferita di Hitler? (l'ultima domanda è venuta, manco a dirlo, da Andrea). Torniamo in stazione sotto una leggera pioggia e ci sediamo ad aspettare l'alba. Ci scambiamo curiosità ed esperienze, oltre che qualche parola delle rispettive lingue. Trasmettiamo loro vocaboli fondamentali per la comunicazione in italiano: "pazzoide", "t'ammazzo", "stai alla frutta". Ci parlano di Kierchtag, l'oktoberfest austriaca, che si tiene nella loro città, e ci strappano la promessa di farci trovare lì l'anno prossimo. La notte scorre tutto sommato in fretta, allietata anche da una matta locale talmente fuori di testa da spogliarsi completamente a pochi metri da noi. Belle cose, signori. Facciamo con loro anche una porzione di viaggio in treno prima di salutarle definitivamente. Il nostro viaggio prosegue verso Ljubljana senza intoppi, a parte una poderosa fame. La capitale slovena è la città della separazione. Da qui la strada di Casty prenderà una differente direzione, per portarlo a Roma entro il 15 di agosto. Non vi è traccia, però, di viltà e arrendevolezza nella scelta del buon Castinini, così soprannominato nella notte da Selina, ma solo l'esigenza di ottemperare a precisi doveri familiari. Abbiamo tempo, prima di salutarci, di vedere insieme la città in cui, invece, Siso e Andrea trascorreranno l'ultima notte su un letto; il prossimo cuscino sarà a Roma. Ljubljana è una capitale, ma restiamo sorpresi dalle sue ridottissime dimensioni, come già ci era successo a Bucarest. In un'oretta abbiamo girato tutto il centro, dal triplo ponte all'università, dalle chiese al parco curiosamente chiamato Tivoli. La pioggia e le nostre scarse risorse economiche ci impediscono la gita al castello, e ripieghiamo in un minimarket. Nell'ostello, infatti, c'è la cucina, e né Andrea né Siso vogliono perdere una possibilità del genere. Dopo la spesa salutiamo Casty, che se ne va percorrendo un ponte decorato con terrificanti statue di draghi. La lancia di San Giorgio ti protegga, Castinini.
La cena è resa ancor più deliziosa dal continuo transitare di giovani francesine sorridenti. Liberiamo loro la cucina dopo una delle cene più belle della nostra vita. Saliamo nella sala comune, dov'è altre Francesi della stessa comitiva attendono pazienti che le amiche cucinino. Giochiamo a scacchi e proviamo a cimentarci con il domino. Fuori diluvia tanto da scoraggiare le ragazze d'oltralpe, che rinunciano ad uscire. In compenso, conosciamo Massimo. È di Roma, in viaggio in moto per la Slovenia, e, alla faccia della Francia, andiamo a bere una birra con lui in un pub poco lontano dall'ostello. Massimo è più grande di noi, di età e di spirito, e ci facciamo trascinare dal racconto dei suoi viaggi in India, lasciando che la fredda birra slovena ci scivoli in corpo. Anche lui ha un blog e ci scambiamo i contatti. La serata è così bella che farla finire dopo due birre ci sembra una grave offesa al Dio dei viaggi. Per questo, tornati in ostello, ci cuciniamo in piena notte un'ottima pasta (burro, pepe, curry e si vola). Il registro della conversazione si abbassa, ma il tono di voce si alza, nonostante l'ora tarda. Ridiamo e scherziamo con la notte slovena e, dopo aver lavato i piatti, la serata finisce su un letto, l'ultimo del viaggio, che è anche il più comodo mai trovato. In due notti ecco tutto il mistero e tutta l'essenza del viaggio. Con Massimo, del resto, abbiamo brindato ai viaggi futuri, che è un po' come brindare a noi, ma di più.
Giorno 16
Vienna, 12 agosto 2014
Il nostro primo "ostello-mobile" parte per Monaco poco dopo la mezzanotte. Da quando il primo InterRail ci portò lì quasi per caso, la città bavarese si è trasformata nella nostra Mecca, la nostra unica tappa fissa: una casa al centro d'Europa. Anche durante questo InterRail verrà il suo tempo, ma non è questo il tempo. Non ci fermeremo che per una manciata di minuti, utili giusto a cambiare binario e far di nuovo rotta verso Vienna.
Le poltrone sono comode e condividiamo i posti con due ragazze spaventosamente silenziose. La notte si prospetta dolce e tutto, giunti quasi a destinazione, sembrava andare per il verso giusto. Sembrava...I cieli bavaresi, infatti, stavano per giocarci un brutto scherzo. Viviamo una bizzarra disavventura con la polizia locale che non stenteremmo a definire grottesca, se non fosse stata accompagnata da una serie di gratuiti insulti all'Italia, rivolti in particolare al sud. Gli rispondiamo come possiamo prima di salire sul treno in partenza per Vienna portando con noi, oltre agli zaini, una pesante carica di nervosismo, tremando di impotente rabbia. Rabbia rivolta non alla nostra amata città tedesca, bensì alle sue arroganti autorità di polizia (che peraltro fanno vacanze in Italia e vanno matte per il prosciutto di Parma).
Neanche a dirlo, sul nuovo treno dormiamo quasi niente, ma la conversazione ci rasserena gli animi, permettendoci di tornare nella capitale austriaca col sorriso. La "drittata", quindi, puó dirsi riuscita.
La sosta a Vienna è perlopiù dovuta all'esposizione, al Kunsthistorisches Museum, di una mostra dedicata ai "Padri d'Europa" Augusto e Carlo Magno.
Con gli zaini in spalla ed una leggera pioggia sulla testa, ci dirigiamo verso quella che crediamo essere la nostra meta. Ci accorgiamo di aver completamente cambiato direzione solo una volta arrivati a destinazione. Siamo al "Belvedere", dove sono esposte molte opere di Klimt, tra cui il celebre "Bacio". Valutiamo la possibilità di visitare la galleria, ma il prezzo esorbitante scoraggia presto la nostra curiosità artistica. Poi dal nulla la sorpresa. Una ragazza ci si avvicina porgendoci un paio di biglietti. Parla un inglese stentato e Andrea ne intuisce subito l'italianità (del resto, finora, avremo visto al massimo un paio di austriaci). Ci spiega che a lei e al suo ragazzo, all'entrata, non hanno strappato i biglietti e quindi voleva regalarli. Chi te ce manda...La ringraziamo ricordando la volta in cui, tre anni fa, regalammo ad un italiano un biglietto per la visita al Bernabeu che, consegnatoci per errore, ci avanzava. Casty entra a pagare col nostro fondo comune il terzo biglietto, ed ecco qua che il nostro castello crolla miseramente. Il biglietto appena acquistato ci sbatte in faccia la cruda realtà. Come possiamo aver creduto, anche solo per un momento, che un austriaco pagato per strappare biglietti potesse essersi scordato di strapparne ben due? È tutto molto triste, ma almeno riusciamo a farci rimborsare il biglietto pagato.
La pioggia aumenta, ma ci incamminiamo verso il museo che cercavamo in origine. Attraversiamo una lunga strada, e poi un'altra ancora che ci porta davanti all'Opera di Vienna. Facendo lo slalom tra butta-dentro vestiti all'ottocentesca, ci accorgiamo che per terra è riprodotta una vera e propria Walk of Fame di compositori. E' così che, romanticamente, ci troviamo a mangiare wurstel seduti tra Mahler e Strauss.
Saliamo ancora sul lungo viale finchè alla nostra sinistra non compare l'imponente complesso museale che stavamo cercando. La mostra sui Padri d'Europa è una parte molto ristretta delle cose che vediamo, dai quadri di Arcimboldo agli antichi orologi barocchi, da mummie egizie a ritratti degli imperatori austro-ungarici. Tuttavia, la stanza dedicata ad Augusto e Carlo Magno, con i suoi pochi ma incredibili oggetti (in particolare la Gemma Augustea), ci ha più di tutte le altre sale trasmesso uno strano senso di magnificenza, rispetto e grandezza. Non sappiamo dire quanto tempo abbiamo trascorso tra le sale del Kunsthistorisches Museum, ma uscendo abbiamo trovato lo stesso cielo plumbeo che ci aveva accompagnati fino all'ingresso.
Prima di tornare in stazione ci fermiamo in una pasticceria italiana dove Casty e Siso prendono la Sacher, mentre Andrea verte sul più classico dei gelati.
Arriviamo alla stazione appena in tempo per scampare ad un violento acquazzone. Andrea e Siso si concedono una cena nostalgica mangiando la stessa pasta finto-italiana provata nel viaggio di ritorno del secondo InterRail.
Ricarichiamo cellulari ed energie dopo una giornata più stancante di quanto si possa immaginare leggendo queste poche righe.
Il treno per Ljubljana parte puntuale, del resto siamo in Austria e nessuno sul lavoro cede alla negligenza: nè gli imbianchini, nè gli strappabiglietti, nè gli impiegati delle ferrovie.
Il nostro primo "ostello-mobile" parte per Monaco poco dopo la mezzanotte. Da quando il primo InterRail ci portò lì quasi per caso, la città bavarese si è trasformata nella nostra Mecca, la nostra unica tappa fissa: una casa al centro d'Europa. Anche durante questo InterRail verrà il suo tempo, ma non è questo il tempo. Non ci fermeremo che per una manciata di minuti, utili giusto a cambiare binario e far di nuovo rotta verso Vienna.
Le poltrone sono comode e condividiamo i posti con due ragazze spaventosamente silenziose. La notte si prospetta dolce e tutto, giunti quasi a destinazione, sembrava andare per il verso giusto. Sembrava...I cieli bavaresi, infatti, stavano per giocarci un brutto scherzo. Viviamo una bizzarra disavventura con la polizia locale che non stenteremmo a definire grottesca, se non fosse stata accompagnata da una serie di gratuiti insulti all'Italia, rivolti in particolare al sud. Gli rispondiamo come possiamo prima di salire sul treno in partenza per Vienna portando con noi, oltre agli zaini, una pesante carica di nervosismo, tremando di impotente rabbia. Rabbia rivolta non alla nostra amata città tedesca, bensì alle sue arroganti autorità di polizia (che peraltro fanno vacanze in Italia e vanno matte per il prosciutto di Parma).
Neanche a dirlo, sul nuovo treno dormiamo quasi niente, ma la conversazione ci rasserena gli animi, permettendoci di tornare nella capitale austriaca col sorriso. La "drittata", quindi, puó dirsi riuscita.
La sosta a Vienna è perlopiù dovuta all'esposizione, al Kunsthistorisches Museum, di una mostra dedicata ai "Padri d'Europa" Augusto e Carlo Magno.
Con gli zaini in spalla ed una leggera pioggia sulla testa, ci dirigiamo verso quella che crediamo essere la nostra meta. Ci accorgiamo di aver completamente cambiato direzione solo una volta arrivati a destinazione. Siamo al "Belvedere", dove sono esposte molte opere di Klimt, tra cui il celebre "Bacio". Valutiamo la possibilità di visitare la galleria, ma il prezzo esorbitante scoraggia presto la nostra curiosità artistica. Poi dal nulla la sorpresa. Una ragazza ci si avvicina porgendoci un paio di biglietti. Parla un inglese stentato e Andrea ne intuisce subito l'italianità (del resto, finora, avremo visto al massimo un paio di austriaci). Ci spiega che a lei e al suo ragazzo, all'entrata, non hanno strappato i biglietti e quindi voleva regalarli. Chi te ce manda...La ringraziamo ricordando la volta in cui, tre anni fa, regalammo ad un italiano un biglietto per la visita al Bernabeu che, consegnatoci per errore, ci avanzava. Casty entra a pagare col nostro fondo comune il terzo biglietto, ed ecco qua che il nostro castello crolla miseramente. Il biglietto appena acquistato ci sbatte in faccia la cruda realtà. Come possiamo aver creduto, anche solo per un momento, che un austriaco pagato per strappare biglietti potesse essersi scordato di strapparne ben due? È tutto molto triste, ma almeno riusciamo a farci rimborsare il biglietto pagato.
La pioggia aumenta, ma ci incamminiamo verso il museo che cercavamo in origine. Attraversiamo una lunga strada, e poi un'altra ancora che ci porta davanti all'Opera di Vienna. Facendo lo slalom tra butta-dentro vestiti all'ottocentesca, ci accorgiamo che per terra è riprodotta una vera e propria Walk of Fame di compositori. E' così che, romanticamente, ci troviamo a mangiare wurstel seduti tra Mahler e Strauss.
Saliamo ancora sul lungo viale finchè alla nostra sinistra non compare l'imponente complesso museale che stavamo cercando. La mostra sui Padri d'Europa è una parte molto ristretta delle cose che vediamo, dai quadri di Arcimboldo agli antichi orologi barocchi, da mummie egizie a ritratti degli imperatori austro-ungarici. Tuttavia, la stanza dedicata ad Augusto e Carlo Magno, con i suoi pochi ma incredibili oggetti (in particolare la Gemma Augustea), ci ha più di tutte le altre sale trasmesso uno strano senso di magnificenza, rispetto e grandezza. Non sappiamo dire quanto tempo abbiamo trascorso tra le sale del Kunsthistorisches Museum, ma uscendo abbiamo trovato lo stesso cielo plumbeo che ci aveva accompagnati fino all'ingresso.
Prima di tornare in stazione ci fermiamo in una pasticceria italiana dove Casty e Siso prendono la Sacher, mentre Andrea verte sul più classico dei gelati.
Arriviamo alla stazione appena in tempo per scampare ad un violento acquazzone. Andrea e Siso si concedono una cena nostalgica mangiando la stessa pasta finto-italiana provata nel viaggio di ritorno del secondo InterRail.
Ricarichiamo cellulari ed energie dopo una giornata più stancante di quanto si possa immaginare leggendo queste poche righe.
Il treno per Ljubljana parte puntuale, del resto siamo in Austria e nessuno sul lavoro cede alla negligenza: nè gli imbianchini, nè gli strappabiglietti, nè gli impiegati delle ferrovie.
Etichette:
Augusto,
Austria,
Carlo Magno,
Controllore,
Germania,
Interrail,
Ljubljiana,
Monaco di Baviera,
Museo,
Padri d'Europa,
Slovenia,
Treno,
Vienna
martedì 12 agosto 2014
Giorno 15
Budapest-Vienna, 11 agosto 2014
Dopo tre notti passate a zonzo sui treni d'Europa, il letto dello Judit Apartment farebbe impallidire perfino Giorgio Mastrota; tutte le sue certezze in fatto di comodità crollerebbero all'istante di fronte a un sì soave giaciglio. Prima di addormentarci la questione sveglia non è stata nemmeno sfiorata e al mattino dire che ce la prendiamo comoda è un eufemismo. Ogni minuto di sonno è prezioso, ma minuto dopo minuto è un attimo che si fanno le 10, fatidica ora del checkout. L'addetta alle pulizie, con fare deciso ma educato, ci fa notare l'ora e noi ci affrettiamo a lasciare la stanza, decisi a portare a termine il giro della città che la sera prima avevamo programmato. Depositati gli zaini nella locker room dell'ostello ci incamminiamo, con le spalle scariche e il passo svelto, verso la colazione. Andrea e Siso prendono un saccottino dal ripieno ignoto che si rivelerà poi, per la gioia del primo e la perplessità del secondo, contenere uvetta, mentre Casty opta per una torta, il tutto consumato sulle panchine del parchetto lì di fianco. Non abbiamo tutta la giornata, quindi non ci fermiamo troppo a goderci il tiepido sole del mattino, ma ci dirigiamo subito verso il Castello. Attraversiamo ancora il Ponte delle Catene e ci troviamo nella piazzetta da cui parte la funicolare per il castello. Non sono né la fila disumana, né il caldo o il prezzo del biglietto a non farci prendere minimamente in considerazione l'opzione funicolare, ma lo spirito stesso d'avventura e sacrificio che ci spinge a percorrere la nemmeno troppo faticosa salita. Arrivati in cima l'atmosfera è surreale: rivolti al panorama Danubio-città, alle nostre spalle un coro polacco in trasferta comincia ad intonare dei meravigliosi canti verosimilmente di chiesa intrattenendo noi e tutti i turisti presenti. Ci godiamo lo spettacolo a sorpresa, non solo uditivo a guardar bene alcune giovani coriste, ma presto un getto di acqua gelida di ricorda la meschinità dell'esistenza. La ricca esposizione di quadri ospitata dal castello è chiusa ai visitatori il lunedì. E' un peccato, ma fa parte del gioco. La passeggiata prosegue sotto il sole sempre più alto e caldo. Adesso la destinazione è l'ostello, dove andiamo a recuperare gli zaini prima di tornare in stazione e pranzare in attesa del nostro treno. Proprio in ostello mettiamo le mani su una serie di buoni validi per il Burger King che sembrano mandatici dal cielo. Anche stavolta, però, il dio dell'InterRail decide di colpirci, punendo con ogni probabilità la nostra ingordigia. Fraintendiamo il contenuto degli sconti e ci troviamo in un lampo con una valanga di cibo spazzatura e una ventina di euro in meno. Se questa è una sfida, allora vogliamo vincerla: il primo che smarrisce il sorriso ha perso! I minuti passano e il nostro treno è ancora un fantasma. Una incomprensibile scritta campeggia nel tabellone accanto all'orario di partenza. "Cancellato". C'è scritto "cancellato". Cambiamo programma, allora, non rassegnandoci all'avverso fato. Eliminiamo il giro a Bratislava dai nostri programmi e mettiamo Vienna nel mirino. E chi ci ferma adesso? Nessuno, nemmeno il caldo infernale del primo treno su cui saliamo. A Vienna prevediamo di passare la notte a spasso e, a darci il benvenuto chi altri poteva esserci se non Giove Pluvio in vena di scherzi? Esatto, piove e fa freddo. E per chi non si fosse mai trovato nella situazione adatta a scoprirlo, le stazioni, almeno in questa parte del mondo, a una certa ora chiudono. E' solo grazie all'ingegno di Siso e all'efficienza delle ferrovie austro-tedesche, però, che beffiamo anche il vecchio Giove Pluvio. L'idea è questa: passare la notte prendendo un treno di 5 ore fino a Monaco di Baviera e poi immediatamente un altro da lì a Vienna per un totale di 10 ore circa rubate all'asfalto e alla pioggia. Tutto chiaro, cosa potrebbe mai andare storto?
Dopo tre notti passate a zonzo sui treni d'Europa, il letto dello Judit Apartment farebbe impallidire perfino Giorgio Mastrota; tutte le sue certezze in fatto di comodità crollerebbero all'istante di fronte a un sì soave giaciglio. Prima di addormentarci la questione sveglia non è stata nemmeno sfiorata e al mattino dire che ce la prendiamo comoda è un eufemismo. Ogni minuto di sonno è prezioso, ma minuto dopo minuto è un attimo che si fanno le 10, fatidica ora del checkout. L'addetta alle pulizie, con fare deciso ma educato, ci fa notare l'ora e noi ci affrettiamo a lasciare la stanza, decisi a portare a termine il giro della città che la sera prima avevamo programmato. Depositati gli zaini nella locker room dell'ostello ci incamminiamo, con le spalle scariche e il passo svelto, verso la colazione. Andrea e Siso prendono un saccottino dal ripieno ignoto che si rivelerà poi, per la gioia del primo e la perplessità del secondo, contenere uvetta, mentre Casty opta per una torta, il tutto consumato sulle panchine del parchetto lì di fianco. Non abbiamo tutta la giornata, quindi non ci fermiamo troppo a goderci il tiepido sole del mattino, ma ci dirigiamo subito verso il Castello. Attraversiamo ancora il Ponte delle Catene e ci troviamo nella piazzetta da cui parte la funicolare per il castello. Non sono né la fila disumana, né il caldo o il prezzo del biglietto a non farci prendere minimamente in considerazione l'opzione funicolare, ma lo spirito stesso d'avventura e sacrificio che ci spinge a percorrere la nemmeno troppo faticosa salita. Arrivati in cima l'atmosfera è surreale: rivolti al panorama Danubio-città, alle nostre spalle un coro polacco in trasferta comincia ad intonare dei meravigliosi canti verosimilmente di chiesa intrattenendo noi e tutti i turisti presenti. Ci godiamo lo spettacolo a sorpresa, non solo uditivo a guardar bene alcune giovani coriste, ma presto un getto di acqua gelida di ricorda la meschinità dell'esistenza. La ricca esposizione di quadri ospitata dal castello è chiusa ai visitatori il lunedì. E' un peccato, ma fa parte del gioco. La passeggiata prosegue sotto il sole sempre più alto e caldo. Adesso la destinazione è l'ostello, dove andiamo a recuperare gli zaini prima di tornare in stazione e pranzare in attesa del nostro treno. Proprio in ostello mettiamo le mani su una serie di buoni validi per il Burger King che sembrano mandatici dal cielo. Anche stavolta, però, il dio dell'InterRail decide di colpirci, punendo con ogni probabilità la nostra ingordigia. Fraintendiamo il contenuto degli sconti e ci troviamo in un lampo con una valanga di cibo spazzatura e una ventina di euro in meno. Se questa è una sfida, allora vogliamo vincerla: il primo che smarrisce il sorriso ha perso! I minuti passano e il nostro treno è ancora un fantasma. Una incomprensibile scritta campeggia nel tabellone accanto all'orario di partenza. "Cancellato". C'è scritto "cancellato". Cambiamo programma, allora, non rassegnandoci all'avverso fato. Eliminiamo il giro a Bratislava dai nostri programmi e mettiamo Vienna nel mirino. E chi ci ferma adesso? Nessuno, nemmeno il caldo infernale del primo treno su cui saliamo. A Vienna prevediamo di passare la notte a spasso e, a darci il benvenuto chi altri poteva esserci se non Giove Pluvio in vena di scherzi? Esatto, piove e fa freddo. E per chi non si fosse mai trovato nella situazione adatta a scoprirlo, le stazioni, almeno in questa parte del mondo, a una certa ora chiudono. E' solo grazie all'ingegno di Siso e all'efficienza delle ferrovie austro-tedesche, però, che beffiamo anche il vecchio Giove Pluvio. L'idea è questa: passare la notte prendendo un treno di 5 ore fino a Monaco di Baviera e poi immediatamente un altro da lì a Vienna per un totale di 10 ore circa rubate all'asfalto e alla pioggia. Tutto chiaro, cosa potrebbe mai andare storto?
lunedì 11 agosto 2014
Giorno 12
Sibiu, 8 agosto 2014
Il viaggio in treno che dalla capitale rumena ci porta a
Sibiu non merita particolari menzioni, eccezion fatta per la singolare scomodità
dei posti a sedere, apparentemente pensati più per tenere vigili i passeggeri che
per farli addormentare, caratteristica non delle migliori per un treno notturno.
Ci “svegliamo” quindi a Sibiu, città dalla grande storia nel cuore della
Transilvania. Le distanze sono irrisorie e in pochi passi dalla stazione,
seppur con gli zaini in spalla, ci troviamo in pieno centro storico, nella
Piazza Grande, ancora semideserta nel giorno appena nato. Qui ci buttiamo sulle
panchine e aspettiamo che la stanchezza della notte ci scivoli via. La piazza,
come tutta la città, comincia a mano a mano a popolarsi di indigeni e turisti, preceduti
dai piccioni, mentre fervono i preparativi per la festa cittadina che si tiene
proprio in questi giorni.
Consigliataci da tutti come imperdibile, Sibiu rispetta le aspettative, con la sua caratteristica architettura pesantemente influenzata dalla lunga appartenenza all’Impero austroungarico, tanto da farci credere di essere magicamente capitati nei pressi di Vienna: tutto è in perfetto ordine, i muri sono immacolati e in terra non c’è l’ombra di una cicca. Ci mettiamo relativamente poco per fare un giro completo del centro storico e delle sue attrazioni, perciò prima di pranzo ripieghiamo sul museo cittadino, che ospita un’esposizione temporanea di Salvador Dalì intitolata “La Divina Commedia”, che raccoglie le sue stampe sul poema dantesco. Tra brontolii di stomaco e qualche crampo, la fame ci riporta in strada e il sesto senso ci conduce al mercato cittadino, ben nascosto, ma non abbastanza per chi in quel momento mangerebbe un intero “Casty col ragù”. Tra i vari banchi, tutti riforniti di leccornie locali, la nostra scelta cade su un classico intramontabile: pane e cacio. “A Dragonbò, ma che m’hai dato? Er sushi?!” Acquistiamo il tutto in formula componibile, ovvero mezza forma di pane e mezza di formaggio e, impazienti di sfoderare il coltello di Andrea, ci dirigiamo in piazza per cominciare la sacra cerimonia di preparazione dei panini. Spazzoliamo tutto quanto in quattro e quattr’otto, contenti e finalmente sazi; cibo semplice e di qualità, impossibile chiedere di meglio.
Il pomeriggio scorre tranquillo; passato soprattutto nella piazza principale a leggere, tra le prove generali del concerto di quella sera e qualche sgrullata di pioggia, non annoveriamo niente di speciale nel nostro racconto, ma ogni tanto è anche giusto allentare la corda e sapersi godere un po’ di ristoro, per esempio aggiungendoci una birra gelata.
In men che non si dica si fa sera. Ceniamo con un pasto che ad Andrea e Siso fa cadere un paio di lacrime tanto ricorda le passate avventure scandinave, sardine in scatola con salsa di pomodoro (sprot in sos tomat per i locali). Casty in principio è diffidente, ma alla fine cede agli ammiccamenti di un tale piatto da gourmet. Consumiamo questa cena nostalgica nella Piazza Grande, ormai diventata quasi nostra, godendoci l’esibizione di un gruppo folk del luogo, assai coinvolgente e piacevole.
Spinti forse dalla paura di perdere il treno, o dalla nostra sconfinata passione per le locomotive, oppure da semplice e pura pazzia, ci dirigiamo alla stazione con ben quattro ore di anticipo, minuto più minuto meno, per prendere il nostro treno delle 3 (antimeridiane, mica pizza e fichi) per Timisoara. Probabilmente al mattino erano stati la stanchezza e gli occhi gonfi a non farci notare lo stridente contrasto tra il centro storico e la stazione ferroviaria, a dir poco sporca e grottesca, nonché popolata da gente che, vista la geografia, può probabilmente vantare qualche antica parentela con il conte Dracula. A rendere il tutto ancora più piacevole ci pensa un freddo di quelli che si sentono fin nelle ossa. Ci addormentiamo allora sulla banchina del nostro binario, svegliati di tanto in tanto dall’addetto allo svuotamento dei cestini, che intavola con Casty un surreale scambio di versi.
Alla fine le vicissitudini ne hanno abbastanza di giocare con noi e il nostro treno ascolta le nostre invocazioni, arrivando in stazione con quasi un’ora di anticipo con il chiaro intento di salvarci dall’ipotermia e permetterci di continuare il viaggio; mai fischio fu meglio accolto. Ci trasciniamo al suo interno e, preso posto, cadere tra le braccia di Morfeo è un attimo.
Consigliataci da tutti come imperdibile, Sibiu rispetta le aspettative, con la sua caratteristica architettura pesantemente influenzata dalla lunga appartenenza all’Impero austroungarico, tanto da farci credere di essere magicamente capitati nei pressi di Vienna: tutto è in perfetto ordine, i muri sono immacolati e in terra non c’è l’ombra di una cicca. Ci mettiamo relativamente poco per fare un giro completo del centro storico e delle sue attrazioni, perciò prima di pranzo ripieghiamo sul museo cittadino, che ospita un’esposizione temporanea di Salvador Dalì intitolata “La Divina Commedia”, che raccoglie le sue stampe sul poema dantesco. Tra brontolii di stomaco e qualche crampo, la fame ci riporta in strada e il sesto senso ci conduce al mercato cittadino, ben nascosto, ma non abbastanza per chi in quel momento mangerebbe un intero “Casty col ragù”. Tra i vari banchi, tutti riforniti di leccornie locali, la nostra scelta cade su un classico intramontabile: pane e cacio. “A Dragonbò, ma che m’hai dato? Er sushi?!” Acquistiamo il tutto in formula componibile, ovvero mezza forma di pane e mezza di formaggio e, impazienti di sfoderare il coltello di Andrea, ci dirigiamo in piazza per cominciare la sacra cerimonia di preparazione dei panini. Spazzoliamo tutto quanto in quattro e quattr’otto, contenti e finalmente sazi; cibo semplice e di qualità, impossibile chiedere di meglio.
Il pomeriggio scorre tranquillo; passato soprattutto nella piazza principale a leggere, tra le prove generali del concerto di quella sera e qualche sgrullata di pioggia, non annoveriamo niente di speciale nel nostro racconto, ma ogni tanto è anche giusto allentare la corda e sapersi godere un po’ di ristoro, per esempio aggiungendoci una birra gelata.
In men che non si dica si fa sera. Ceniamo con un pasto che ad Andrea e Siso fa cadere un paio di lacrime tanto ricorda le passate avventure scandinave, sardine in scatola con salsa di pomodoro (sprot in sos tomat per i locali). Casty in principio è diffidente, ma alla fine cede agli ammiccamenti di un tale piatto da gourmet. Consumiamo questa cena nostalgica nella Piazza Grande, ormai diventata quasi nostra, godendoci l’esibizione di un gruppo folk del luogo, assai coinvolgente e piacevole.
Spinti forse dalla paura di perdere il treno, o dalla nostra sconfinata passione per le locomotive, oppure da semplice e pura pazzia, ci dirigiamo alla stazione con ben quattro ore di anticipo, minuto più minuto meno, per prendere il nostro treno delle 3 (antimeridiane, mica pizza e fichi) per Timisoara. Probabilmente al mattino erano stati la stanchezza e gli occhi gonfi a non farci notare lo stridente contrasto tra il centro storico e la stazione ferroviaria, a dir poco sporca e grottesca, nonché popolata da gente che, vista la geografia, può probabilmente vantare qualche antica parentela con il conte Dracula. A rendere il tutto ancora più piacevole ci pensa un freddo di quelli che si sentono fin nelle ossa. Ci addormentiamo allora sulla banchina del nostro binario, svegliati di tanto in tanto dall’addetto allo svuotamento dei cestini, che intavola con Casty un surreale scambio di versi.
Alla fine le vicissitudini ne hanno abbastanza di giocare con noi e il nostro treno ascolta le nostre invocazioni, arrivando in stazione con quasi un’ora di anticipo con il chiaro intento di salvarci dall’ipotermia e permetterci di continuare il viaggio; mai fischio fu meglio accolto. Ci trasciniamo al suo interno e, preso posto, cadere tra le braccia di Morfeo è un attimo.
domenica 10 agosto 2014
Giorno 11
Bucarest, 7 agosto 2014
L’undicesimo giorno comincia con un lento risveglio
nell’ostello di Bucarest, rassegnati all’idea che per le 3 notti che ci
aspettano non poggeremo le membra che su asfalto e sedili di treno. Lasciamo
gli zaini in ostello tra i sorrisi della ragazza che lo gestisce, Catalina, che
ci suggerisce anche un itinerario da seguire e dei luoghi da visitare. Arrivati
su una delle vie principali, facciamo colazione con dei dolci tipici presi da un fornaio come qui molti se ne trovano, che
sporge quasi solo col profumo di pane sulla strada. Seguendo l’itinerario
consigliato, passiamo per un viale dove si affacciano la Filarmonica Nazionale,
l’ex palazzo reale, e una chiesa ortodossa. Solo nell’ultima riusciamo ad
entrare e rimaniamo stupiti per le innumerevoli decorazioni e icone presenti,
tali da non lasciar intravedere nemmeno un centimetro di parete. Accanto a
questi edifici dei secoli passati ne sorgono altri molto più moderni che creano
un forte contrasto, talvolta piacevole e talvolta stucchevole. A non stuccare
mai, invece, sono le bellezze locali, tante e tali da rimanerci presto negli
occhi e nel cuore. Disseminati per la città si trovano dei monumenti evocativi
della recente liberazione dal comunismo, regime il cui simbolo più
significativo e rappresentativo è il Palazzo del Popolo, ex sede del Partito
Comunista e ora del Parlamento Rumeno, un gigantesco edificio al centro della
città circondato da giardini, il secondo edificio governativo al mondo per
grandezza (il primato spetta al Pentagono, in USA). Rimaniamo scioccati quando
ce lo troviamo davanti alla fine del viale alberato che stavamo percorrendo; lo
giriamo e lo vediamo da due lati fino all’entrata principale per i visitatori,
ma dobbiamo rinunciare all’idea di visitarlo, perché troppo grande e
impossibile da vedere nel tempo a nostra disposizione. Completiamo a piedi il
tour della città segnato sulla mappa, non stanchi, ma assai affamati. Decidiamo
così di tornare sui nostri passi, precisamente in un vicolo dove un ristorante
molto elegante aveva attirato la nostra attenzione offrendo una scelta tra ben
quattro menu completi a pochi soldi: una delle poche volte che ci concediamo un
pasto caldo, intorno a un tavolo, con delle posate.
Signore e signori:
- zuppa di fagioli con carne affumicata e cipolla;
- pomodori e formaggio acido;
- maiale arrosto con patatine fritte e formaggio;
- torta al cioccolato.
Prezzo a capa: circa 5 euro a testa. Godibilissmo.
Ci godiamo appieno il pasto e decidiamo di trascorrere un po’ del tempo che ci rimane nella capitale rumena in un parco con un laghetto al suo interno. Qui, decidiamo anche di affittare una barca a remi e di fare un giro. Ci capita in sorte l'imbarcazione con le fiamme disegnate sulla chiglia, come a sottolineare il paradosso dell'esistenza. A turno remiamo rischiando ad ogni movimento di finire in acqua (con tanto di documenti e biglietti interrail) e scopriamo che Siso è un vogatore mancato; Andrea prende un po’ di confidenza seppur con qualche difficoltà iniziale; l’arte, invece, non appartiene affatto a Casty, essendo richiesto un livello di coordinazione che probabilmente lui non conoscerà mai. Ci fermiamo anche in un’area allestita con attrezzi da palestra semplificati, osservando chi tra i locali ne ha fatto la propria attività sportiva principale e cimentandoci anche noi in qualche ripetizione. Veniamo anche avvicinati da due italiani in canotta che con forte accento nordico ci chiedono quanto ci fermiamo in città. Sono bresciani e si lamentano per la povertà che secondo loro affligge la movida rumena. Per questo motivo si lanciano in sperticate critiche rivolte alla bella Bucarest. Davvero un peccato non poter fare bisboccia con loro. Visto che si avvicina l’ora di prendere il treno per Sibiu, capoluogo della Transilvania e nostra prossima destinazione, torniamo all’ostello per recuperare gli zaini, ci fermiamo per fare delle scorte per la notte e torniamo alla stazione. E’ ancora presto e facciamo in tempo a dedicarci alla lettura e a piacevoli discorsi. Arriva l’ora di prendere il treno notturno, il primo di tre che sarà per noi come un tetto,coi sedili come letti, e con gli altri viaggiatori come compagni di stanza.
Signore e signori:
- zuppa di fagioli con carne affumicata e cipolla;
- pomodori e formaggio acido;
- maiale arrosto con patatine fritte e formaggio;
- torta al cioccolato.
Prezzo a capa: circa 5 euro a testa. Godibilissmo.
Ci godiamo appieno il pasto e decidiamo di trascorrere un po’ del tempo che ci rimane nella capitale rumena in un parco con un laghetto al suo interno. Qui, decidiamo anche di affittare una barca a remi e di fare un giro. Ci capita in sorte l'imbarcazione con le fiamme disegnate sulla chiglia, come a sottolineare il paradosso dell'esistenza. A turno remiamo rischiando ad ogni movimento di finire in acqua (con tanto di documenti e biglietti interrail) e scopriamo che Siso è un vogatore mancato; Andrea prende un po’ di confidenza seppur con qualche difficoltà iniziale; l’arte, invece, non appartiene affatto a Casty, essendo richiesto un livello di coordinazione che probabilmente lui non conoscerà mai. Ci fermiamo anche in un’area allestita con attrezzi da palestra semplificati, osservando chi tra i locali ne ha fatto la propria attività sportiva principale e cimentandoci anche noi in qualche ripetizione. Veniamo anche avvicinati da due italiani in canotta che con forte accento nordico ci chiedono quanto ci fermiamo in città. Sono bresciani e si lamentano per la povertà che secondo loro affligge la movida rumena. Per questo motivo si lanciano in sperticate critiche rivolte alla bella Bucarest. Davvero un peccato non poter fare bisboccia con loro. Visto che si avvicina l’ora di prendere il treno per Sibiu, capoluogo della Transilvania e nostra prossima destinazione, torniamo all’ostello per recuperare gli zaini, ci fermiamo per fare delle scorte per la notte e torniamo alla stazione. E’ ancora presto e facciamo in tempo a dedicarci alla lettura e a piacevoli discorsi. Arriva l’ora di prendere il treno notturno, il primo di tre che sarà per noi come un tetto,coi sedili come letti, e con gli altri viaggiatori come compagni di stanza.
mercoledì 6 agosto 2014
Giorni 9 e 10
Istanbul-Bucharest, 5/6 agosto 2014
Il nono giorno prelude ad un tour de force che nel giro di qualche notte ci
porterà fino a Budapest. Per questo decidiamo di goderci la mattinata in
ostello senza impostare sveglie o simili. A tirarci su dal letto, però, come se
non bastasse il viavai dovuto al bagno, ci si mettono i crampi della fame, così
forti da costringerci a fare colazione con un pacchetto di TUC al formaggio.
Ci godiamo anche l’ultima doccia prima di riprendere le strade di Istanbul. Salutiamo la tizia dell’ostello che, purtroppo, si ricorda che gli dobbiamo dei soldi costringendoci ad attingere dal nostro fondo tutt’altro che illimitato. Il caldo di mezzogiorno rende l’aria quasi irrespirabile, ecco perché il tragitto in tram con l’aria condizionata ci sembra improvvisamente la cosa migliore delle nostre vite.
Scendiamo alla stazione per depositare gli zaini nelle cassette di sicurezza, non prima di esserci informati sul percorso che dovremo fare stanotte verso Bucarest. Ecco fatto, l’omino della stazione ci informa che il nostro treno, il Bosphorus Express, è in riparazione e pertanto sostituito da un complicato tratto che prevede un paio di pullman e un treno. La tristezza è tutta di Siso, fremente all’idea di prendere il famoso e spettacolare treno turco.
Alle cassette di sicurezza veniamo avvicinati da un barcollante indigeno che dopo averci aiutato, ci chiede del denaro come nella più normale delle stazioni metro di Roma. Denaro, però che non possediamo. Bello mio, almeno te stai ‘mbriaco!
Il sole rischia davvero di incendiarci la testa e quindi andiamo a fare scorte d’acqua in un parco poco lontano, che attraversiamo per arrivare all’ingresso di Santa Sofia. L’ultima curva ci rivela, però, una fila immane che sembra tagliare a metà l’intera città. La guardia giurata, interrogata sugli orari del museo, ci risponde consigliandoci di passare per le 16. Molto bene.
Ne approfittiamo per mangiare e troviamo rapidamente un posto abbastanza conveniente. Abbiamo le nostre scorte di acqua e quindi non prendiamo da bere, ma il proprietario del posto decide di superare ogni livello di infamità mai raggiunto nella storia piazzandoci davanti, su un tavolo vuoto, un bicchiere di splendida acqua con ghiaccio. Figlio di puttana.
Dopo mangiato abbiamo ancora tempo da perdere e ci concediamo qualche sfizio, in particolare Siso con una lattina di coca e Andrea con un gelatino carino, preparato come il giorno prima tra i giochi di prestigio di Mimmo. L’acqua è presto finita e torniamo a fare il carico. Ignoriamo volutamente il suo sapore un po’ strano perché ci disseta e tanto basta. Quale flagello si stesse abbattendo su di noi lo avremmo scoperto solo più tardi. Nei pressi della fontanella ci imbattiamo nell’esposizione di una famiglia di artisti locali. Alcune opere sono particolarmente belle e ci rallegra la scoperta che la loro versione in poster è in vendita per pochi spicci. Pochi per chiunque, ma non per noi, che decidiamo di rimandare l’acquisto a più tardi, quando l’entità delle nostre residue finanze ci dirà se possiamo davvero permetterci un simile lusso. Fattesi quasi le 16 ci dirigiamo verso Santa Sofia. Il consiglio della guardia giurata si rivela azzeccato e riusciamo a entrare dopo una breve fila che nulla ha a che vedere con il serpentone della mattina. All’interno ci aspetta una delle massime espressioni dell’incontro tra la religione cattolica e quella musulmana; la struttura, adibita a museo negli anni ’30 dal mitico Ataturk, nacque come chiesa cattolica, per poi essere convertita in moschea. All’interno elementi di entrambe le religioni coesistono fianco a fianco. Su tutti spicca l’abside, che al centro ospita un mosaico della Madonna e Gesù bambino affiancati da imponenti dischi con sopra raffigurati gli epiteti di Allah e Maometto. Prima di uscire c’è tempo anche per il momento tenerezza, con una cucciolata di gattini appena nati che giocano sotto gli occhi della mamma e che presto, non ce ne vogliano Allah e tutti i santi, monopolizzano l’interesse della maggior parte dei visitatori. Usciamo da Santa Sofia e il nostro desiderio di conservare un poster dell’esposizione supera la tacita promessa di non cambiare altri euro in lire turche, così torniamo lì e ognuno di noi ne sceglie uno da portarsi a casa. Prima di recuperare gli zaini facciamo un’ultima tappa per riempire le scorte d’acqua, poi trascorriamo del tempo in stazione leggendo o riposando fino a che il tipo delle pulizie non ci fa alzare per adempiere al suo dovere in occasione di uno spettacolo di Dervisci previsto per le 19.30. E’ giusto così, è ora di cena. Ci rechiamo al porto sperando in un panino col pesce di quelli che abbiamo sperimentato il primo giorno, ma troviamo invece una piacevole sorpresa: su un banchetto che non avevamo notato, un simpatico signore che parla solo turco che, con dei fantastici panini con uova o formaggio e un vasto assortimento di verdure crude, ci fa venire l’acquolina in bocca e ci mette tutti d’accordo riguardo la cena. Volevamo un succo d’arancia fatto espresso da uno degli ambulanti del luogo, ma, non trovandone nessuno, ci accontentiamo di una limonata in un chioschetto; dove facciamo anche delle scorte per la notte. Nel tempo che ci rimane prima dell’arrivo del pullman, facciamo la conoscenza di un gattino che si accoccola sulle gambe di Siso e ci fa compagnia fino alla nostra partenza. Ci affezioniamo talmente tanto che lo battezziamo con ben tre nomi: Antonio Bennato, Fabri Fibra e Borsino. Oltre al micio incontriamo il buon vecchio Ismael, che sta andando a Sofia e con il quale condivideremo un paio di pullman.
Il lungo viaggio inizia male, almeno per Andrea che comincia da subito ad avvertire un malessere di stomaco, tanto che alla prima provvidenziale sosta ne approfitta per vomitare come il peggiore degli alcolizzati. Passano le ore e ci troviamo nella stessa stazione in mezzo al nulla in cui eravamo passati pochi giorni fa. Qui conosciamo Laurent, un belga che ha fatto l’Erasmus a Roma e quindi parla molto bene l’italiano. Ci facciamo amicizia, tanto che ci promette di ospitarci e scarrozzarci lui stesso se dovessimo capitare in Belgio. Un grande. Il secondo pullman fa una sosta al bagno che stavolta battezza Siso e il successivo, che ci separa da Ismael e dal buon Laurent, è quello di Casty. Stiamo male e la causa è facilmente individuabile: l’acqua delle fontane di Istanbul non è esattamente potabile. Bei coglioni, direte voi, e infatti lo siamo.
Piegati da crampi allo stomaco e sudori freddi combattiamo la Maledizione di Ataturk fino al treno che ci trasporterà per gli ultimi chilometri che ci separano dalla capitale romena. Lì il caldo quasi ci distrae dai nostri dolori e in qualche ora siamo a Bucarest. Qui ci accoglie una stazione diversa da tutte quelle che abbiamo incontrato finora e solo una genialata di Siso riesce a descriverla: “E’ come se la stazione di Monaco avesse fatto un figlio con quella di Paleofarsalos.”
Nel giro di pochi minuti siamo nell’ostello, dove ci accolgono una ragazza molto carina e sua madre.
Ci laviamo dopo 20 ore di strada e la voglia di vedere la città ci spinge ad uscire. A frenarci, invece, è la pioggia improvvisa che si abbatte su di noi, costringendoci a fare una misera spesa al vicino mini-market. Altrettanto improvvisamente, però, i piani di Giove Pluvio per noi ci appaiono chiari quando, entrando nel negozio, scorgiamo la scollatissima dea che lavora in cassa.
Usciamo da lì vagamente turbati e in camera consumiamo una modesta cena con modesto alcol.
In fondo, a noi, cos’altro serve?
Ci godiamo anche l’ultima doccia prima di riprendere le strade di Istanbul. Salutiamo la tizia dell’ostello che, purtroppo, si ricorda che gli dobbiamo dei soldi costringendoci ad attingere dal nostro fondo tutt’altro che illimitato. Il caldo di mezzogiorno rende l’aria quasi irrespirabile, ecco perché il tragitto in tram con l’aria condizionata ci sembra improvvisamente la cosa migliore delle nostre vite.
Scendiamo alla stazione per depositare gli zaini nelle cassette di sicurezza, non prima di esserci informati sul percorso che dovremo fare stanotte verso Bucarest. Ecco fatto, l’omino della stazione ci informa che il nostro treno, il Bosphorus Express, è in riparazione e pertanto sostituito da un complicato tratto che prevede un paio di pullman e un treno. La tristezza è tutta di Siso, fremente all’idea di prendere il famoso e spettacolare treno turco.
Alle cassette di sicurezza veniamo avvicinati da un barcollante indigeno che dopo averci aiutato, ci chiede del denaro come nella più normale delle stazioni metro di Roma. Denaro, però che non possediamo. Bello mio, almeno te stai ‘mbriaco!
Il sole rischia davvero di incendiarci la testa e quindi andiamo a fare scorte d’acqua in un parco poco lontano, che attraversiamo per arrivare all’ingresso di Santa Sofia. L’ultima curva ci rivela, però, una fila immane che sembra tagliare a metà l’intera città. La guardia giurata, interrogata sugli orari del museo, ci risponde consigliandoci di passare per le 16. Molto bene.
Ne approfittiamo per mangiare e troviamo rapidamente un posto abbastanza conveniente. Abbiamo le nostre scorte di acqua e quindi non prendiamo da bere, ma il proprietario del posto decide di superare ogni livello di infamità mai raggiunto nella storia piazzandoci davanti, su un tavolo vuoto, un bicchiere di splendida acqua con ghiaccio. Figlio di puttana.
Dopo mangiato abbiamo ancora tempo da perdere e ci concediamo qualche sfizio, in particolare Siso con una lattina di coca e Andrea con un gelatino carino, preparato come il giorno prima tra i giochi di prestigio di Mimmo. L’acqua è presto finita e torniamo a fare il carico. Ignoriamo volutamente il suo sapore un po’ strano perché ci disseta e tanto basta. Quale flagello si stesse abbattendo su di noi lo avremmo scoperto solo più tardi. Nei pressi della fontanella ci imbattiamo nell’esposizione di una famiglia di artisti locali. Alcune opere sono particolarmente belle e ci rallegra la scoperta che la loro versione in poster è in vendita per pochi spicci. Pochi per chiunque, ma non per noi, che decidiamo di rimandare l’acquisto a più tardi, quando l’entità delle nostre residue finanze ci dirà se possiamo davvero permetterci un simile lusso. Fattesi quasi le 16 ci dirigiamo verso Santa Sofia. Il consiglio della guardia giurata si rivela azzeccato e riusciamo a entrare dopo una breve fila che nulla ha a che vedere con il serpentone della mattina. All’interno ci aspetta una delle massime espressioni dell’incontro tra la religione cattolica e quella musulmana; la struttura, adibita a museo negli anni ’30 dal mitico Ataturk, nacque come chiesa cattolica, per poi essere convertita in moschea. All’interno elementi di entrambe le religioni coesistono fianco a fianco. Su tutti spicca l’abside, che al centro ospita un mosaico della Madonna e Gesù bambino affiancati da imponenti dischi con sopra raffigurati gli epiteti di Allah e Maometto. Prima di uscire c’è tempo anche per il momento tenerezza, con una cucciolata di gattini appena nati che giocano sotto gli occhi della mamma e che presto, non ce ne vogliano Allah e tutti i santi, monopolizzano l’interesse della maggior parte dei visitatori. Usciamo da Santa Sofia e il nostro desiderio di conservare un poster dell’esposizione supera la tacita promessa di non cambiare altri euro in lire turche, così torniamo lì e ognuno di noi ne sceglie uno da portarsi a casa. Prima di recuperare gli zaini facciamo un’ultima tappa per riempire le scorte d’acqua, poi trascorriamo del tempo in stazione leggendo o riposando fino a che il tipo delle pulizie non ci fa alzare per adempiere al suo dovere in occasione di uno spettacolo di Dervisci previsto per le 19.30. E’ giusto così, è ora di cena. Ci rechiamo al porto sperando in un panino col pesce di quelli che abbiamo sperimentato il primo giorno, ma troviamo invece una piacevole sorpresa: su un banchetto che non avevamo notato, un simpatico signore che parla solo turco che, con dei fantastici panini con uova o formaggio e un vasto assortimento di verdure crude, ci fa venire l’acquolina in bocca e ci mette tutti d’accordo riguardo la cena. Volevamo un succo d’arancia fatto espresso da uno degli ambulanti del luogo, ma, non trovandone nessuno, ci accontentiamo di una limonata in un chioschetto; dove facciamo anche delle scorte per la notte. Nel tempo che ci rimane prima dell’arrivo del pullman, facciamo la conoscenza di un gattino che si accoccola sulle gambe di Siso e ci fa compagnia fino alla nostra partenza. Ci affezioniamo talmente tanto che lo battezziamo con ben tre nomi: Antonio Bennato, Fabri Fibra e Borsino. Oltre al micio incontriamo il buon vecchio Ismael, che sta andando a Sofia e con il quale condivideremo un paio di pullman.
Il lungo viaggio inizia male, almeno per Andrea che comincia da subito ad avvertire un malessere di stomaco, tanto che alla prima provvidenziale sosta ne approfitta per vomitare come il peggiore degli alcolizzati. Passano le ore e ci troviamo nella stessa stazione in mezzo al nulla in cui eravamo passati pochi giorni fa. Qui conosciamo Laurent, un belga che ha fatto l’Erasmus a Roma e quindi parla molto bene l’italiano. Ci facciamo amicizia, tanto che ci promette di ospitarci e scarrozzarci lui stesso se dovessimo capitare in Belgio. Un grande. Il secondo pullman fa una sosta al bagno che stavolta battezza Siso e il successivo, che ci separa da Ismael e dal buon Laurent, è quello di Casty. Stiamo male e la causa è facilmente individuabile: l’acqua delle fontane di Istanbul non è esattamente potabile. Bei coglioni, direte voi, e infatti lo siamo.
Piegati da crampi allo stomaco e sudori freddi combattiamo la Maledizione di Ataturk fino al treno che ci trasporterà per gli ultimi chilometri che ci separano dalla capitale romena. Lì il caldo quasi ci distrae dai nostri dolori e in qualche ora siamo a Bucarest. Qui ci accoglie una stazione diversa da tutte quelle che abbiamo incontrato finora e solo una genialata di Siso riesce a descriverla: “E’ come se la stazione di Monaco avesse fatto un figlio con quella di Paleofarsalos.”
Nel giro di pochi minuti siamo nell’ostello, dove ci accolgono una ragazza molto carina e sua madre.
Ci laviamo dopo 20 ore di strada e la voglia di vedere la città ci spinge ad uscire. A frenarci, invece, è la pioggia improvvisa che si abbatte su di noi, costringendoci a fare una misera spesa al vicino mini-market. Altrettanto improvvisamente, però, i piani di Giove Pluvio per noi ci appaiono chiari quando, entrando nel negozio, scorgiamo la scollatissima dea che lavora in cassa.
Usciamo da lì vagamente turbati e in camera consumiamo una modesta cena con modesto alcol.
In fondo, a noi, cos’altro serve?
Etichette:
Bennato,
Borsino,
Bucarest,
Bucuresti,
Bulgaria,
Dimitrovgrad,
Fabri Fibra,
Interrail,
Islam,
Istanbul,
kretan hostel,
Moschea,
Poster,
Pullman,
Romania,
Santa Sofia,
Tette,
Treno,
Turchia
lunedì 4 agosto 2014
Giorno 7
Istanbul, 3 agosto 2014
Eccoci in Turchia, eccoci ad Istanbul. Salutiamo il resto della brigata, costretti per ora ad accantonare il sogno di sposare una koreana. Non solo è domenica, ma è anche praticamente l’alba quindi fatichiamo un po’ a trovare un posto aperto per ricaricare i telefoni, misura necessaria per prenotare l’ostello. Abbiamo deciso che staremo qui due notti per goderci a pieno la città e ricaricare un po’ le batterie. Dopo qualche esitazione prenotiamo una camera al Taz-Mania Hostel, economico ma situato nel quartiere di Besiktas, piuttosto lontano dal centro. Sperimentiamo il meraviglioso sistema a gettoni per l’accesso al tram. Giunti al capolinea dobbiamo percorrere un paio di chilometri a piedi e questo ci dà modo di dare un’occhiata alla città. Superiamo una Moschea e lo Stadio del Besiktas prima di infilarci in un intricato groviglio di viuzze piene di negozi, pasticcerie e bar. E’ tutto maledettamente in salita e abbandoniamo il progetto originario di affittare delle biciclette.
L’arrivo all’ostello, però, non è dei migliori, con la tizia che lo gestisce pronta ad informarci che non possiamo fare il check-in prima delle 13. Ci permette, comunque, di lasciare gli zaini e decidiamo di fare un primo giro quantomeno del quartiere. Proviamo a raggiungere piazza Taksim, ma presto ci accorgiamo che la strada da fare è troppa e il sole troppo caldo. Ripieghiamo nelle stradine vicino all’ostello, trovando anche un buon posto dove pranzare. Finito il pasto mancano ancora una quarantina di minuti alle 13 e pensiamo bene di addormentarci sullo stesso tavolino su cui ci siamo sfamati. E’ tutto bellissimo.
Alle 13.00, puntuali come la morte, torniamo all’ostello per fare il dannato check-in. Ci fanno togliere le scarpe all’ingresso munendoci di scomodissime ciabatte apparentemente di carta ma di fatto indistruttibili. Ci piazzano in un dormitorio da 6, ma c’è qualcosa che non va: noi avevamo prenotato la stanza da tre. Lo facciamo presente ai cari gestori del Taz-Mania che provvedono a sistemare la stanza giusta per noi.
Siamo letteralmente distrutti. Ci spogliamo degli abiti zozzi e sudati e, uno alla volta s’intende, ci facciamo una doccia che non scorderemo facilmente. Dopo le abluzioni, il riposo: l’abbiocco sale velocemente e altrettanto velocemente scendono le palpebre.
Ci risvegliamo tirati a lucido e usciamo a visitare la città. Ci fermiamo nella Moschea intravista all’andata e la forte spiritualità del luogo ci pervade immediatamente, trasmettendoci contemporaneamente migliaia di sensazioni che sembrano tessere un arazzo sacro: dal soffice tappeto sotto i nostri piedi nudi al canto dei musulmani in preghiera.
Arriviamo alla fermata e il tram ci porta a Sultanahmet, nel cuore della metropoli turca. E’ abbastanza tardi e tutto sta chiudendo l’accesso ai turisti. Individuiamo i posti di maggior interesse e rimandiamo a domani una visita più approfondita. Passeggiando nei giardini tra la Moschea Blu e Santa Sofia assaggiamo una specie di super caramella locale, un bello schifo a dirla tutta. Dopo il tramonto ci dirigiamo al porto dove consumiamo una cena incredibile: panino col pesce pescato a chilometri zero e succo di rapa acido con cetrioli. Ottimo il primo, stomachevole il secondo. Ma se la vita ti offre un accostamento del genere che fai, non lo provi?
Rinvigoriti dalla giornata distesa decidiamo di fare a meno del tram e torniamo in ostello a piedi.
Forse residui di stanchezza, o forse la voglia irrefrenabile di entrare ancora di più nell’anima di Istanbul: non lo sappiamo, ma in pochi minuti dormiamo come bambini.
Eccoci in Turchia, eccoci ad Istanbul. Salutiamo il resto della brigata, costretti per ora ad accantonare il sogno di sposare una koreana. Non solo è domenica, ma è anche praticamente l’alba quindi fatichiamo un po’ a trovare un posto aperto per ricaricare i telefoni, misura necessaria per prenotare l’ostello. Abbiamo deciso che staremo qui due notti per goderci a pieno la città e ricaricare un po’ le batterie. Dopo qualche esitazione prenotiamo una camera al Taz-Mania Hostel, economico ma situato nel quartiere di Besiktas, piuttosto lontano dal centro. Sperimentiamo il meraviglioso sistema a gettoni per l’accesso al tram. Giunti al capolinea dobbiamo percorrere un paio di chilometri a piedi e questo ci dà modo di dare un’occhiata alla città. Superiamo una Moschea e lo Stadio del Besiktas prima di infilarci in un intricato groviglio di viuzze piene di negozi, pasticcerie e bar. E’ tutto maledettamente in salita e abbandoniamo il progetto originario di affittare delle biciclette.
L’arrivo all’ostello, però, non è dei migliori, con la tizia che lo gestisce pronta ad informarci che non possiamo fare il check-in prima delle 13. Ci permette, comunque, di lasciare gli zaini e decidiamo di fare un primo giro quantomeno del quartiere. Proviamo a raggiungere piazza Taksim, ma presto ci accorgiamo che la strada da fare è troppa e il sole troppo caldo. Ripieghiamo nelle stradine vicino all’ostello, trovando anche un buon posto dove pranzare. Finito il pasto mancano ancora una quarantina di minuti alle 13 e pensiamo bene di addormentarci sullo stesso tavolino su cui ci siamo sfamati. E’ tutto bellissimo.
Alle 13.00, puntuali come la morte, torniamo all’ostello per fare il dannato check-in. Ci fanno togliere le scarpe all’ingresso munendoci di scomodissime ciabatte apparentemente di carta ma di fatto indistruttibili. Ci piazzano in un dormitorio da 6, ma c’è qualcosa che non va: noi avevamo prenotato la stanza da tre. Lo facciamo presente ai cari gestori del Taz-Mania che provvedono a sistemare la stanza giusta per noi.
Siamo letteralmente distrutti. Ci spogliamo degli abiti zozzi e sudati e, uno alla volta s’intende, ci facciamo una doccia che non scorderemo facilmente. Dopo le abluzioni, il riposo: l’abbiocco sale velocemente e altrettanto velocemente scendono le palpebre.
Ci risvegliamo tirati a lucido e usciamo a visitare la città. Ci fermiamo nella Moschea intravista all’andata e la forte spiritualità del luogo ci pervade immediatamente, trasmettendoci contemporaneamente migliaia di sensazioni che sembrano tessere un arazzo sacro: dal soffice tappeto sotto i nostri piedi nudi al canto dei musulmani in preghiera.
Arriviamo alla fermata e il tram ci porta a Sultanahmet, nel cuore della metropoli turca. E’ abbastanza tardi e tutto sta chiudendo l’accesso ai turisti. Individuiamo i posti di maggior interesse e rimandiamo a domani una visita più approfondita. Passeggiando nei giardini tra la Moschea Blu e Santa Sofia assaggiamo una specie di super caramella locale, un bello schifo a dirla tutta. Dopo il tramonto ci dirigiamo al porto dove consumiamo una cena incredibile: panino col pesce pescato a chilometri zero e succo di rapa acido con cetrioli. Ottimo il primo, stomachevole il secondo. Ma se la vita ti offre un accostamento del genere che fai, non lo provi?
Rinvigoriti dalla giornata distesa decidiamo di fare a meno del tram e torniamo in ostello a piedi.
Forse residui di stanchezza, o forse la voglia irrefrenabile di entrare ancora di più nell’anima di Istanbul: non lo sappiamo, ma in pochi minuti dormiamo come bambini.
domenica 3 agosto 2014
Giorno 5
Skopje-Nis-Sofia, 1/2 agosto 2014
Il quinto giorno comincia con gli insulti. Andrea ha russato, come era prevedibile, tenendo sveglia gran parte della camerata, compresi Casty e Siso (costretto, quest’ultimo, a dormire con 10 ore di wave crashing dalle cuffie dell’iPhone). Proprio da loro due, infatti, vengono gli insulti ad Andrea e non dai nostri compagni di stanza fin troppo educati verso di noi.
Chiacchieriamo un po’ con alcuni di loro, in particolare con un insegnante di matematica di Istanbul e con un enorme ragazzo koreano di cui non capiamo il nome.
Giriamo Skopje seguendo le indicazioni della guida per arrivare in centro. La capitale macedone ci dà subito la sensazione di essere una città totalmente in costruzione. Edifici bianchi e imponenti costeggiano il fiume, nel cui letto vediamo numerosi cantieri, così come vediamo travi e impalcature pressoché ovunque. Superiamo due ponti costruiti nel 2012, sui cui parapetti è possibile ammirare statue in bronzo di personalità antiche e contemporanee di un qualche valore culturale e storico per la città. Un posto speciale, però, è riservato ad Alessandro Magno, celebrato insieme al suo esercito con un’enorme statua eretta al centro di una piazza.
Seguendo lo sguardo del condottiero macedone attraversiamo il ponte di pietra, arrivando in una piazza altrettanto imponente dove giganteggia la figura in bronzo di un uomo che identifichiamo con Filippo, anche se non ne troviamo conferma. La quiete del mattino è squarciata da un fastidiosissimo fischio, probabilmente necessario a tener lontano i piccioni. Ok, funziona, ma santo cielo che mal di testa!
Arrivati nella città vecchia abbandoniamo mappe e guide, lasciandoci trasportare dai profumi e dai colori di negozietti e piccoli chioschi di cibo non facilmente identificabile. Proprio in uno di questi ci fermiamo a pranzare. Mangiamo una specie di torta rustica calda e ripiena di carne macinata sorseggiando uno squisito succo d’uva. Oh sì… Il piacere del pasto viene poi esaltato dal prezzo che il proprietario ci invita a pagare: 90 dinari in totale, ossia 1,50 euro. Oh sì…
Resistiamo, per ora, alla tentazione di trasferirci qui e, accompagnati dal canto delle moschee, proseguiamo il giro della città vecchia. Saliamo sulla fortezza per goderci il panorama, ma i lavori di restauro ci ostacolano la vista.
Andrea adesso zoppica vistosamente e il dolore, dal piede, comincia a salire verso il polpaccio. Facciamo quindi dietrofront e, nella città nuova alle spalle di Alessandro, non fatichiamo a trovare un negozio di scarpe da ginnastica in cui risolvere il problema alla radice. L’acquisto è presto fatto e…Oh sì!
Con rinnovato spirito e nuove forze, torniamo nei vicoli aldilà del fiume. Veniamo catturati di nuovo dai profumi e ci ritroviamo seduti a consumare un secondo pranzo, ancora una volta ad un prezzo ridicolo per i nostri dannati standard. Mangiamo anche una pannocchia a testa prima di fare rotta verso l’ostello per riprendere le nostre cose e la nostra strada.
Al Backpackers’ Hostel facciamo una breve sosta e, dopo aver salutato, ci incamminiamo verso la terrificante stazione fantasma di Skopje. Attendiamo sulla banchina il treno, che è in ritardo. I programmi prevedono di arrivare a Nis, in Serbia, prima di proseguire verso Sofia, la capitale bulgara.
Il tragitto fino a Nis scorre tranquillo, disturbato solo da un controllore incompetente che ci piega e scarabocchia il biglietto InterRail, scatenando in particolare l’odio di Andrea e Siso.
Una bellissima ragazza serba si affaccia per chiederci se c’erano due posti liberi e, al nostro entusiasta “sì” ci fa segno di aspettare e scompare. Passiamo i secondi che seguono a darci un contegno, si direbbe quasi a farci belli se non puzzassimo così tanto. Ecco fatto: la vediamo ricomparire con il suo fidanzato, meno bello ma altrettanto serbo, e il morale finisce tra i binari e il treno. Arriviamo a Nis col timore, presto rivelatosi infondato, di essere troppo in ritardo per poter salire sul successivo verso Sofia.
Lì per lì siamo contenti di vederlo arrivare, coi suoi accecanti fari nella notte serba e il suo incedere meccanico e prepotente. Questo prima di salirci e scoprire che trascorreremo l’intero viaggio in piedi, stipati nel corridoio dell’ultimo vagone. Per il morale è morte clinica. Ci risolleva il fatto di essere capitati vicino ad una coppia con cui poter fare due chiacchiere. Sono Max e Olga, lei kazaka e lui di Busto Arsizio (seriamente), residenti a Praga. Hanno solo qualche anno più di noi, ma dieci giorni fa si sono sposati e ora stanno compiendo un viaggio lungo un anno fino alle terre vietnamite. Abbiamo anche un altro simpatico compagno di sventure, Goran, un gigante col mono sopracciglio visibilmente attratto da Siso. Abbiamo modo di constatare che la maggior parte dei presenti porta al braccio il laccetto degli interrailers e questo ci fa sentire in qualche modo tra amici. Tutto sommato, la notte e la mattina scorrono in fretta. Siamo pur sempre giovani e forti. Unico stress sono le mille soste apparentemente immotivate, oltre a quelle per il controllo documenti alla dogana costate il viaggio ad un gruppo di francesi con qualche irregolarità nei passaporti, costrette a scendere nella terra di nessuno.
Arriviamo a Sofia insonni e con le ragnatele addosso, ma il sole è alto nel cielo e ciò ci basta.
Il quinto giorno comincia con gli insulti. Andrea ha russato, come era prevedibile, tenendo sveglia gran parte della camerata, compresi Casty e Siso (costretto, quest’ultimo, a dormire con 10 ore di wave crashing dalle cuffie dell’iPhone). Proprio da loro due, infatti, vengono gli insulti ad Andrea e non dai nostri compagni di stanza fin troppo educati verso di noi.
Chiacchieriamo un po’ con alcuni di loro, in particolare con un insegnante di matematica di Istanbul e con un enorme ragazzo koreano di cui non capiamo il nome.
Giriamo Skopje seguendo le indicazioni della guida per arrivare in centro. La capitale macedone ci dà subito la sensazione di essere una città totalmente in costruzione. Edifici bianchi e imponenti costeggiano il fiume, nel cui letto vediamo numerosi cantieri, così come vediamo travi e impalcature pressoché ovunque. Superiamo due ponti costruiti nel 2012, sui cui parapetti è possibile ammirare statue in bronzo di personalità antiche e contemporanee di un qualche valore culturale e storico per la città. Un posto speciale, però, è riservato ad Alessandro Magno, celebrato insieme al suo esercito con un’enorme statua eretta al centro di una piazza.
Seguendo lo sguardo del condottiero macedone attraversiamo il ponte di pietra, arrivando in una piazza altrettanto imponente dove giganteggia la figura in bronzo di un uomo che identifichiamo con Filippo, anche se non ne troviamo conferma. La quiete del mattino è squarciata da un fastidiosissimo fischio, probabilmente necessario a tener lontano i piccioni. Ok, funziona, ma santo cielo che mal di testa!
Arrivati nella città vecchia abbandoniamo mappe e guide, lasciandoci trasportare dai profumi e dai colori di negozietti e piccoli chioschi di cibo non facilmente identificabile. Proprio in uno di questi ci fermiamo a pranzare. Mangiamo una specie di torta rustica calda e ripiena di carne macinata sorseggiando uno squisito succo d’uva. Oh sì… Il piacere del pasto viene poi esaltato dal prezzo che il proprietario ci invita a pagare: 90 dinari in totale, ossia 1,50 euro. Oh sì…
Resistiamo, per ora, alla tentazione di trasferirci qui e, accompagnati dal canto delle moschee, proseguiamo il giro della città vecchia. Saliamo sulla fortezza per goderci il panorama, ma i lavori di restauro ci ostacolano la vista.
Andrea adesso zoppica vistosamente e il dolore, dal piede, comincia a salire verso il polpaccio. Facciamo quindi dietrofront e, nella città nuova alle spalle di Alessandro, non fatichiamo a trovare un negozio di scarpe da ginnastica in cui risolvere il problema alla radice. L’acquisto è presto fatto e…Oh sì!
Con rinnovato spirito e nuove forze, torniamo nei vicoli aldilà del fiume. Veniamo catturati di nuovo dai profumi e ci ritroviamo seduti a consumare un secondo pranzo, ancora una volta ad un prezzo ridicolo per i nostri dannati standard. Mangiamo anche una pannocchia a testa prima di fare rotta verso l’ostello per riprendere le nostre cose e la nostra strada.
Al Backpackers’ Hostel facciamo una breve sosta e, dopo aver salutato, ci incamminiamo verso la terrificante stazione fantasma di Skopje. Attendiamo sulla banchina il treno, che è in ritardo. I programmi prevedono di arrivare a Nis, in Serbia, prima di proseguire verso Sofia, la capitale bulgara.
Il tragitto fino a Nis scorre tranquillo, disturbato solo da un controllore incompetente che ci piega e scarabocchia il biglietto InterRail, scatenando in particolare l’odio di Andrea e Siso.
Una bellissima ragazza serba si affaccia per chiederci se c’erano due posti liberi e, al nostro entusiasta “sì” ci fa segno di aspettare e scompare. Passiamo i secondi che seguono a darci un contegno, si direbbe quasi a farci belli se non puzzassimo così tanto. Ecco fatto: la vediamo ricomparire con il suo fidanzato, meno bello ma altrettanto serbo, e il morale finisce tra i binari e il treno. Arriviamo a Nis col timore, presto rivelatosi infondato, di essere troppo in ritardo per poter salire sul successivo verso Sofia.
Lì per lì siamo contenti di vederlo arrivare, coi suoi accecanti fari nella notte serba e il suo incedere meccanico e prepotente. Questo prima di salirci e scoprire che trascorreremo l’intero viaggio in piedi, stipati nel corridoio dell’ultimo vagone. Per il morale è morte clinica. Ci risolleva il fatto di essere capitati vicino ad una coppia con cui poter fare due chiacchiere. Sono Max e Olga, lei kazaka e lui di Busto Arsizio (seriamente), residenti a Praga. Hanno solo qualche anno più di noi, ma dieci giorni fa si sono sposati e ora stanno compiendo un viaggio lungo un anno fino alle terre vietnamite. Abbiamo anche un altro simpatico compagno di sventure, Goran, un gigante col mono sopracciglio visibilmente attratto da Siso. Abbiamo modo di constatare che la maggior parte dei presenti porta al braccio il laccetto degli interrailers e questo ci fa sentire in qualche modo tra amici. Tutto sommato, la notte e la mattina scorrono in fretta. Siamo pur sempre giovani e forti. Unico stress sono le mille soste apparentemente immotivate, oltre a quelle per il controllo documenti alla dogana costate il viaggio ad un gruppo di francesi con qualche irregolarità nei passaporti, costrette a scendere nella terra di nessuno.
Arriviamo a Sofia insonni e con le ragnatele addosso, ma il sole è alto nel cielo e ciò ci basta.
Etichette:
Alessandro Magno,
Bulgaria,
Dogana,
Interrail,
Macedonia,
MaxeOlga,
Nis,
Serbia,
Skopje,
Sofia,
Treno,
Viaggio
venerdì 1 agosto 2014
Giorno 4
Salonicco-Skopje, 31 luglio 2014
Se avessimo l'abitudine di dare a ogni giornata un titolo, questa si chiamerebbe "la giornata delle lezioni di vita".
Il nostro risveglio è addolcito dalla colazione continentale offerta dal RentRooms Hostel, che continua a scalare posizioni nella nostra speciale classifica del cuore; Casty gradisce particolarmente i salsicciotti, mentre Siso non si esime dal mangiarli nemmeno dopo averli conditi con abbondante cannella, scambiandola per paprika. Usciamo dall'ostello con le spalle scariche del fardello degli zaini lasciati nella locker room e ci apprestiamo a visitare la città. Prima di cominciare il tour della città ci documentiamo quanto basta sulla sua storia. L'ostello è in pieno centro, accanto ad alcune delle sue meraviglie non a caso di epoca romana: l'Arco di Galerio e la Rotonda. Dopo averli visitati ci dirigiamo al porto; nemmeno facciamo in tempo a vedere il mare che veniamo accerchiati da Chucky e la sua afro-gang. Tra toccate e complimenti ("you look like an actor!"), ci troviamo improvvisamente con tre braccialetti in più e qualche spicciolo in meno. C'è chi porta a spasso il cane, chi fa una passeggiata, e non manca ovviamente un losco figuro vestito da donna che fa le coccole ad un piccione afferrato con destrezza. La cosa ci destabilizza un pò, ma cerchiamo di superarla pensando a cose belle. Ci spalmiamo addosso dell'aloe vera appena comprata per placare il senso di bruciore che avvertiamo su svariate parti del corpo. Oh sì...
Se avessimo l'abitudine di dare a ogni giornata un titolo, questa si chiamerebbe "la giornata delle lezioni di vita".
Il nostro risveglio è addolcito dalla colazione continentale offerta dal RentRooms Hostel, che continua a scalare posizioni nella nostra speciale classifica del cuore; Casty gradisce particolarmente i salsicciotti, mentre Siso non si esime dal mangiarli nemmeno dopo averli conditi con abbondante cannella, scambiandola per paprika. Usciamo dall'ostello con le spalle scariche del fardello degli zaini lasciati nella locker room e ci apprestiamo a visitare la città. Prima di cominciare il tour della città ci documentiamo quanto basta sulla sua storia. L'ostello è in pieno centro, accanto ad alcune delle sue meraviglie non a caso di epoca romana: l'Arco di Galerio e la Rotonda. Dopo averli visitati ci dirigiamo al porto; nemmeno facciamo in tempo a vedere il mare che veniamo accerchiati da Chucky e la sua afro-gang. Tra toccate e complimenti ("you look like an actor!"), ci troviamo improvvisamente con tre braccialetti in più e qualche spicciolo in meno. C'è chi porta a spasso il cane, chi fa una passeggiata, e non manca ovviamente un losco figuro vestito da donna che fa le coccole ad un piccione afferrato con destrezza. La cosa ci destabilizza un pò, ma cerchiamo di superarla pensando a cose belle. Ci spalmiamo addosso dell'aloe vera appena comprata per placare il senso di bruciore che avvertiamo su svariate parti del corpo. Oh sì...
Ci spostiamo in cerca di un posto dove comprare un pranzo economico e presto troviamo un Carrefour. Economico sì, commestibile forse no. Prima lezione della giornata: in questa zona del mondo conviene lo street food, fanculo i supermercati. Mangiamo all'ombra di un albero pieno di piccioni, in un parco pieno di tossici. Pessima idea, davvero. Un piccione defeca sulla spalla di Siso e un tossico ci si avvicina indicando la busta vuota di una siringa che tiene nella mano sinistra. La giornata stenta a decollare. Proseguiamo il giro della città, buttando un occhio all'antica Agorà romana. Andrea comincia a patire l'inadeguatezza delle scarpe che indossa, la pianta del piede destro è in gran parte viola e ogni passo è una tortura. Seconda lezione di vita: mai portare un solo paio di scarpe in InterRail.
Fermi su un marciapiede veniamo avvicinati da un simpatico e baffuto signore, Emilio, che in italiano ci spiega la storia della chiesa situata a pochi metri da noi, e passa dal raccontarci la storia della città allo spiegarci il suo punto di vista geo-politico. Parla di mafia internazionale, ma poi aggiunge un "senza offesa" che gradiamo particolarmente. Ci congediamo dal buon Emilio quando arriva il suo autobus ed entriamo nella chiesa, trovando con nostro disappunto le catacombe chiuse. Facciamo rotta verso la Torre Fortificata, ma ci rendiamo conto che le lancette corrono e la distanza dalla Torre non ci permette di neanche di vederla: siamo quindi costretti a tornare in ostello a riprendere gli zaini, salutare Emily, e tornare in strada in cerca di un taxi verso la stazione dei treni. Arrivati alla stazione, parliamo con un impiegato della biglietteria e sobbalziamo alle parole: "There are no trains for Skopje today." E' andata così. Terza lezione di vita: controllare gli orari dei treni per tempo. Ci scuotiamo dal trauma e decidiamo di prendere un pullmann, costa di più, ma serve al suo scopo. Il viaggio scorre tranquillo tra letture, musica e panorami, interrotto solo dal controllo documenti della dogana.
A Skopje la pioggia ci dà il benvenuto, e dopo esserci informati sul treno che prenderemo domani nella spettrale stazione poco distante ci dirigiamo all'ostello.
Lì ci accolgono Nenad e la sua donna. L'atmosfera è quasi familiare e concilia il sonno che in poco tempo ci cattura. Poveracci i nostri compagni di stanza che ancora non conoscono i notturni concerti animaleschi del naso di Andrea.
Fermi su un marciapiede veniamo avvicinati da un simpatico e baffuto signore, Emilio, che in italiano ci spiega la storia della chiesa situata a pochi metri da noi, e passa dal raccontarci la storia della città allo spiegarci il suo punto di vista geo-politico. Parla di mafia internazionale, ma poi aggiunge un "senza offesa" che gradiamo particolarmente. Ci congediamo dal buon Emilio quando arriva il suo autobus ed entriamo nella chiesa, trovando con nostro disappunto le catacombe chiuse. Facciamo rotta verso la Torre Fortificata, ma ci rendiamo conto che le lancette corrono e la distanza dalla Torre non ci permette di neanche di vederla: siamo quindi costretti a tornare in ostello a riprendere gli zaini, salutare Emily, e tornare in strada in cerca di un taxi verso la stazione dei treni. Arrivati alla stazione, parliamo con un impiegato della biglietteria e sobbalziamo alle parole: "There are no trains for Skopje today." E' andata così. Terza lezione di vita: controllare gli orari dei treni per tempo. Ci scuotiamo dal trauma e decidiamo di prendere un pullmann, costa di più, ma serve al suo scopo. Il viaggio scorre tranquillo tra letture, musica e panorami, interrotto solo dal controllo documenti della dogana.
A Skopje la pioggia ci dà il benvenuto, e dopo esserci informati sul treno che prenderemo domani nella spettrale stazione poco distante ci dirigiamo all'ostello.
Lì ci accolgono Nenad e la sua donna. L'atmosfera è quasi familiare e concilia il sonno che in poco tempo ci cattura. Poveracci i nostri compagni di stanza che ancora non conoscono i notturni concerti animaleschi del naso di Andrea.
venerdì 24 agosto 2012
Giorno 21
Haderslev-Flensburg-Amburgo-Monaco di Baviera, 21 agosto
2012
Il pullman delle 5:43 ci accompagna per il primo tragitto
della vertiginosa discesa verso sud in programma per la giornata. Un treno,
infatti, ci porta al confine con la Germania e un secondo ad Amburgo dove
abbiamo solo il tempo di mangiare prima di partire verso Monaco, ultima vera
tappa del nostro lungo viaggio. Ormai da tre viaggi la città bavarese si è trasformata
nella nostra Mecca, troviamo sempre un modo per passarci del tempo. Arriviamo per le 17 e per la prima volta dopo parecchi giorni proviamo la quasi
dimenticata sensazione di mettere piede su strade già in passato calcate.
Proprio a Monaco, infatti, durante l’InterRail invernale del 2011, abbiamo
trascorso la notte di capodanno vivendo probabilmente le ore più belle delle
nostre vite. Le mete obbligate sono tre: il negozio di giocattoli, la libreria
e l’Hofbräuhaus, la storica birreria nota ai più semplicemente come HB.
Il nostro pellegrinaggio ovviamente rispetta tutte le tappe
e in men che non si dica stiamo divorando due succulenti stinchi di maiale
accompagnati da grossi pretzel e annaffiati dall’originale birra bionda locale.
Come è accaduto per la serata trascorsa a Savonlinna riserveremo i particolari
più scabrosi a conversazioni private. Vi basti sapere che omettendo i
particolari più scabrosi siamo costretti di fatto a tacere gli avvenimenti dell’intera
serata.
Come al solito, comunque, Monaco e l’HB ci regalano grandi emozioni. Brindiamo alle cose più impensabili, facendo attenzione, però, a conservare un ultimo sorso.
Come al solito, comunque, Monaco e l’HB ci regalano grandi emozioni. Brindiamo alle cose più impensabili, facendo attenzione, però, a conservare un ultimo sorso.
È il brindisi finale: il viaggio è giunto al termine. Da quel
brindisi in poi avremmo dovuto parlare già solo di “ritorno a casa”. Si torna
alla vita di tutti i giorni e sappiamo che è la cosa giusta.
Brindiamo a noi, ma senza nostalgia e senza malinconia perché sappiamo che i nostri treni, le nostre strade, i nostri ostelli saranno qui ad aspettare di nuovo il nostro sudore, le nostre cazzate, i nostri zaini.
Brindiamo a noi, ma senza nostalgia e senza malinconia perché sappiamo che i nostri treni, le nostre strade, i nostri ostelli saranno qui ad aspettare di nuovo il nostro sudore, le nostre cazzate, i nostri zaini.
Andrea e Silvano.
Etichette:
Birra,
Danimarca,
Germania,
Haderslev,
HB,
Hofbräuhaus,
Interrail,
Monaco di Baviera,
Munchen,
Pretzel,
Pullman,
Stincodemaiale,
Treno,
Viaggio
Giorno 20
Copenaghen-Haderslev, 20 agosto 2012
Copenaghen, purtroppo, non è una di quelle città che
possiamo dire di aver veramente vissuto, ma certamente possiamo dire di averla
almeno “camminata” un bel po’. Le circostanze di viaggio ci portano infatti ad
optare per un giro nottetempo della capitale danese. Il cielo è coperto e senza
le stelle, le strade sono pressappoco vuote. Ogni tanto qualche losco figuro
dall’andatura incerta ci passa accanto portandosi dietro pesanti zaffate in
grado di farci sentire miracolosamente profumati. Attraversiamo la città dalla
stazione centrale fino alla celebre Christiana in cui, però, visto l’orario,
non osiamo entrare. Seduti in una piazza veniamo anche inaspettatamente
importunati da due ragazze del posto completamente ubriache, Namya e Felizian,
che più tardi ritroveremo sdraiate per strada ad urlarsi contro in preda al più
profondo dei deliri. Concludiamo la lunga passeggiata tornando al punto di
partenza dopo un paio d’ore. Ci sdraiamo finalmente su una banchina della
stazione ad aspettare l’alba. Il sole sorge e porta con sé l’improvvisa
consapevolezza che oggi è il grande giorno. La partita che avevamo deciso di
vedere si gioca oggi ad Haderslev (Danimarca). Per nulla al mondo ce la saremmo
persa. Un treno ci porta in poche ore alla stazione ferroviaria più vicina,
Vojens. Il tragitto scorrerebbe in tranquillità, se non fosse che siamo
costretti a cambiare per ben tre volte posto. Una volta arrivati dobbiamo
aspettare un pullman e ne approfittiamo per mangiare qualcosa. Haderslev è una
città molto piccola e modesta dove sembra regnare sovrana la pace. La prima
sensazione che proviamo è il contrario di ciò che ci saremmo logicamente potuti
aspettare. “Non c’è clima da partita” lamenta Il Nero. In effetti a qualche ora
dal calcio c’inizio non vediamo nessuno che possa verosimilmente essere un
tifoso di calcio. Niente colori della squadra, negozi tutti aperti e per giunta
pieni di gente. Con netto anticipo, allora, decidiamo di recarci allo stadio
per entrare in clima calcistico. Lì troviamo un vero e proprio circolo sportivo
dotato di strutture per decine di sport. Stessa atmosfera del centro città..un
giorno come tanti. Eppure la Superliga è l’equivalente danese della Serie A
italiana! Perplessi aspettiamo l’inizio della gara. In campo la formazione di
casa, il SonderjyskE, avrebbe affrontato la compagine dell’Odense nella quarta
giornata di campionato. L’ingresso nella curva del SonderjyskE, che abbiamo
scelto di sostenere, ci rivela un mondo che, abituati al calcio italiano, mai
avremmo potuto nemmeno immaginare. La curva, comunicante con la bassa tribuna,
è costituita da 7 alti gradoni e alle spalle dei tifosi una serie di chioschi vendono,
oltre alle divise della squadra, panini preparati a vista su una griglia e
caramelle di ogni tipo. Neanche i seggiolini della tribuna sono numerati e con
l’avvicinarsi della partita vanno via via riempiendosi più di quanto ci
aspettassimo. Al fischio iniziale possiamo senza dubbio dire che lo stadio
fosse tutto esaurito, compresa la curva degli ospiti. “C’è tutta la città”,
osserva Siso. Ad attirare la nostra
attenzione più della partita stessa, per la verità espressione di un livello
calcistico decisamente basso, sono gli “ultras” del SonderjyskE. Non contano
più di venti unità, attrezzati con bandiere, megafono e tamburo. Sembrano scappati
da una qualche fantasiosa e originale commedia. C’è lo zoppo, il gobbo, il nano, il baffuto, il pirata, il
vecchio pazzo, la fanciulla, il lama, l’indiano, il ciccione..sono fantastici e
ci aiutano a metabolizzare le enormi differenze tra le nostre concezioni di “calcio”.
La loro curva sembra una sagra di paese. Bambini corrono da tutte le parti,
vestiti con le più disparate divise di calcio esistenti, come durante la
ricreazione a scuola. Tutti ridono e scherzano serenamente. Eppure cantano,
tifano e soffrono, molte le mani nei capelli visibili al momento del doppio
vantaggio dell’Odense.
La percezione che hanno del calcio è fondamentalmente quella
di un semplice gioco. Quasi inconcepibile per due malati di pallone come noi. Al
termine dei 90 minuti il SonderjyskE perde 2 a 1 nonostante il talento
cristallino di Quincy Antipas, centravanti classe ’84 dello Zimbabwe. Mai una
gioia. Torniamo rapidamente in città per cenare, troviamo le vie così vive nel
pomeriggio totalmente sgombre, a conferma del fatto che tutti gli abitanti
fossero allo stadio. Mangiamo quanto possibile, per evitare di patire troppo
quell’infame appetito notturno ormai ben troppo familiare.
Troviamo un approssimativo riparo dal freddo e dai moscerini
vicino alla chiusa stazione dei pullman. Il nostro partirà alle 5:43. L’asfalto
è di nuovo il più dolce dei materassi.
Andrea e Silvano
giovedì 23 agosto 2012
Giorno 19
Stoccolma-Copenaghen, 19 agosto 2012
La colazione, che meraviglia. Passiamo quasi due ore a
mangiare. Approfittiamo anche della distrazione delle cameriere per portarci
via 4 panini ben farciti per la giornata. Solo dopo esserci lavati e vestiti,
ci decidiamo ad affrontare un problema che troppo a lungo abbiamo volutamente
taciuto: non abbiamo corone sufficienti per tornare a Stoccolma col treno. Che
fare? Le opzioni sono poche: ci avviamo a piedi, zaini in spalla. La strada è
lunga, non abbiamo cartine utili. Saggiamente, decidiamo di seguire la pista
ciclabile parallela ai binari. La Provvidenza, già generosa con la colazione,
altre due volte ci bacia questa mattina. Prima ci fa trovare uno sgangherato
carrellino arrugginito con cui riusciamo con ingegno e corda a trasportare gli
zaini, alleggerendo non poco le spalle. Lo chiamiamo Ciuffo. Dopodiché, ci fa
trovare il bigliettaio più buono dell’intero sistema dei trasporti scandinavi.
Giunti inesorabilmente ad un punto morto della pista ciclabile, infatti, proviamo
a prendere la metro sperando di poter pagare con la carta. Chiaramente, non si
può, ma il baffuto bigliettaio si commuove e ci fa passare senza aver pagato,
mettendoci subito in guardia che in caso di controllore sarebbero stati 1200
corone di multa a testa. Scavalchiamo i tornelli ringraziando in tutte le
lingue del mondo. Di controllori neanche l’ombra. Abbiamo fottuto il sistema
(per la seconda volta se si contano i panini preparati a colazione)!
In stazione ci aspetta la prima sola della giornata: le
cassette di sicurezza sono tutte maledettamente occupate, e siamo condannati a
girare la città con gli zaini in spalla. Quanto ci manca Ciuffo…
Stoccolma è una metropoli. La prima vera grande città che troviamo in Scandinavia. La camminiamo il più possibile, ammirandone i tetti neri, le alte costruzioni in mattoni rossi e le viuzze piene di bar e negozi del centro.
Stoccolma è una metropoli. La prima vera grande città che troviamo in Scandinavia. La camminiamo il più possibile, ammirandone i tetti neri, le alte costruzioni in mattoni rossi e le viuzze piene di bar e negozi del centro.
Proprio in una di queste vie decidiamo di rifiatare un po’, comodamente seduti per terra.
All’improvviso, nel vociare confuso dei passanti si distingue un chiaro accento
toscano: “C’avevamo quasi rinunciato!”.
Alziamo lo sguardo increduli: Levante e Caterina!!! Le nostre strade si erano incrociate l’ultima volta a Oulu e le possibilità che ciò accadesse per la terza volta rasentavano lo zero. Invece eccoli là, belli come il sole! Finalmente procediamo con le presentazioni ufficiali, si chiamano Daniele e Giulia. Facciamo due chiacchiere come se fossimo amici di vecchia data, prima di separarci di nuovo.
Levante e Caterina... “Assurdo”, continuiamo a ripeterci, “ma bellissimo!”.
Alziamo lo sguardo increduli: Levante e Caterina!!! Le nostre strade si erano incrociate l’ultima volta a Oulu e le possibilità che ciò accadesse per la terza volta rasentavano lo zero. Invece eccoli là, belli come il sole! Finalmente procediamo con le presentazioni ufficiali, si chiamano Daniele e Giulia. Facciamo due chiacchiere come se fossimo amici di vecchia data, prima di separarci di nuovo.
Levante e Caterina... “Assurdo”, continuiamo a ripeterci, “ma bellissimo!”.
Il giro di Stoccolma si conclude relativamente presto: il nostro
treno per Copenaghen parte alle 18. Saliamo su un vagone qualsiasi della
seconda classe non sapendo, anche se il sospetto c’era in qualche modo venuto,
che la prenotazione del posto a sedere (e quindi il pagamento di un
supplemento) è in questa occasione obbligatoria e siamo costretti a pagare
direttamente al controllore. La giornata si conclude con l’arrivo in nottata a
Copenaghen. Per fortuna il deposito è ancora aperto e abbiamo la possibilità di
liberarci dei grossi zaini.
Poi si parte: Copenaghen by night.
Andrea e Silvano
Giorno 18
Stavanger-Oslo-Stoccolma, 18 agosto 2012
Il diciottesimo giorno di viaggio è uno di quei classici
giorni di transizione e continuo spostamento. Il treno da Stavanger si è
inspiegabilmente fermato alle 5 del mattino, costringendoci a prendere
l’ennesimo pullman. Il ritorno a Oslo è poco più che un lampo. Il tabellone
della stazione ci rivela l’esistenza di un treno diretto a Stoccolma in
partenza. La stanchezza scompare d’un tratto ed entrambi ci trasformiamo in
centometristi olimpionici (con tanto di zaino) e riusciamo a salire in tempo.
Entriamo con irruenza nel vagone, forse un po’ troppa, e Il Nero sbatte
inavvertitamente la porta del vagone contro quella del vicino bagno da cui
stava uscendo proprio in quell’istante un ragazzo. Se sia stata la stanchezza
oppure gli odori esalati dal gabinetto a bruciare il cervello di quest’uomo non
lo sappiamo, fatto sta che immediatamente comincia a urlare nella sua lingua in
faccia al Nero. La cosa divertente è che, resosi conto che nessuno di noi due
aveva intenzione di avere paura di lui, ci ha improvvisamente perdonati. Una
magnanima testa di cazzo, non c’è che dire.
Il viaggio in treno, comunque, prosegue serenamente fino
alla capitale svedese. Non sappiamo ancora dove dormire, ma, data la nostra
indecente condizione igienica (l’ultima doccia risale a Narvik), cediamo alla
tentazione dell’unico ostello disponibile, benché situato un po’ fuori città.
Raggiungerlo è una delle 4 cose più difficili della nostra vita, ma alla fine
ce la facciamo, dopo un treno e tanti piedi. La doccia è meravigliosa. I
capelli del Nero tornano finalmente biondi!
Decidiamo di risparmiare sulla cena per poi goderci al
mattino una colazione sontuosa. Ci addormentiamo godendoci l’ormai dimenticata
sensazione di dormire in posizione orizzontale, ma solo dopo aver visto la
puntata del giorno di una fiction inglese.
Andrea e Silvano
Giorno 17
Stavanger, 17 agosto 2012
Stavanger non è una città molto conosciuta al di fuori dalla terra scandinava, è un
piccolo centro abitato sui fiordi della costa sud-occidentale norvegese
collegato dai treni solo ed esclusivamente alla capitale. A portarci qui non è
di certo il fatto che ogni volta che Il Nero nomina il posto, Siso non può fare
a meno di indicare il proprio apparato riproduttivo con entrambi i palmi
rivolti verso l’alto, storpiandone il nome in “ ‘sta vanga! ”. Benissimo. Ad
ogni modo, si dà il caso che nei pressi di questa località apparentemente dimenticata
da Dio e dagli uomini si trovi uno degli spettacoli naturali più belli d’Europa
se non del mondo. Si chiama Preikestolen (roccia pulpito), è una piattaforma
naturale di roccia che affaccia a strapiombo sul mare offrendo l’incredibile
vista dei fiordi. È raggiungibile tramite un sentiero non facilissimo di 3 km,
ma stavolta non avremo gli zaini. Andiamo con ordine, però. Arriviamo
abbastanza presto a destinazione per poterci godere con calma la colazione e
per poterci dare un’approssimativa lavata generale nei bagni della stazione
(anche questi a pagamento). Lasciamo gli zaini nelle cassette di sicurezza e ci
avviamo verso l’Info Tourist. Quello che sappiamo è che dovremo prendere un
traghetto e un pullman per arrivare all’imbocco del sentiero; quello che non
sappiamo è quali, quando, dove e come prenderli. È comunque un buon inizio.
All’ufficio turistico ci indirizzano verso una nave prossima
a partire e ci vendono anche il biglietto valido per il pullman. Indovinate un
po’? Perdiamo il primo traghetto. E anche il secondo. Il terzo nemmeno esiste.
Il Preikestolen sembra destinato a rimanere un sogno. Sembra…ma non abbiamo
intenzione di rinunciare. Torniamo all’ufficio e spieghiamo il problema.
Improvvisamente ci sentiamo profondamente stupidi, anche più del solito.
Sbagliavamo molo. La nostra nave è esattamente dall’altro lato della città e
siamo ancora in tempo per prenderla. La Provvidenza non ci abbandona mai. Tutto
sommato, siamo contenti così. La nostra idiozia ci ha permesso di vivere
qualche ora in più Stavanger, che si rivela proprio una bella scoperta.
Il tragitto in nave dura una quarantina di minuti. Siso,
ovviamente, dorme, aiutato anche dalla mascherina per gli occhi presa sul treno
della notte precedente. Il pullman dura ancora meno, ma Siso dorme anche lì. Il
sentiero non è eccessivamente lungo, praticamente un terzo di quello che ci ha
portato a Knivskjellodden, tuttavia in alcuni punti somiglia più ad
un’arrampicata che ad un’escursione. Si passa da pareti di roccia a spiazzi
acquitrinosi. L’ultimo tratto sul bordo dell’alta scogliera è a dir poco pazzesco.
Voltiamo l’ultimo angolo dopo due ore di cammino e quello che ci si presenta
è un….è inutile provare a descriverlo con le parole: qualunque aggettivo, qualunque
possibile descrizione ci sia finora venuta in mente non può essere ritenuta
nemmeno lontanamente sufficiente a dipingere per voi questo spettacolo. Lasceremo che siano le immagini a venirci in soccorso, per quanto possibile.
Non sappiamo dire con esattezza quanto tempo siamo rimasti
in contemplazione, non vogliamo saperlo. Il tempo l’abbiamo lasciato laggiù.
Alla fine, comunque, siamo tornati sui nostri passi. Il tempo ci ha educatamente aspettato e ha addirittura fatto amicizia con la Provvidenza che veglia su di noi,
permettendoci di prendere per un soffio l’ultimo pullman utile.
Il programma ora prevede di tornare a Oslo per raggiungere
Stoccolma, costretti a malincuore a rinunciare ad andare Bergen, città sede del
A.S. Roma Club Norvegia. Il treno che prendiamo è l’ennesimo notturno.
Nessuno di noi ha sognato quella notte, non serve farlo quando la realtà supera l’immaginazione.
Andrea e Silvano
domenica 19 agosto 2012
Giorno 16
Oslo, 16 agosto 2012
Il treno arriva puntuale nella capitale norvegese. Ci
sveglia la solita voce del capotreno, resa metallica dagli altoparlanti. Gli
occhi sono pesanti, ma la stanchezza lascia presto il posto all’entusiasmo. La
colazione, modesta ma sufficiente, è in stazione. Decidiamo saggiamente di
lasciare gli zaini nelle cassette di sicurezza e, belli alleggeriti, andiamo
finalmente in esplorazione. La prima cosa che notiamo, camminando nelle vie e
nei parchi, è il grande numero di statue presenti. Dedicate a personalità di
ogni genere (compreso il pittore Munch), sono disseminate in tutto il
reticolato cittadino, agli angoli delle strade e al centro delle piazze. Prima
tappa “turistica” non può non essere la cattedrale, poco distante. Particolarmente
commovente il grande cuore in ricordo delle vittime della strage di Utoya,
posto nel prato appena sotto il campanile.
Seconda annotazione: Oslo è piena di mercatini di diverso
genere. Dalla frutta all’usato, da simboli religiosi orientali a souvenir con i
vichinghi. Ci perdiamo per un po’ tra le bancarelle, prima di fermarci a
pranzare. All’improvviso, un vero e proprio miracolo sembra avvenire. Due
ragazzi vestiti di verde, con enormi palloncini gonfiati ad elio dello stesso
colore, ci regalano due buoni da 100 corone (circa 13 euro). “Per cosa?”
chiediamo. La loro risposta, tradotta dall’inglese, è più o meno questa:
“Potete spenderli in un negozio di mele qui vicino.” Fantastico! Cibo gratis!
La fortuna ci bacia e, forti di questa convinzione, andiamo subito al negozio.
Ecco, a questo punto ci sentiamo presi per il culo. A quanto pare, la nostra
interpretazione della parola “apple” come identificativa del comune frutto del
melo (quello mangiato da Eva, per intenderci) non era corretta. La fredda
vetrina del posto ci sputa in faccia la verità: iPhone, iPad, iPod e Mac ovunque.
Grazie mille, caro Steve!
Ci ridiamo su e ci sfottiamo un po’ da soli prima di
proseguire nel nostro giro. Seguiamo una lunga strada piena di gente. Man mano
che andiamo avanti, le persone diminuiscono progressivamente. Siamo
evidentemente usciti dalla zona turistica. Come per incanto, ci troviamo
davanti ad un negozio di rigattieri apparentemente gestito solo da donne. Che
fai, non entri? Siamo entrati. Lo giriamo da capo a fondo, lasciandoci per
ultima l’area dei libri. È proprio lì, infatti, che trascorriamo quasi due ore
a curiosare tra gli scaffali. Ci sono molti libri in inglese ed appare subito
chiaro che non usciremo da qui a mani vuote. Compriamo ben 4 libri (1 per Siso
e 3 per Il Nero), ma paghiamo solo 50 corone (100 erano circa 13 euro, quindi fate voi il calcolo…). E’ proprio pagando,
tra l’altro, che Siso si innamora definitivamente della cassiera del negozio,
giusto in tempo per prometterle eterno amore e per giurare che tornerà a
sposarla. C’è del tenero.
Continuiamo a girare la città, accorgendoci presto di averne
praticamente già visto la gran parte. In una libreria conosciamo una gentile
signora che ha studiato 12 anni in Italia e che ci chiede come si pronuncia la
parola “Carpaccio”, da lei scritta su un post-it. Continuiamo a camminare per
la città, spinti anche dall’incredibile concentrazione di…come dire…esemplari
del sesso opposto di bellezza in qualche modo superiore alla media. Gnocche, in
pratica.
Ceniamo con tutta calma, prima di tornare in stazione, dove
torniamo giusto in tempo per scoprire che il nostro treno notturno per
Stavanger è stato cancellato. Benissimo. C’è, però, un pullman sostitutivo che
ci porta per una parte di viaggio, prima di scaricarci su un treno. Chiudiamo
finalmente gli occhi, una volta sui sedili, ma sulle palpebre abbiamo ancora
impresse le vie di Oslo che, come poche altre città in passato hanno fatto,
sono rimaste in una parte speciale della memoria.
Andrea e Silvano
Giorni 14 e 15
Narvik-Kiruna-Sundvall-Ostersund-Trondheim, 14 e 15 agosto
2012
Svegli. Ci godiamo fino all’ultimo secondo la comodità e la
pace dei nostri letti. Il cellulare suona una volta ancora. In piedi.
L’incredibile aspettativa della colazione pronta e calda ci dà la definitiva
spinta a vivere questa nuova giornata fino in fondo. E cominciamo proprio bene,
con una colazione degna di un re. Dolce e salato si mischiano in orge di cibo
nelle nostre affamate fauci. Mangia questo, mangia quest’altro e alla fine il
primo treno è bello che perso. Ne è valsa la pena. Con gli stomaci pieni e gli
zaini in spalla percorriamo la strada fino alla stazione. C’è un secondo treno,
tra poche ore, perfetto per noi. Nella sala d’attesa, presto affollatissima,
prevale l’elemento italiano. Quasi per caso, a pochi minuti dalla partenza del
treno, scopriamo che c’è stato un intoppo. I vagoni sono fermi a 190 km da
Narvik, pare che il conducente abbia avuto un problema grave. Saliamo su un
pullman sostitutivo, che ci porterà fino a Kiruna, dal treno. Il tragitto è un
assoluto calvario. I posti sono occupati fino all’ultimo e la temperatura è
vicina ai 50 gradi. Altolà al sudore.
In due ore siamo a destinazione. Il nostro treno ha come
ultima fermata Stoccolma, il piano è scendere ad Ange (Svezia) e da lì tornare
in terra norvegese (la particolare struttura delle ferrovie scandinave ci
impone il ping-pong tra i due stati). L’arrivo previsto è per le ore 6 e
qualcosa del mattino. Il motivo per cui non ce lo ricordiamo risiede nel
simpatico fatto che dormiamo entrambi esattamente mentre il treno la sta superando.
Esatto, l’abbiamo persa. La notte in treno è passata tranquilla: personaggio
interessante il ragazzo seduto davanti a noi che dal suo portatile connesso a
internet ha guardato una serie di film (tra cui il capolavoro Fight Club) per
poi, a notte fonda (solo Il Nero è
sveglio nel vagone,) chiudersi con esso in bagno e sparire una buona mezz’ora.
Una situazione quantomeno bizzarra, anche a non voler pensare male! Fatto sta
che nessuno dei due riesce a svegliarsi in tempo per accorgersi della fermata. Poco
male, scendiamo a quella dopo: Sundsvall.
Il primo impatto tra il Nero e la Svezia non è dei migliori:
l’ingegnoso sistema di accesso ai bagni della stazione tramite pagamento via
sms fa i capricci. Proviamo ripetutamente, ma invano. La colpevole porta viene
quindi ripetutamente percossa dal Nero. Siso, solidale, se la ride. Aspettando
il treno per Ostersund (via Ange) decidiamo di vedere una qualunque partita di
calcio in un qualunque stadio prima del ritorno in Patria. L’iniziale ipotesi
Norvegia-Grecia, in programma per la sera, tramonta a causa dei tempi
ferroviari e ci orientiamo verso una partita di campionato danese, che si
giocherà il 20, Sonderyske-Odense.
Sul treno conosciamo un ragazzo italiano che viaggia da
solo, è in infradito e ama le feste in discoteca. Non proprio i nostri stessi
gusti, diciamo.
Ostersund è una piccola città svedese a ridosso di un lago. Abbiamo
parecchio tempo prima della prossima partenza,
e decidiamo di viverla quanto possiamo. Pranziamo con degli indecorosi
ravioli in scatola e Il Nero vive un’altra disavventura con i bagni locali.
Qualcuno la pagherà.
La città è piena di vita, nelle luminose vie del centro è
pieno di bancarelle e i negozi sono tutti aperti. Un negozio di musica attira
la nostra attenzione, e la seconda grande decisione del giorno viene presa ma,
per ora, rimane un segreto. Passiamo davanti anche al fantastico Bar dello
Sport, purtroppo chiuso, innamorandoci dell’atmosfera che lo circonda. Nel
complesso il posto ci piace molto, e trascorriamo una piacevole giornata tra i
suoi abitanti.
Si riparte, direzione Trondheim (Norvegia). Il pessimo
pranzo ha lasciato un grosso vuoto e, una volta arrivati, ci affrettiamo a
riempirlo con costose porzioni di pasta riscaldata, ma tutto sommato buona.
Facciamo un rapido giro della città, ma tutto è già chiuso, fatta eccezione per
qualche pub o discoteca. Non c’è tempo, però, di nuovo in viaggio. Finalmente
verso Oslo.
Iscriviti a:
Post (Atom)










