Monaco, 17 agosto 2014
A Monaco tutto si ferma, il passato e il futuro si ritraggono lasciando il posto ad un eterno presente, un eterno hic et nunc. A Monaco tutto svanisce, i monasteri ortodossi e i minareti turchi, le donne rumene e quelle francesi. Nulla di tutto questo esiste più: a Monaco c'è solo Monaco.
Uscire dalla Hauptbhanhof (la Stazione Centrale) racchiude in sé una misteriosa duplice magia, come di uscita dal grembo materno e al tempo stesso ritorno al nido, al monte, all'essenza.
La Baviera ci accoglie bene, è una bella domenica di sole e presto capiamo che non a caso siamo capitati qui in un giorno festivo. Due delle nostre tre tappe fisse, il negozio di giocattoli e l'immensa libreria, sono chiuse (la terza, l'Hofbrauhaus, non chiude mai) e questo ci dà più tempo del solito per girare la città. Le ultime due volte a Monaco, infatti, ci hanno permesso di vedere ben poco.
Passeggiamo fino all'enorme giardino inglese, dove centinaia di famiglie trascorrono la domenica, tra gruppi di ragazzi che lanciano frisbee, gruppi multietnici che suonano musiche tribali, e persino decine di uomini di mezza età completamente nudi. Il prato è attraversato da un corso d'acqua che seguiamo fino all'estremità opposta. Qui, ai piedi di una specie di pagoda, tavoli e tavoli pieni di carne, bretzel e birra. Ne approfittiamo per bere qualcosa e dividerci un bretzel, accompagnati dalla musica suonata da un gruppo in cima alla pagoda. Tutto intorno a noi sa di vita, compreso il tavolo di tedesche ultrasettantenni accanto al nostro.
Camminando ad un metro da terra, percorriamo una via alternativa per tornare indietro, fermandoci come molti altri ad ascoltare la musica tribale. Il ritmo incalzante delle percussioni arrangiate ispira anziane e giovani bellezze al ballo più sfrenato.
Dobbiamo mangiare presto e dunque facciamo rotta verso la zona dell'Hofbrauhaus, con una piccola deviazione per Odeonsplatz. Ci imbattiamo, attraversando un parchetto, in un tempietto circolare adibito a pista ad ballo, dove coppie di ogni età si lanciano in incredibili performance danzanti. La musica, i colori e persino le acconciature ci danno in qualche modo la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, e per un po' ci lasciamo trasportare dal sogno...
Non vi è modo, né in questa né in altre lingue, di descrivere la cena che ci godiamo. Il menù, però, è sempre lo stesso: stinco di maiale, bretzel e litro di birra. Deve essere così che si nutrono gli dei. Un solo elemento di disturbo riesce, per un minuscolo istante, a rompere l'incanto ravvivando forte in noi il desiderio dello schiaffo e del pugno. Una comitiva italiana dall'accento lombardo ci si siede accanto, chiedendoci di aiutarla nella traduzione del menù dal tedesco. Aiuto che neghiamo loro categoricamente quando la bionda signora seduta vicino a Siso domanda: "C'è la cotoletta alla milanese?"
Per fortuna si spostano poco dopo, riunendosi al resto della loro degenerata compagnia.
Sfamati e contenti facciamo un giro di Monaco al chiaro di luna, ribadendo ad ogni passo la nostra ferma volontà di dedicarle nel prossimo futuro ben più che una semplice giornata.
Tornando in stazione ci fermiamo ad assistere all'esibizione di un artista di strada in grado di alternare performance canore di livello a spassose gag in lingua inglese, costituite perlopiù da insulti "razzisti" legati alle diverse nazionalità del pubblico presente.
In stazione viviamo l'ultima (dis)avventura del viaggio. Arriviamo praticamente un secondo prima che parta il nostro treno per Venezia, appena in tempo per scoprire che avremmo dovuto pagare qualche euro per riservarci il posto. I vagoni sono tutti pieni, e i controllori non fanno strappi alle regole. Di per sè non sarebbe un gran problema, se non fosse che abbiamo da giorni preso appuntamento a Venezia con Morgan che, col sistema BlaBlaCar, ci porterà a Roma in macchina.
Ecco allora che le nostre giovani menti, ormai avvezze a districarsi in simili spinose situazioni, si mettono in moto per incastrare treni, autobus, carrozze, monopattini, skilift e deltaplani di mezza Europa. Non è mangiando fettine panate che siamo cresciuti, ed ecco che tutto si sistema esattamente al posto giusto: in fondo alla notte vediamo Venezia.
Siamo arrivati alla fine anche questa volta. Abbiamo resistito due lunghi anni lontani dalle stazioni e dall'asfalto dell'Europa ed ora che tutto sta finendo sentiamo già la spinta verso la prossima partenza. E' giusto, però, lo sentiamo, tornare a casa adesso. Tornare per dare il tempo al corpo e agli occhi di assimilare le meraviglie viste, i segreti svelati, le verità apprese e anche i dubbi sorti.
Dal viaggio si torna più ricchi, in qualche misura più esperti delle cose del mondo, e soprattutto più consapevoli. Fuori dai cuscini delle nostre stanze c'è tutta una realtà in cui un bicchiere d'acqua vale più di qualunque cosa, in cui l'ultimo dei disperati diventa il primo se non l'unico a cui affidarsi, in cui la notte fa freddo anche se è agosto.
La notte...
E' lei la nostra compagna più fedele, in ogni anfratto del globo seduta ad aspettarci, dietro l'angolo o dietro la montagna. Dolce e cruda, sbronza e placida.
Ora sì, ora lo sappiamo: qualunque sia la destinazione, qualunque sia il mezzo di trasporto, qualunque somma tu abbia in tasca o sogni in testa, il viaggio è sempre diretto al termine della notte.
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giovedì 21 agosto 2014
Giorno 21
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mercoledì 20 agosto 2014
Giorno 20
Fiume, 16 agosto 2014
Fiume è l'ultima fermata prima di arrivare a Monaco, tappa sacra dell'InterRail come già vi abbiamo raccontato. La giriamo sospinti dal vento, stanchi all'inverosimile e infreddoliti da fame e stanchezza.
La città non ci piace granché e il fatto che al mercato non ci regalino del cibo come a Spalato non migliora di certo la nostra opinione. Nemmeno il castello offre particolari emozioni e i 560 scalini che percorriamo per raggiungerlo sono di gran lunga più affascinanti del panorama che da lassù si ammira.
Il Korzo (corso), ad ogni modo, si lascia piacevolmente camminare, e le montagne alle spalle della città offrono qualche scorcio da cartolina.
Il Korzo (corso), ad ogni modo, si lascia piacevolmente camminare, e le montagne alle spalle della città offrono qualche scorcio da cartolina.
Già delusi dalla mediocrità di Fiume, diamo il colpo di grazia alla giornata contando i pochi soldi croati che ci sono rimasti.
Abbiamo un "Fondo Monaco", intoccabile, che significa stinco di maiale e litro di birra. Un secondo fondo, il "Fondo Morgan", ci servirà per il rientro a Roma.
In soldi croati abbiamo l'equivalente di una decina di euro da farci bastare, in due, per pranzo e cena. Unica luce: il boccione da 5 litri, battezzato con il nome di Voda, ormai svuotato dell'acqua distillata finita a Spalato e riempito ad una (stavolta affidabile) fontanella. Se non altro, sembra che anche oggi non saremo tentati di entrare nelle chiese per dissetarci con l'acqua santa.
Passiamo il pomeriggio a pensare come sfruttare al meglio il denaro rimasto, rimproverandoci gli inutili vezzi dei giorni precedenti. All'improvviso Fiume si trasforma in Christiania di Knut Hamsun, l'Oslo del capolavoro "Fame", e il tempo sembra dilatarsi all'inverosimile mentre sentiamo lo stomaco contorcersi al ritmo incessante di gorgoglii imploranti.
Passiamo il pomeriggio a pensare come sfruttare al meglio il denaro rimasto, rimproverandoci gli inutili vezzi dei giorni precedenti. All'improvviso Fiume si trasforma in Christiania di Knut Hamsun, l'Oslo del capolavoro "Fame", e il tempo sembra dilatarsi all'inverosimile mentre sentiamo lo stomaco contorcersi al ritmo incessante di gorgoglii imploranti.
Sul far della sera, un Siso un po' John Nash e un po' Cristo riesce ad incastrare le poche monete rimaste in una cena miracolosa che ci rimette al mondo.
Siamo pronti e carichi per la notte che, secondo le nostre fonti, passerà per intero su un curioso treno che da Fiume arriva fino a Monaco. C'è fonte e fonte, però, e la nostra non si rivela così affidabile.
Dopo poche ore di viaggio ci fanno scendere dal treno: siamo in Austria. Davanti a noi, sul binario più vicino, sul fianco di un treno leggiamo la scritta "Munchen Hbf". La seguiamo simili a mosche in picchiata su una lampadina e, come tali, ci schiantiamo. Non sul vetro, ma su una schiera di mini-austriaci pelati dalla faccia cattiva che sentenziano con un sorriso beffardo. "No reservation, no place!"
Facciamo i conti con la realtà, pronti ad attraversare lo stesso inferno pur di arrivare in Baviera. Ci rendiamo conto di essere a Villach, la città di Lena e Selina, e non possiamo fare a meno di notare che il Karma, se esiste, ha un fottuto senso dell'umorismo. Insieme ad una piuttosto ampia compagnia di sbandati come noi, ci troviamo a cercare di prendere sonno con la testa sugli zaini e la schiena sul pavimento della stazione.
Nota per i lettori: in Austria, di notte, anche ad agosto fa un freddo porco.
Il nostro treno parte alle 7, ma alle 5 siamo già, o ancora, in piedi (in particolare Andrea, svegliato di colpo da un incubo: "Siso mortacci tua, ho sognato che mi perdevi lo zaino!").
Al piano di sotto della stazione, una specie di pub fa orario continuato. Fa caldo, servono birra, e c'è un tavolo pieno di squinzie: non sedersi sarebbe da sciocchi.
Facciamo colazione con birra e patatine mentre, sopra di noi, il cielo comincia a schiarirsi e il sole fa la sua comparsa sopra le montagne, puntuale come sempre, puntuale come il treno per Monaco.
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martedì 19 agosto 2014
Giorno 19
Spalato, 15 agosto 2014
La notte in treno non fa minimamente rimpiangere la comodità del letto di Ljubljana. A svegliarci sono i panorami meravigliosi della costa croata, illuminati da un pallido sole che promette una splendida giornata. Città, ma sarebbe meglio dire villaggi, incastrati tra il mare e le montagne si susseguono fuori dal finestrino rendendo dolce il nostro mattino più di quanto avrebbe fatto una qualunque colazione.
Detto questo, però, non si vive di soli panorami e allora, dopo esserci cambiati e attrezzati per la giornata, provvediamo a mettere zuccheri in corpo con un paio di cornetti. Sono appena le 7, ma siamo stracarichi e pronti a tutto.
La città è davvero piccola e ancor più piccola ne è la parte culturalmente più rilevante. Decidiamo di dedicare a quest'ultima l'ancora ampia mattinata, per poi passare la restante parte del giorno a rilassarci sfruttando il bellissimo mare che si stende tra noi e l'Italia.
Attraversiamo le mura del Palazzo di Diocleziano, da intendersi non come singolo edificio, bensì come vero e proprio quartiere storico. Raccolto tra mura, ne apprezziamo le quattro porte (Aurea, Argentea, Ferrea e Bronzea) e saliamo sul campanile della chiesa per abbracciare con gli occhi l'intera città. Ci lasciamo trasportare dagli stretti vicoli che fanno sembrare Spalato uno di quei paesi disseminati nel centro e nel sud dello stivale. Attraversiamo anche il mercato dove ci regalano assaggi di uva e fichi.
La nostra guida Lonely Planet ci consiglia un preciso punto in cui godersi il mare ma noi, in direzione ostinata e contraria, ci rechiamo da tutt'altra parte. Non prima, chiaramente, di aver fatto la spesa per il pranzo, impreziosita da un boccione d'acqua da 5 litri (troppo tardi rivelatasi distillata) e un cartone di vino rosso degno di noi (una specie di Tavernello locale). Seguendo il lungomare di cemento ci siamo spinti fino alla verde collina che sembra proteggere l'intera Spalato prima di tuffarsi nell'acqua dell'Adriatico.
Prendiamo posto sotto un albero che, spaventosamente piegato, fa ombra ad una buona porzione del grosso scoglio che ci ospita. Intorno a noi ci sono piccoli gruppetti di turisti, una famiglia di tedeschi e anche qualche locale, ma la nostra attenzione viene completamente catturata da tre ragazze francesi meravigliosamente in topless. Fanculo, Lonely Planet!
Per raffreddare corpi e animi ci gettiamo in acqua, battezzando il viaggio con il primo bagno nella storia dei nostri InterRail. Mentre la fredda carezza dell'acqua salata ci culla e ci purifica, il sole ormai alto ci brucia le spalle e la schiena, ce ne freghiamo stupidamente pronti a pagarne le atroci conseguenze.
Il pomeriggio scorre così, dopo un pasto frugale innaffiato dall'elegante vinello, nuotando un po' in mare e un po' nelle pagine dei nostri libri (senza trascurare le francesi, sia ben chiaro).
Affamati, torniamo in città dove il salutare e raffinato spuntino prevede gelato e birra, la coppia dell'anno.
Il nostro treno parte abbastanza presto, dandoci appena il tempo di mangiare seduti sul pavimento appiccicoso della stazione. La notte sarà spezzata da un cambio di treno alla stazione di Ogulin, ma quello che entrambi temiamo di più non è la stanchezza: sono le ustioni.
La notte in treno non fa minimamente rimpiangere la comodità del letto di Ljubljana. A svegliarci sono i panorami meravigliosi della costa croata, illuminati da un pallido sole che promette una splendida giornata. Città, ma sarebbe meglio dire villaggi, incastrati tra il mare e le montagne si susseguono fuori dal finestrino rendendo dolce il nostro mattino più di quanto avrebbe fatto una qualunque colazione.
Detto questo, però, non si vive di soli panorami e allora, dopo esserci cambiati e attrezzati per la giornata, provvediamo a mettere zuccheri in corpo con un paio di cornetti. Sono appena le 7, ma siamo stracarichi e pronti a tutto.
La città è davvero piccola e ancor più piccola ne è la parte culturalmente più rilevante. Decidiamo di dedicare a quest'ultima l'ancora ampia mattinata, per poi passare la restante parte del giorno a rilassarci sfruttando il bellissimo mare che si stende tra noi e l'Italia.
Attraversiamo le mura del Palazzo di Diocleziano, da intendersi non come singolo edificio, bensì come vero e proprio quartiere storico. Raccolto tra mura, ne apprezziamo le quattro porte (Aurea, Argentea, Ferrea e Bronzea) e saliamo sul campanile della chiesa per abbracciare con gli occhi l'intera città. Ci lasciamo trasportare dagli stretti vicoli che fanno sembrare Spalato uno di quei paesi disseminati nel centro e nel sud dello stivale. Attraversiamo anche il mercato dove ci regalano assaggi di uva e fichi.
La nostra guida Lonely Planet ci consiglia un preciso punto in cui godersi il mare ma noi, in direzione ostinata e contraria, ci rechiamo da tutt'altra parte. Non prima, chiaramente, di aver fatto la spesa per il pranzo, impreziosita da un boccione d'acqua da 5 litri (troppo tardi rivelatasi distillata) e un cartone di vino rosso degno di noi (una specie di Tavernello locale). Seguendo il lungomare di cemento ci siamo spinti fino alla verde collina che sembra proteggere l'intera Spalato prima di tuffarsi nell'acqua dell'Adriatico.
Prendiamo posto sotto un albero che, spaventosamente piegato, fa ombra ad una buona porzione del grosso scoglio che ci ospita. Intorno a noi ci sono piccoli gruppetti di turisti, una famiglia di tedeschi e anche qualche locale, ma la nostra attenzione viene completamente catturata da tre ragazze francesi meravigliosamente in topless. Fanculo, Lonely Planet!
Per raffreddare corpi e animi ci gettiamo in acqua, battezzando il viaggio con il primo bagno nella storia dei nostri InterRail. Mentre la fredda carezza dell'acqua salata ci culla e ci purifica, il sole ormai alto ci brucia le spalle e la schiena, ce ne freghiamo stupidamente pronti a pagarne le atroci conseguenze.
Il pomeriggio scorre così, dopo un pasto frugale innaffiato dall'elegante vinello, nuotando un po' in mare e un po' nelle pagine dei nostri libri (senza trascurare le francesi, sia ben chiaro).
Affamati, torniamo in città dove il salutare e raffinato spuntino prevede gelato e birra, la coppia dell'anno.
Il nostro treno parte abbastanza presto, dandoci appena il tempo di mangiare seduti sul pavimento appiccicoso della stazione. La notte sarà spezzata da un cambio di treno alla stazione di Ogulin, ma quello che entrambi temiamo di più non è la stanchezza: sono le ustioni.
martedì 12 agosto 2014
Giorno 15
Budapest-Vienna, 11 agosto 2014
Dopo tre notti passate a zonzo sui treni d'Europa, il letto dello Judit Apartment farebbe impallidire perfino Giorgio Mastrota; tutte le sue certezze in fatto di comodità crollerebbero all'istante di fronte a un sì soave giaciglio. Prima di addormentarci la questione sveglia non è stata nemmeno sfiorata e al mattino dire che ce la prendiamo comoda è un eufemismo. Ogni minuto di sonno è prezioso, ma minuto dopo minuto è un attimo che si fanno le 10, fatidica ora del checkout. L'addetta alle pulizie, con fare deciso ma educato, ci fa notare l'ora e noi ci affrettiamo a lasciare la stanza, decisi a portare a termine il giro della città che la sera prima avevamo programmato. Depositati gli zaini nella locker room dell'ostello ci incamminiamo, con le spalle scariche e il passo svelto, verso la colazione. Andrea e Siso prendono un saccottino dal ripieno ignoto che si rivelerà poi, per la gioia del primo e la perplessità del secondo, contenere uvetta, mentre Casty opta per una torta, il tutto consumato sulle panchine del parchetto lì di fianco. Non abbiamo tutta la giornata, quindi non ci fermiamo troppo a goderci il tiepido sole del mattino, ma ci dirigiamo subito verso il Castello. Attraversiamo ancora il Ponte delle Catene e ci troviamo nella piazzetta da cui parte la funicolare per il castello. Non sono né la fila disumana, né il caldo o il prezzo del biglietto a non farci prendere minimamente in considerazione l'opzione funicolare, ma lo spirito stesso d'avventura e sacrificio che ci spinge a percorrere la nemmeno troppo faticosa salita. Arrivati in cima l'atmosfera è surreale: rivolti al panorama Danubio-città, alle nostre spalle un coro polacco in trasferta comincia ad intonare dei meravigliosi canti verosimilmente di chiesa intrattenendo noi e tutti i turisti presenti. Ci godiamo lo spettacolo a sorpresa, non solo uditivo a guardar bene alcune giovani coriste, ma presto un getto di acqua gelida di ricorda la meschinità dell'esistenza. La ricca esposizione di quadri ospitata dal castello è chiusa ai visitatori il lunedì. E' un peccato, ma fa parte del gioco. La passeggiata prosegue sotto il sole sempre più alto e caldo. Adesso la destinazione è l'ostello, dove andiamo a recuperare gli zaini prima di tornare in stazione e pranzare in attesa del nostro treno. Proprio in ostello mettiamo le mani su una serie di buoni validi per il Burger King che sembrano mandatici dal cielo. Anche stavolta, però, il dio dell'InterRail decide di colpirci, punendo con ogni probabilità la nostra ingordigia. Fraintendiamo il contenuto degli sconti e ci troviamo in un lampo con una valanga di cibo spazzatura e una ventina di euro in meno. Se questa è una sfida, allora vogliamo vincerla: il primo che smarrisce il sorriso ha perso! I minuti passano e il nostro treno è ancora un fantasma. Una incomprensibile scritta campeggia nel tabellone accanto all'orario di partenza. "Cancellato". C'è scritto "cancellato". Cambiamo programma, allora, non rassegnandoci all'avverso fato. Eliminiamo il giro a Bratislava dai nostri programmi e mettiamo Vienna nel mirino. E chi ci ferma adesso? Nessuno, nemmeno il caldo infernale del primo treno su cui saliamo. A Vienna prevediamo di passare la notte a spasso e, a darci il benvenuto chi altri poteva esserci se non Giove Pluvio in vena di scherzi? Esatto, piove e fa freddo. E per chi non si fosse mai trovato nella situazione adatta a scoprirlo, le stazioni, almeno in questa parte del mondo, a una certa ora chiudono. E' solo grazie all'ingegno di Siso e all'efficienza delle ferrovie austro-tedesche, però, che beffiamo anche il vecchio Giove Pluvio. L'idea è questa: passare la notte prendendo un treno di 5 ore fino a Monaco di Baviera e poi immediatamente un altro da lì a Vienna per un totale di 10 ore circa rubate all'asfalto e alla pioggia. Tutto chiaro, cosa potrebbe mai andare storto?
Dopo tre notti passate a zonzo sui treni d'Europa, il letto dello Judit Apartment farebbe impallidire perfino Giorgio Mastrota; tutte le sue certezze in fatto di comodità crollerebbero all'istante di fronte a un sì soave giaciglio. Prima di addormentarci la questione sveglia non è stata nemmeno sfiorata e al mattino dire che ce la prendiamo comoda è un eufemismo. Ogni minuto di sonno è prezioso, ma minuto dopo minuto è un attimo che si fanno le 10, fatidica ora del checkout. L'addetta alle pulizie, con fare deciso ma educato, ci fa notare l'ora e noi ci affrettiamo a lasciare la stanza, decisi a portare a termine il giro della città che la sera prima avevamo programmato. Depositati gli zaini nella locker room dell'ostello ci incamminiamo, con le spalle scariche e il passo svelto, verso la colazione. Andrea e Siso prendono un saccottino dal ripieno ignoto che si rivelerà poi, per la gioia del primo e la perplessità del secondo, contenere uvetta, mentre Casty opta per una torta, il tutto consumato sulle panchine del parchetto lì di fianco. Non abbiamo tutta la giornata, quindi non ci fermiamo troppo a goderci il tiepido sole del mattino, ma ci dirigiamo subito verso il Castello. Attraversiamo ancora il Ponte delle Catene e ci troviamo nella piazzetta da cui parte la funicolare per il castello. Non sono né la fila disumana, né il caldo o il prezzo del biglietto a non farci prendere minimamente in considerazione l'opzione funicolare, ma lo spirito stesso d'avventura e sacrificio che ci spinge a percorrere la nemmeno troppo faticosa salita. Arrivati in cima l'atmosfera è surreale: rivolti al panorama Danubio-città, alle nostre spalle un coro polacco in trasferta comincia ad intonare dei meravigliosi canti verosimilmente di chiesa intrattenendo noi e tutti i turisti presenti. Ci godiamo lo spettacolo a sorpresa, non solo uditivo a guardar bene alcune giovani coriste, ma presto un getto di acqua gelida di ricorda la meschinità dell'esistenza. La ricca esposizione di quadri ospitata dal castello è chiusa ai visitatori il lunedì. E' un peccato, ma fa parte del gioco. La passeggiata prosegue sotto il sole sempre più alto e caldo. Adesso la destinazione è l'ostello, dove andiamo a recuperare gli zaini prima di tornare in stazione e pranzare in attesa del nostro treno. Proprio in ostello mettiamo le mani su una serie di buoni validi per il Burger King che sembrano mandatici dal cielo. Anche stavolta, però, il dio dell'InterRail decide di colpirci, punendo con ogni probabilità la nostra ingordigia. Fraintendiamo il contenuto degli sconti e ci troviamo in un lampo con una valanga di cibo spazzatura e una ventina di euro in meno. Se questa è una sfida, allora vogliamo vincerla: il primo che smarrisce il sorriso ha perso! I minuti passano e il nostro treno è ancora un fantasma. Una incomprensibile scritta campeggia nel tabellone accanto all'orario di partenza. "Cancellato". C'è scritto "cancellato". Cambiamo programma, allora, non rassegnandoci all'avverso fato. Eliminiamo il giro a Bratislava dai nostri programmi e mettiamo Vienna nel mirino. E chi ci ferma adesso? Nessuno, nemmeno il caldo infernale del primo treno su cui saliamo. A Vienna prevediamo di passare la notte a spasso e, a darci il benvenuto chi altri poteva esserci se non Giove Pluvio in vena di scherzi? Esatto, piove e fa freddo. E per chi non si fosse mai trovato nella situazione adatta a scoprirlo, le stazioni, almeno in questa parte del mondo, a una certa ora chiudono. E' solo grazie all'ingegno di Siso e all'efficienza delle ferrovie austro-tedesche, però, che beffiamo anche il vecchio Giove Pluvio. L'idea è questa: passare la notte prendendo un treno di 5 ore fino a Monaco di Baviera e poi immediatamente un altro da lì a Vienna per un totale di 10 ore circa rubate all'asfalto e alla pioggia. Tutto chiaro, cosa potrebbe mai andare storto?
Giorno 14
Budapest, 10 agosto 2014
Il treno per Budapest stavolta ci lascia dormire e il tempo vola, disturbato solo dal rapido controllo dei passaporti alla frontiera.
La capitale ungherese è l'unica altra città, oltre a Monaco di Baviera, in cui l'InterRail col suo misterioso fluire ci abbia portato per una seconda volta. Già nel gennaio 2012 Andrea e Siso vi erano capitati sul finire del viaggio, ma senza soldi, tempo e forze per girarla a dovere: una toccata e fuga che non rese giustizia ad una città come questa.
Già l'arrivo alla stazione di Budapest Keleti ci dà motivo di presagire il netto cambio di registro rispetto a quella stancante e di fatto infruttuosa giornata di due anni e mezzo fa. I lavori che allora occupavano per intero la piazza e le vie circostanti sono conclusi ("ma allora succede veramente..." sospiriamo, abituati agli eterni cantieri di Roma) e ora anche la stazione, prima quasi del tutto vuota, si è riempita di negozi e chioschi vari.
La prima sosta è, come sempre, la colazione, fatta stavolta in una pasticceria quasi nascosta dalle insegne prepotenti del vicino Burger King. Mangiamo il giusto per riprendere le energie e lo spirito è così alto che ci induce a rinunciare alla comodità della metro, che pure è lì davanti a noi, percorrendo a piedi 3 chilometri e mezzo per arrivare in ostello. Senza cedimenti e soste, in una mezz'ora siamo a destinazione.
Per chi se lo fosse scordato, sono tre notti che siamo in giro: senza letti, senza docce, senza bagni. Immaginate dunque l'orgasmica sensazione che ci ha provocato l'infilare la chiave nella toppa e, girandola lentamente, il vedere aprirsi davanti a noi un posto da poter chiamare "camera". È talmente bella che quasi la chiameremmo "casa", nonostante il nostro soggiorno qui sia ristretto ad una notte.
Ci rimettiamo in sesto senza fretta, dormendo anche un po'. Improvvisamente, ci accorgiamo di esserci dimenticati di pranzare e a ricordarcelo sono proprio i nostri stomaci. Applichiamo informazioni tratte da internet ad un paio di mappe della città, decidendo il percorso da fare fino a sera e in un batter d'occhio siamo in strada.
Decidiamo di percorrere la sponda del Danubio che ci porterà al centro storico della città; più ci avviciniamo, più ci accorgiamo di quali fantastici scorci offra la città, vuoi per i suoi palazzi, vuoi per le sue ridenti aree verdi, per i ponti sul fiume, o per i suoi maestosi monumenti. Per prima cosa attraversiamo un ponte che ci porta sull'isola di Margarita, adibita a parco cittadino e molto frequentata da ungheresi e turisti di tutte le età. Proprio dal ponte si ha un'ottima visuale della città su entrambe le sponde, incorniciata dal cielo violaceo del crepuscolo: spiccano il Parlamento, l'ex Palazzo Reale, la cittadella fortificata con il Bastione dei Pescatori. Ci dirigiamo quindi verso il Parlamento, grandissimo edificio di architettura gotica che si affaccia sul fiume, tanto imponente da sembrare una cattedrale. Ancora non abbiamo mangiato nulla, ma siamo tutti d'accordo sul concederci una cena "da signori", a condizione di assaggiare il piatto tipico, benchè non propriamente estivo: il goulash. Troviamo così un piccolo ristorante dall'atmosfera unica; la proprietaria parla un perfetto italiano, le cameriere ci fanno battere il cuore, la musica di sottofondo ci viene offerta da un suonatore di cimbalom, tipico strumento locale e, cosa più importante, il cibo è buonissimo. Torniamo in strada e, attraversando il suggestivo e scintillante Ponte delle Catene, passiamo sulla sponda settentrionale del Danubio, dove troviamo un luogo di ritrovo con musica, sdraio, panchine e un chioschetto che vende da bere. Esiste situazione migliore per provare una birra ungherese? Ci mettiamo comodi ma scopriamo con disappunto che la birra è calda ("la poteva prende dal frigo, 'sta cretina") e questo ci guasta un po' la piacevole situazione. Decidiamo quindi di salire sulla cittadella per goderci il panorama dal Bastione dei Pescatori; la strada è in salita e arriviamo assetati e un po' stanchi, ma ne è valsa decisamente la pena: Budapest di notte assume i contorni e i colori di una città uscita dalla migliore delle fantasie Disney, con gli alti edifici illuminati d'oro a riflettersi nelle placide acque del Danubio. Da sopra la cittadella facciamo un giro della Chiesa di S. Matteo e rimaniamo per un po' a goderci il panorama, ma la stanchezza comincia a farsi sentire, così ci incamminiamo per tornare in camera. Facciamo appena in tempo a chiudere gli occhi che già le nostre menti volano alte sopra Budapest, lasciando i corpi a riposare.
Il treno per Budapest stavolta ci lascia dormire e il tempo vola, disturbato solo dal rapido controllo dei passaporti alla frontiera.
La capitale ungherese è l'unica altra città, oltre a Monaco di Baviera, in cui l'InterRail col suo misterioso fluire ci abbia portato per una seconda volta. Già nel gennaio 2012 Andrea e Siso vi erano capitati sul finire del viaggio, ma senza soldi, tempo e forze per girarla a dovere: una toccata e fuga che non rese giustizia ad una città come questa.
Già l'arrivo alla stazione di Budapest Keleti ci dà motivo di presagire il netto cambio di registro rispetto a quella stancante e di fatto infruttuosa giornata di due anni e mezzo fa. I lavori che allora occupavano per intero la piazza e le vie circostanti sono conclusi ("ma allora succede veramente..." sospiriamo, abituati agli eterni cantieri di Roma) e ora anche la stazione, prima quasi del tutto vuota, si è riempita di negozi e chioschi vari.
La prima sosta è, come sempre, la colazione, fatta stavolta in una pasticceria quasi nascosta dalle insegne prepotenti del vicino Burger King. Mangiamo il giusto per riprendere le energie e lo spirito è così alto che ci induce a rinunciare alla comodità della metro, che pure è lì davanti a noi, percorrendo a piedi 3 chilometri e mezzo per arrivare in ostello. Senza cedimenti e soste, in una mezz'ora siamo a destinazione.
Per chi se lo fosse scordato, sono tre notti che siamo in giro: senza letti, senza docce, senza bagni. Immaginate dunque l'orgasmica sensazione che ci ha provocato l'infilare la chiave nella toppa e, girandola lentamente, il vedere aprirsi davanti a noi un posto da poter chiamare "camera". È talmente bella che quasi la chiameremmo "casa", nonostante il nostro soggiorno qui sia ristretto ad una notte.
Ci rimettiamo in sesto senza fretta, dormendo anche un po'. Improvvisamente, ci accorgiamo di esserci dimenticati di pranzare e a ricordarcelo sono proprio i nostri stomaci. Applichiamo informazioni tratte da internet ad un paio di mappe della città, decidendo il percorso da fare fino a sera e in un batter d'occhio siamo in strada.
Decidiamo di percorrere la sponda del Danubio che ci porterà al centro storico della città; più ci avviciniamo, più ci accorgiamo di quali fantastici scorci offra la città, vuoi per i suoi palazzi, vuoi per le sue ridenti aree verdi, per i ponti sul fiume, o per i suoi maestosi monumenti. Per prima cosa attraversiamo un ponte che ci porta sull'isola di Margarita, adibita a parco cittadino e molto frequentata da ungheresi e turisti di tutte le età. Proprio dal ponte si ha un'ottima visuale della città su entrambe le sponde, incorniciata dal cielo violaceo del crepuscolo: spiccano il Parlamento, l'ex Palazzo Reale, la cittadella fortificata con il Bastione dei Pescatori. Ci dirigiamo quindi verso il Parlamento, grandissimo edificio di architettura gotica che si affaccia sul fiume, tanto imponente da sembrare una cattedrale. Ancora non abbiamo mangiato nulla, ma siamo tutti d'accordo sul concederci una cena "da signori", a condizione di assaggiare il piatto tipico, benchè non propriamente estivo: il goulash. Troviamo così un piccolo ristorante dall'atmosfera unica; la proprietaria parla un perfetto italiano, le cameriere ci fanno battere il cuore, la musica di sottofondo ci viene offerta da un suonatore di cimbalom, tipico strumento locale e, cosa più importante, il cibo è buonissimo. Torniamo in strada e, attraversando il suggestivo e scintillante Ponte delle Catene, passiamo sulla sponda settentrionale del Danubio, dove troviamo un luogo di ritrovo con musica, sdraio, panchine e un chioschetto che vende da bere. Esiste situazione migliore per provare una birra ungherese? Ci mettiamo comodi ma scopriamo con disappunto che la birra è calda ("la poteva prende dal frigo, 'sta cretina") e questo ci guasta un po' la piacevole situazione. Decidiamo quindi di salire sulla cittadella per goderci il panorama dal Bastione dei Pescatori; la strada è in salita e arriviamo assetati e un po' stanchi, ma ne è valsa decisamente la pena: Budapest di notte assume i contorni e i colori di una città uscita dalla migliore delle fantasie Disney, con gli alti edifici illuminati d'oro a riflettersi nelle placide acque del Danubio. Da sopra la cittadella facciamo un giro della Chiesa di S. Matteo e rimaniamo per un po' a goderci il panorama, ma la stanchezza comincia a farsi sentire, così ci incamminiamo per tornare in camera. Facciamo appena in tempo a chiudere gli occhi che già le nostre menti volano alte sopra Budapest, lasciando i corpi a riposare.
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lunedì 11 agosto 2014
Giorno 13
Timisoara, 9 agosto 2014
La seconda notte in treno passa scomoda quanto la prima. Ginocchia e schiene cominciano ad accusare le improbabili posizioni sperimentate nei tentativi di prendere sonno.
Usciamo in strada senza sapere dove ci troviamo, né dove andare e sprovvisti di mappa alcuna seguiamo l'indicazione per "Centrum". Seguendo un lungo stradone arriviamo fino alla Piazza della Vittoria, dove solo 25 anni fa ebbe iniziò la rivolta che portò all'esecuzione di Ceausescu e alla liberazione dal regime comunista. Per la seconda volta ci troviamo di fronte ad un palco, ma lì per lì lo ignoriamo rivolgendo i nostri occhi all'imponente cattedrale ortodossa in fondo alla piazza. Tra noi e l'edificio sacro, inoltre, notiamo non senza sorpresa una colonna sovrastata dalla lupa romana con tanto di gemelli. Facciamo colazione approfittandone anche per una lavata di denti molto gradita.
Zaini in spalla ci dirigiamo al vicino Tourist Info Point, dove una gentile signora ci suggerisce un itinerario della città e ci informa circa il programma odierno del festival culturale cittadino (ricordate il palco visto in piazza?), che prevede una giornata dedicata al folklore catalano. Bomba. Le chiediamo se conosce un posto che ci consenta, per qualche ora, di liberarci del peso degli zaini. Ecco qui che la signora ci dà un pacco di mappe di Timisoara e ci chiede di recapitarle ad un vicino ostello che, a suo dire, ci permetterà di lasciargli in deposito i nostri fardelli.
Tutto fila liscio e dopo aver lasciato le cartine e gli zaini ("i zaini" secondo autorevoli fonti linguistiche vicine a Vitinia) ad un simpatico personaggio, ci apprestiamo a visitare la città.
Cominciamo con Piazza della Libertà, chiedendoci se forse non sia questa la piazza che ha dato i natali alla squadra di Formello, ma purtroppo la troviamo completamente sotto sopra per via di grossi lavori di ristrutturazione. Copione destinato, però, a ripetersi anche nella tappa successiva, Piazza dell'Unità, completamente inagibile. Mai domi, comunque, aggiriamo il cantiere per giungere alla chiesa cattolica di San Giorgio, al lato opposto rispetto alla cattedrale ortodossa serba.
In pochi passi siamo al giro di boa del nostro itinerario: la Revolution Memorial Association. La struttura è quasi del tutto abbandonata, tanto da farci pensare di aver sbagliato in qualche modo strada. In nostro soccorso arriva un signore che ci invita ad entrare chiedendoci "visita?". L'edificio è una caserma completamente in rovina, le pareti sono incrostate di muffa e l'aria fitta di polvere è quasi irrespirabile. Veniamo guidati fino ad una saletta con qualche sedia rivolta ad un grosso televisore. Non senza difficoltà, il nostro nuovo amico fa partire un documentario di circa mezz'ora sulla rivolta dell'89, fortunatamente con sottotitoli in italiano.
Al termine della riproduzione veniamo condotti al piano superiore, dove un altro signore, molto più anziano, ci chiede in italiano un'offerta in denaro per la ristrutturazione dei locali che tutto sommato siamo felici di lasciargli. Concludiamo il giro per le altre stanze, piene di foto, divise militari e bandiere romene"bucate", ossia private della stella rossa sovietica che campeggiava al centro delle stesse sotto Ceausescu.
All'uscita ci intratteniamo qualche minuto con un cagnolone legato lì fuori che, oltre ad avere una voglia matta di giocare, ha anche degli incredibili occhi neri cerchiati di bianco.
Cominciamo quindi la strada di ritorno verso la Piazza della Vittoria passando per quel che rimane delle antiche mura del bastione.
Nei pressi del parco cittadino troviamo anche di che nutrirci e consumiamo un sostanzioso quanto economico pranzo tra gli sguardo affamati di decine di uccellini.
Di nuovo in piazza, ci godiamo il "Gelato di Bruno" dove l'ennesimo fraintendimento dei prezzi non guasta il delizioso sapore del dolce che ci siamo viziosamente concessi. Proseguiamo fino al parco centrale al centro del quale il prato retrocede per lasciare un lungo spazio a tavoli da gioco dove bande di arzilli anziani si sfidano a scacchi, backgammon e domino. Assistiamo ammirati ad un paio di sfide tra due vecchietti, insieme a qualche altro tifoso tra cui spicca il sosia di Califano. È così bello che quasi ci scappa una lacrima, se non fosse che noi "nun piagnemo per un omo che more.."
Il sole comincia a scendere e ci affrettiamo a ritirare gli zaini per non abusare della gentilezza dei gestori dell'ostello in cui li abbiamo lasciati.
In piazza assistiamo ad un paio di esibizioni di acrobati catalani, apertura ad una serie di performance musicali.
Torniamo in stazione seguendo lo stradone, ma voltare le spalle a quella meraviglia ci è costato più del previsto.
La direzione è Budapest, ma il percorso ce lo siamo costruito noi. Il che significa arrivare in una bizzarra cittadina romena, Deva, in piena notte per rimanerci un paio d'ore in attesa del treno per la capitale ungherese. È l'ultima fatica prima di tornare a godere delle meraviglie di doccia e materassi.
Deva è uno di quei pochissimi posti dove avremmo preferito non passare, tra tossici vari e ciccioni pazzi che picchiano cani randagi (fortunatamente difesi con onore da una comitiva di locali). Fa anche freddo e il treno tarda. Resistiamo sulla banchina stringendo denti in bocca e pugni in tasca.
Nella notte, poi, all'improvviso, dei fari, un fischio, una scritta: Budapest.
La seconda notte in treno passa scomoda quanto la prima. Ginocchia e schiene cominciano ad accusare le improbabili posizioni sperimentate nei tentativi di prendere sonno.
Usciamo in strada senza sapere dove ci troviamo, né dove andare e sprovvisti di mappa alcuna seguiamo l'indicazione per "Centrum". Seguendo un lungo stradone arriviamo fino alla Piazza della Vittoria, dove solo 25 anni fa ebbe iniziò la rivolta che portò all'esecuzione di Ceausescu e alla liberazione dal regime comunista. Per la seconda volta ci troviamo di fronte ad un palco, ma lì per lì lo ignoriamo rivolgendo i nostri occhi all'imponente cattedrale ortodossa in fondo alla piazza. Tra noi e l'edificio sacro, inoltre, notiamo non senza sorpresa una colonna sovrastata dalla lupa romana con tanto di gemelli. Facciamo colazione approfittandone anche per una lavata di denti molto gradita.
Zaini in spalla ci dirigiamo al vicino Tourist Info Point, dove una gentile signora ci suggerisce un itinerario della città e ci informa circa il programma odierno del festival culturale cittadino (ricordate il palco visto in piazza?), che prevede una giornata dedicata al folklore catalano. Bomba. Le chiediamo se conosce un posto che ci consenta, per qualche ora, di liberarci del peso degli zaini. Ecco qui che la signora ci dà un pacco di mappe di Timisoara e ci chiede di recapitarle ad un vicino ostello che, a suo dire, ci permetterà di lasciargli in deposito i nostri fardelli.
Tutto fila liscio e dopo aver lasciato le cartine e gli zaini ("i zaini" secondo autorevoli fonti linguistiche vicine a Vitinia) ad un simpatico personaggio, ci apprestiamo a visitare la città.
Cominciamo con Piazza della Libertà, chiedendoci se forse non sia questa la piazza che ha dato i natali alla squadra di Formello, ma purtroppo la troviamo completamente sotto sopra per via di grossi lavori di ristrutturazione. Copione destinato, però, a ripetersi anche nella tappa successiva, Piazza dell'Unità, completamente inagibile. Mai domi, comunque, aggiriamo il cantiere per giungere alla chiesa cattolica di San Giorgio, al lato opposto rispetto alla cattedrale ortodossa serba.
In pochi passi siamo al giro di boa del nostro itinerario: la Revolution Memorial Association. La struttura è quasi del tutto abbandonata, tanto da farci pensare di aver sbagliato in qualche modo strada. In nostro soccorso arriva un signore che ci invita ad entrare chiedendoci "visita?". L'edificio è una caserma completamente in rovina, le pareti sono incrostate di muffa e l'aria fitta di polvere è quasi irrespirabile. Veniamo guidati fino ad una saletta con qualche sedia rivolta ad un grosso televisore. Non senza difficoltà, il nostro nuovo amico fa partire un documentario di circa mezz'ora sulla rivolta dell'89, fortunatamente con sottotitoli in italiano.
Al termine della riproduzione veniamo condotti al piano superiore, dove un altro signore, molto più anziano, ci chiede in italiano un'offerta in denaro per la ristrutturazione dei locali che tutto sommato siamo felici di lasciargli. Concludiamo il giro per le altre stanze, piene di foto, divise militari e bandiere romene"bucate", ossia private della stella rossa sovietica che campeggiava al centro delle stesse sotto Ceausescu.
All'uscita ci intratteniamo qualche minuto con un cagnolone legato lì fuori che, oltre ad avere una voglia matta di giocare, ha anche degli incredibili occhi neri cerchiati di bianco.
Cominciamo quindi la strada di ritorno verso la Piazza della Vittoria passando per quel che rimane delle antiche mura del bastione.
Nei pressi del parco cittadino troviamo anche di che nutrirci e consumiamo un sostanzioso quanto economico pranzo tra gli sguardo affamati di decine di uccellini.
Di nuovo in piazza, ci godiamo il "Gelato di Bruno" dove l'ennesimo fraintendimento dei prezzi non guasta il delizioso sapore del dolce che ci siamo viziosamente concessi. Proseguiamo fino al parco centrale al centro del quale il prato retrocede per lasciare un lungo spazio a tavoli da gioco dove bande di arzilli anziani si sfidano a scacchi, backgammon e domino. Assistiamo ammirati ad un paio di sfide tra due vecchietti, insieme a qualche altro tifoso tra cui spicca il sosia di Califano. È così bello che quasi ci scappa una lacrima, se non fosse che noi "nun piagnemo per un omo che more.."
Il sole comincia a scendere e ci affrettiamo a ritirare gli zaini per non abusare della gentilezza dei gestori dell'ostello in cui li abbiamo lasciati.
In piazza assistiamo ad un paio di esibizioni di acrobati catalani, apertura ad una serie di performance musicali.
Torniamo in stazione seguendo lo stradone, ma voltare le spalle a quella meraviglia ci è costato più del previsto.
La direzione è Budapest, ma il percorso ce lo siamo costruito noi. Il che significa arrivare in una bizzarra cittadina romena, Deva, in piena notte per rimanerci un paio d'ore in attesa del treno per la capitale ungherese. È l'ultima fatica prima di tornare a godere delle meraviglie di doccia e materassi.
Deva è uno di quei pochissimi posti dove avremmo preferito non passare, tra tossici vari e ciccioni pazzi che picchiano cani randagi (fortunatamente difesi con onore da una comitiva di locali). Fa anche freddo e il treno tarda. Resistiamo sulla banchina stringendo denti in bocca e pugni in tasca.
Nella notte, poi, all'improvviso, dei fari, un fischio, una scritta: Budapest.
Giorno 12
Sibiu, 8 agosto 2014
Il viaggio in treno che dalla capitale rumena ci porta a
Sibiu non merita particolari menzioni, eccezion fatta per la singolare scomodità
dei posti a sedere, apparentemente pensati più per tenere vigili i passeggeri che
per farli addormentare, caratteristica non delle migliori per un treno notturno.
Ci “svegliamo” quindi a Sibiu, città dalla grande storia nel cuore della
Transilvania. Le distanze sono irrisorie e in pochi passi dalla stazione,
seppur con gli zaini in spalla, ci troviamo in pieno centro storico, nella
Piazza Grande, ancora semideserta nel giorno appena nato. Qui ci buttiamo sulle
panchine e aspettiamo che la stanchezza della notte ci scivoli via. La piazza,
come tutta la città, comincia a mano a mano a popolarsi di indigeni e turisti, preceduti
dai piccioni, mentre fervono i preparativi per la festa cittadina che si tiene
proprio in questi giorni.
Consigliataci da tutti come imperdibile, Sibiu rispetta le aspettative, con la sua caratteristica architettura pesantemente influenzata dalla lunga appartenenza all’Impero austroungarico, tanto da farci credere di essere magicamente capitati nei pressi di Vienna: tutto è in perfetto ordine, i muri sono immacolati e in terra non c’è l’ombra di una cicca. Ci mettiamo relativamente poco per fare un giro completo del centro storico e delle sue attrazioni, perciò prima di pranzo ripieghiamo sul museo cittadino, che ospita un’esposizione temporanea di Salvador Dalì intitolata “La Divina Commedia”, che raccoglie le sue stampe sul poema dantesco. Tra brontolii di stomaco e qualche crampo, la fame ci riporta in strada e il sesto senso ci conduce al mercato cittadino, ben nascosto, ma non abbastanza per chi in quel momento mangerebbe un intero “Casty col ragù”. Tra i vari banchi, tutti riforniti di leccornie locali, la nostra scelta cade su un classico intramontabile: pane e cacio. “A Dragonbò, ma che m’hai dato? Er sushi?!” Acquistiamo il tutto in formula componibile, ovvero mezza forma di pane e mezza di formaggio e, impazienti di sfoderare il coltello di Andrea, ci dirigiamo in piazza per cominciare la sacra cerimonia di preparazione dei panini. Spazzoliamo tutto quanto in quattro e quattr’otto, contenti e finalmente sazi; cibo semplice e di qualità, impossibile chiedere di meglio.
Il pomeriggio scorre tranquillo; passato soprattutto nella piazza principale a leggere, tra le prove generali del concerto di quella sera e qualche sgrullata di pioggia, non annoveriamo niente di speciale nel nostro racconto, ma ogni tanto è anche giusto allentare la corda e sapersi godere un po’ di ristoro, per esempio aggiungendoci una birra gelata.
In men che non si dica si fa sera. Ceniamo con un pasto che ad Andrea e Siso fa cadere un paio di lacrime tanto ricorda le passate avventure scandinave, sardine in scatola con salsa di pomodoro (sprot in sos tomat per i locali). Casty in principio è diffidente, ma alla fine cede agli ammiccamenti di un tale piatto da gourmet. Consumiamo questa cena nostalgica nella Piazza Grande, ormai diventata quasi nostra, godendoci l’esibizione di un gruppo folk del luogo, assai coinvolgente e piacevole.
Spinti forse dalla paura di perdere il treno, o dalla nostra sconfinata passione per le locomotive, oppure da semplice e pura pazzia, ci dirigiamo alla stazione con ben quattro ore di anticipo, minuto più minuto meno, per prendere il nostro treno delle 3 (antimeridiane, mica pizza e fichi) per Timisoara. Probabilmente al mattino erano stati la stanchezza e gli occhi gonfi a non farci notare lo stridente contrasto tra il centro storico e la stazione ferroviaria, a dir poco sporca e grottesca, nonché popolata da gente che, vista la geografia, può probabilmente vantare qualche antica parentela con il conte Dracula. A rendere il tutto ancora più piacevole ci pensa un freddo di quelli che si sentono fin nelle ossa. Ci addormentiamo allora sulla banchina del nostro binario, svegliati di tanto in tanto dall’addetto allo svuotamento dei cestini, che intavola con Casty un surreale scambio di versi.
Alla fine le vicissitudini ne hanno abbastanza di giocare con noi e il nostro treno ascolta le nostre invocazioni, arrivando in stazione con quasi un’ora di anticipo con il chiaro intento di salvarci dall’ipotermia e permetterci di continuare il viaggio; mai fischio fu meglio accolto. Ci trasciniamo al suo interno e, preso posto, cadere tra le braccia di Morfeo è un attimo.
Consigliataci da tutti come imperdibile, Sibiu rispetta le aspettative, con la sua caratteristica architettura pesantemente influenzata dalla lunga appartenenza all’Impero austroungarico, tanto da farci credere di essere magicamente capitati nei pressi di Vienna: tutto è in perfetto ordine, i muri sono immacolati e in terra non c’è l’ombra di una cicca. Ci mettiamo relativamente poco per fare un giro completo del centro storico e delle sue attrazioni, perciò prima di pranzo ripieghiamo sul museo cittadino, che ospita un’esposizione temporanea di Salvador Dalì intitolata “La Divina Commedia”, che raccoglie le sue stampe sul poema dantesco. Tra brontolii di stomaco e qualche crampo, la fame ci riporta in strada e il sesto senso ci conduce al mercato cittadino, ben nascosto, ma non abbastanza per chi in quel momento mangerebbe un intero “Casty col ragù”. Tra i vari banchi, tutti riforniti di leccornie locali, la nostra scelta cade su un classico intramontabile: pane e cacio. “A Dragonbò, ma che m’hai dato? Er sushi?!” Acquistiamo il tutto in formula componibile, ovvero mezza forma di pane e mezza di formaggio e, impazienti di sfoderare il coltello di Andrea, ci dirigiamo in piazza per cominciare la sacra cerimonia di preparazione dei panini. Spazzoliamo tutto quanto in quattro e quattr’otto, contenti e finalmente sazi; cibo semplice e di qualità, impossibile chiedere di meglio.
Il pomeriggio scorre tranquillo; passato soprattutto nella piazza principale a leggere, tra le prove generali del concerto di quella sera e qualche sgrullata di pioggia, non annoveriamo niente di speciale nel nostro racconto, ma ogni tanto è anche giusto allentare la corda e sapersi godere un po’ di ristoro, per esempio aggiungendoci una birra gelata.
In men che non si dica si fa sera. Ceniamo con un pasto che ad Andrea e Siso fa cadere un paio di lacrime tanto ricorda le passate avventure scandinave, sardine in scatola con salsa di pomodoro (sprot in sos tomat per i locali). Casty in principio è diffidente, ma alla fine cede agli ammiccamenti di un tale piatto da gourmet. Consumiamo questa cena nostalgica nella Piazza Grande, ormai diventata quasi nostra, godendoci l’esibizione di un gruppo folk del luogo, assai coinvolgente e piacevole.
Spinti forse dalla paura di perdere il treno, o dalla nostra sconfinata passione per le locomotive, oppure da semplice e pura pazzia, ci dirigiamo alla stazione con ben quattro ore di anticipo, minuto più minuto meno, per prendere il nostro treno delle 3 (antimeridiane, mica pizza e fichi) per Timisoara. Probabilmente al mattino erano stati la stanchezza e gli occhi gonfi a non farci notare lo stridente contrasto tra il centro storico e la stazione ferroviaria, a dir poco sporca e grottesca, nonché popolata da gente che, vista la geografia, può probabilmente vantare qualche antica parentela con il conte Dracula. A rendere il tutto ancora più piacevole ci pensa un freddo di quelli che si sentono fin nelle ossa. Ci addormentiamo allora sulla banchina del nostro binario, svegliati di tanto in tanto dall’addetto allo svuotamento dei cestini, che intavola con Casty un surreale scambio di versi.
Alla fine le vicissitudini ne hanno abbastanza di giocare con noi e il nostro treno ascolta le nostre invocazioni, arrivando in stazione con quasi un’ora di anticipo con il chiaro intento di salvarci dall’ipotermia e permetterci di continuare il viaggio; mai fischio fu meglio accolto. Ci trasciniamo al suo interno e, preso posto, cadere tra le braccia di Morfeo è un attimo.
domenica 10 agosto 2014
Giorno 11
Bucarest, 7 agosto 2014
L’undicesimo giorno comincia con un lento risveglio
nell’ostello di Bucarest, rassegnati all’idea che per le 3 notti che ci
aspettano non poggeremo le membra che su asfalto e sedili di treno. Lasciamo
gli zaini in ostello tra i sorrisi della ragazza che lo gestisce, Catalina, che
ci suggerisce anche un itinerario da seguire e dei luoghi da visitare. Arrivati
su una delle vie principali, facciamo colazione con dei dolci tipici presi da un fornaio come qui molti se ne trovano, che
sporge quasi solo col profumo di pane sulla strada. Seguendo l’itinerario
consigliato, passiamo per un viale dove si affacciano la Filarmonica Nazionale,
l’ex palazzo reale, e una chiesa ortodossa. Solo nell’ultima riusciamo ad
entrare e rimaniamo stupiti per le innumerevoli decorazioni e icone presenti,
tali da non lasciar intravedere nemmeno un centimetro di parete. Accanto a
questi edifici dei secoli passati ne sorgono altri molto più moderni che creano
un forte contrasto, talvolta piacevole e talvolta stucchevole. A non stuccare
mai, invece, sono le bellezze locali, tante e tali da rimanerci presto negli
occhi e nel cuore. Disseminati per la città si trovano dei monumenti evocativi
della recente liberazione dal comunismo, regime il cui simbolo più
significativo e rappresentativo è il Palazzo del Popolo, ex sede del Partito
Comunista e ora del Parlamento Rumeno, un gigantesco edificio al centro della
città circondato da giardini, il secondo edificio governativo al mondo per
grandezza (il primato spetta al Pentagono, in USA). Rimaniamo scioccati quando
ce lo troviamo davanti alla fine del viale alberato che stavamo percorrendo; lo
giriamo e lo vediamo da due lati fino all’entrata principale per i visitatori,
ma dobbiamo rinunciare all’idea di visitarlo, perché troppo grande e
impossibile da vedere nel tempo a nostra disposizione. Completiamo a piedi il
tour della città segnato sulla mappa, non stanchi, ma assai affamati. Decidiamo
così di tornare sui nostri passi, precisamente in un vicolo dove un ristorante
molto elegante aveva attirato la nostra attenzione offrendo una scelta tra ben
quattro menu completi a pochi soldi: una delle poche volte che ci concediamo un
pasto caldo, intorno a un tavolo, con delle posate.
Signore e signori:
- zuppa di fagioli con carne affumicata e cipolla;
- pomodori e formaggio acido;
- maiale arrosto con patatine fritte e formaggio;
- torta al cioccolato.
Prezzo a capa: circa 5 euro a testa. Godibilissmo.
Ci godiamo appieno il pasto e decidiamo di trascorrere un po’ del tempo che ci rimane nella capitale rumena in un parco con un laghetto al suo interno. Qui, decidiamo anche di affittare una barca a remi e di fare un giro. Ci capita in sorte l'imbarcazione con le fiamme disegnate sulla chiglia, come a sottolineare il paradosso dell'esistenza. A turno remiamo rischiando ad ogni movimento di finire in acqua (con tanto di documenti e biglietti interrail) e scopriamo che Siso è un vogatore mancato; Andrea prende un po’ di confidenza seppur con qualche difficoltà iniziale; l’arte, invece, non appartiene affatto a Casty, essendo richiesto un livello di coordinazione che probabilmente lui non conoscerà mai. Ci fermiamo anche in un’area allestita con attrezzi da palestra semplificati, osservando chi tra i locali ne ha fatto la propria attività sportiva principale e cimentandoci anche noi in qualche ripetizione. Veniamo anche avvicinati da due italiani in canotta che con forte accento nordico ci chiedono quanto ci fermiamo in città. Sono bresciani e si lamentano per la povertà che secondo loro affligge la movida rumena. Per questo motivo si lanciano in sperticate critiche rivolte alla bella Bucarest. Davvero un peccato non poter fare bisboccia con loro. Visto che si avvicina l’ora di prendere il treno per Sibiu, capoluogo della Transilvania e nostra prossima destinazione, torniamo all’ostello per recuperare gli zaini, ci fermiamo per fare delle scorte per la notte e torniamo alla stazione. E’ ancora presto e facciamo in tempo a dedicarci alla lettura e a piacevoli discorsi. Arriva l’ora di prendere il treno notturno, il primo di tre che sarà per noi come un tetto,coi sedili come letti, e con gli altri viaggiatori come compagni di stanza.
Signore e signori:
- zuppa di fagioli con carne affumicata e cipolla;
- pomodori e formaggio acido;
- maiale arrosto con patatine fritte e formaggio;
- torta al cioccolato.
Prezzo a capa: circa 5 euro a testa. Godibilissmo.
Ci godiamo appieno il pasto e decidiamo di trascorrere un po’ del tempo che ci rimane nella capitale rumena in un parco con un laghetto al suo interno. Qui, decidiamo anche di affittare una barca a remi e di fare un giro. Ci capita in sorte l'imbarcazione con le fiamme disegnate sulla chiglia, come a sottolineare il paradosso dell'esistenza. A turno remiamo rischiando ad ogni movimento di finire in acqua (con tanto di documenti e biglietti interrail) e scopriamo che Siso è un vogatore mancato; Andrea prende un po’ di confidenza seppur con qualche difficoltà iniziale; l’arte, invece, non appartiene affatto a Casty, essendo richiesto un livello di coordinazione che probabilmente lui non conoscerà mai. Ci fermiamo anche in un’area allestita con attrezzi da palestra semplificati, osservando chi tra i locali ne ha fatto la propria attività sportiva principale e cimentandoci anche noi in qualche ripetizione. Veniamo anche avvicinati da due italiani in canotta che con forte accento nordico ci chiedono quanto ci fermiamo in città. Sono bresciani e si lamentano per la povertà che secondo loro affligge la movida rumena. Per questo motivo si lanciano in sperticate critiche rivolte alla bella Bucarest. Davvero un peccato non poter fare bisboccia con loro. Visto che si avvicina l’ora di prendere il treno per Sibiu, capoluogo della Transilvania e nostra prossima destinazione, torniamo all’ostello per recuperare gli zaini, ci fermiamo per fare delle scorte per la notte e torniamo alla stazione. E’ ancora presto e facciamo in tempo a dedicarci alla lettura e a piacevoli discorsi. Arriva l’ora di prendere il treno notturno, il primo di tre che sarà per noi come un tetto,coi sedili come letti, e con gli altri viaggiatori come compagni di stanza.
lunedì 4 agosto 2014
Giorno 6
Sofia-Plovdiv-Istanbul, 2/3 agosto 2014
Priorità: posare gli zaini. Passeremo la giornata ad attraversare Sofia, non possiamo permetterci tutto quel peso sulle spalle. Cominciamo a girare per Sofia trascinando i piedi sull’asfalto bollente. Ci fermiamo in un parchetto per riposare le ginocchia qualche minuto e Andrea si addormenta su una panchina all’ombra.
Non dobbiamo lasciarci soggiogare dalla stanchezza e riprendiamo la passeggiata. La città ci dà subito l’impressione di essere una metropoli, con le strade del centro larghe e trafficate. Superiamo edifici imponenti e antiche chiese prima di arrivare alla spettacolare cattedrale ortodossa intitolata ad Aleksandar Nevskij. In un parco ci imbattiamo in una lunga fila di bancarelle piene di qualunque cosa, dai colbacchi sovietici a coltelli con svastiche di dubbia autenticità. Ci fermiamo davanti ad una di queste e facciamo amicizia con il proprietario che parla molto bene l’italiano. Ci racconta la storia di alcuni oggetti che ha in vendita e conferma le nostre perplessità circa l’autenticità di alcuni particolari cimeli di guerra che abbiamo intravisto poco prima.
Viriamo nella direzione della stazione e presto troviamo un posto dove pranzare. Anche qui spendiamo una miseria mangiando degli ottimi panini con Kebab, che Siso e Casty accompagnano al tipico yogurt locale. Decidiamo di provare ad anticipare la partenza di qualche ora ma, arrivati in stazione zuppi per la corsetta, non troviamo il treno che cerchiamo. Poco male, riposiamo un paio d’ore aspettando di prendere il treno delle 17:00 per Plovdid, Bulgaria, da dove comincerà la spedizione per Istanbul. Durante questa attesa entra in gioco una mistica figura che da qui in avanti chiameremo “Il Maestro”, un signore poliglotta che già avevamo intravisto sul treno per Sofia e che qui ci aiuta a interpretare l’ostico tabellone delle partenze; sarà fondamentale per gli equilibri futuri.
Il tragitto per Plovdiv trascorre rapido e indolore, tra sonno, ciocco-emergenze e la solita incompetenza dei controllori locali, che sembra non abbiano mai visto un biglietto interrail. Nella stazione di Plovdiv la situazione non migliora: i pochi impiegati che troviamo rasentano i minimi livelli di cordialità e veniamo rimbalzati da uno all’altro nell’incomprensibile lingua locale, ma con un chiarissimo fare scocciato.
A tirarci fuori dall’impasse è Ismael, un interrailer spagnolo di 26 anni che in poco tempo ha formato una bizzarra comitiva di viaggiatori, tanto che alla fine sembriamo una barzelletta vecchio stampo: ci sono tre italiani, quattro koreani, due danesi e uno spagnolo…
Andiamo tutti a Istanbul quindi socializzare è fin troppo facile. I koreani sono tutti fratelli, uno di 26 anni, una ragazza di 22 e due gemelli di 16. La bellezza orientale colpisce e in un istante siamo di nuovo tutti e tre innamorati. C’è poco da fare, comunque, la bella koreana ride e scherza, ma sembra un’intoccabile vestale, protetta oltretutto dal tempio dei fratelli maschi. Ismael è un dj di Madrid che sta attraversando l’Europa in solitaria. Il suo viaggio, come le sue parole, corre veloce verso Istanbul e la Grecia per poi approdare in Italia. Sembra sotto acidi e ci divertiamo a fare la sua conoscenza. Con i danesi scambiamo solo poche parole, perché si addormentano presto leggendo libri di Tom Clancy.
Il viaggio per Istanbul, scopriamo, sarà solo per un breve tratto in treno e poi proseguirà sui pullman. Saliti sul nostro vagone ci rendiamo conto che pressoché tutti i passeggeri sono lì per fare il nostro percorso. Perdersi è impossibile. Scesi alla stazione seguiamo la fiumana fino al pullman. Posiamo gli zaini mentre Casty va a prendere i posti. E ci riesce anche, se non fosse che siamo così gentiluomini da cederli alla giovane koreana e ad uno dei suoi fratelli. Restiamo in piedi con l’asiatico più anziano, aggrappati alle scalette che portano all’uscita del pullman. Casty trova posto vicino ad un’anziana signora che alla prima fermata scende, lasciando il sedile al nostro amico con gli occhi a mandorla.
Superata Dimitrovgrad si liberano altri due posti e Andrea e Siso ne approfittano su indicazione della controllora cicciona. Da qui in poi si dorme e basta, rischiando a intervalli regolari che la testa ci si stacchi dal collo. Pericolo non corso dal koreano che appoggia il capo sulla spalla del buon Casty. C’è del tenero.
Superiamo la frontiera bulgara e poi quella turca senza particolari problemi. A Kapikule cambiamo pullman trovandoci posti migliori, ma senza sciogliere l’allegra brigata formatasi a Plovdiv.
A svegliarci qualche ora più tardi sono solo l’alba e i minareti.
Priorità: posare gli zaini. Passeremo la giornata ad attraversare Sofia, non possiamo permetterci tutto quel peso sulle spalle. Cominciamo a girare per Sofia trascinando i piedi sull’asfalto bollente. Ci fermiamo in un parchetto per riposare le ginocchia qualche minuto e Andrea si addormenta su una panchina all’ombra.
Non dobbiamo lasciarci soggiogare dalla stanchezza e riprendiamo la passeggiata. La città ci dà subito l’impressione di essere una metropoli, con le strade del centro larghe e trafficate. Superiamo edifici imponenti e antiche chiese prima di arrivare alla spettacolare cattedrale ortodossa intitolata ad Aleksandar Nevskij. In un parco ci imbattiamo in una lunga fila di bancarelle piene di qualunque cosa, dai colbacchi sovietici a coltelli con svastiche di dubbia autenticità. Ci fermiamo davanti ad una di queste e facciamo amicizia con il proprietario che parla molto bene l’italiano. Ci racconta la storia di alcuni oggetti che ha in vendita e conferma le nostre perplessità circa l’autenticità di alcuni particolari cimeli di guerra che abbiamo intravisto poco prima.
Viriamo nella direzione della stazione e presto troviamo un posto dove pranzare. Anche qui spendiamo una miseria mangiando degli ottimi panini con Kebab, che Siso e Casty accompagnano al tipico yogurt locale. Decidiamo di provare ad anticipare la partenza di qualche ora ma, arrivati in stazione zuppi per la corsetta, non troviamo il treno che cerchiamo. Poco male, riposiamo un paio d’ore aspettando di prendere il treno delle 17:00 per Plovdid, Bulgaria, da dove comincerà la spedizione per Istanbul. Durante questa attesa entra in gioco una mistica figura che da qui in avanti chiameremo “Il Maestro”, un signore poliglotta che già avevamo intravisto sul treno per Sofia e che qui ci aiuta a interpretare l’ostico tabellone delle partenze; sarà fondamentale per gli equilibri futuri.
Il tragitto per Plovdiv trascorre rapido e indolore, tra sonno, ciocco-emergenze e la solita incompetenza dei controllori locali, che sembra non abbiano mai visto un biglietto interrail. Nella stazione di Plovdiv la situazione non migliora: i pochi impiegati che troviamo rasentano i minimi livelli di cordialità e veniamo rimbalzati da uno all’altro nell’incomprensibile lingua locale, ma con un chiarissimo fare scocciato.
A tirarci fuori dall’impasse è Ismael, un interrailer spagnolo di 26 anni che in poco tempo ha formato una bizzarra comitiva di viaggiatori, tanto che alla fine sembriamo una barzelletta vecchio stampo: ci sono tre italiani, quattro koreani, due danesi e uno spagnolo…
Andiamo tutti a Istanbul quindi socializzare è fin troppo facile. I koreani sono tutti fratelli, uno di 26 anni, una ragazza di 22 e due gemelli di 16. La bellezza orientale colpisce e in un istante siamo di nuovo tutti e tre innamorati. C’è poco da fare, comunque, la bella koreana ride e scherza, ma sembra un’intoccabile vestale, protetta oltretutto dal tempio dei fratelli maschi. Ismael è un dj di Madrid che sta attraversando l’Europa in solitaria. Il suo viaggio, come le sue parole, corre veloce verso Istanbul e la Grecia per poi approdare in Italia. Sembra sotto acidi e ci divertiamo a fare la sua conoscenza. Con i danesi scambiamo solo poche parole, perché si addormentano presto leggendo libri di Tom Clancy.
Il viaggio per Istanbul, scopriamo, sarà solo per un breve tratto in treno e poi proseguirà sui pullman. Saliti sul nostro vagone ci rendiamo conto che pressoché tutti i passeggeri sono lì per fare il nostro percorso. Perdersi è impossibile. Scesi alla stazione seguiamo la fiumana fino al pullman. Posiamo gli zaini mentre Casty va a prendere i posti. E ci riesce anche, se non fosse che siamo così gentiluomini da cederli alla giovane koreana e ad uno dei suoi fratelli. Restiamo in piedi con l’asiatico più anziano, aggrappati alle scalette che portano all’uscita del pullman. Casty trova posto vicino ad un’anziana signora che alla prima fermata scende, lasciando il sedile al nostro amico con gli occhi a mandorla.
Superata Dimitrovgrad si liberano altri due posti e Andrea e Siso ne approfittano su indicazione della controllora cicciona. Da qui in poi si dorme e basta, rischiando a intervalli regolari che la testa ci si stacchi dal collo. Pericolo non corso dal koreano che appoggia il capo sulla spalla del buon Casty. C’è del tenero.
Superiamo la frontiera bulgara e poi quella turca senza particolari problemi. A Kapikule cambiamo pullman trovandoci posti migliori, ma senza sciogliere l’allegra brigata formatasi a Plovdiv.
A svegliarci qualche ora più tardi sono solo l’alba e i minareti.
domenica 3 agosto 2014
Giorno 5
Skopje-Nis-Sofia, 1/2 agosto 2014
Il quinto giorno comincia con gli insulti. Andrea ha russato, come era prevedibile, tenendo sveglia gran parte della camerata, compresi Casty e Siso (costretto, quest’ultimo, a dormire con 10 ore di wave crashing dalle cuffie dell’iPhone). Proprio da loro due, infatti, vengono gli insulti ad Andrea e non dai nostri compagni di stanza fin troppo educati verso di noi.
Chiacchieriamo un po’ con alcuni di loro, in particolare con un insegnante di matematica di Istanbul e con un enorme ragazzo koreano di cui non capiamo il nome.
Giriamo Skopje seguendo le indicazioni della guida per arrivare in centro. La capitale macedone ci dà subito la sensazione di essere una città totalmente in costruzione. Edifici bianchi e imponenti costeggiano il fiume, nel cui letto vediamo numerosi cantieri, così come vediamo travi e impalcature pressoché ovunque. Superiamo due ponti costruiti nel 2012, sui cui parapetti è possibile ammirare statue in bronzo di personalità antiche e contemporanee di un qualche valore culturale e storico per la città. Un posto speciale, però, è riservato ad Alessandro Magno, celebrato insieme al suo esercito con un’enorme statua eretta al centro di una piazza.
Seguendo lo sguardo del condottiero macedone attraversiamo il ponte di pietra, arrivando in una piazza altrettanto imponente dove giganteggia la figura in bronzo di un uomo che identifichiamo con Filippo, anche se non ne troviamo conferma. La quiete del mattino è squarciata da un fastidiosissimo fischio, probabilmente necessario a tener lontano i piccioni. Ok, funziona, ma santo cielo che mal di testa!
Arrivati nella città vecchia abbandoniamo mappe e guide, lasciandoci trasportare dai profumi e dai colori di negozietti e piccoli chioschi di cibo non facilmente identificabile. Proprio in uno di questi ci fermiamo a pranzare. Mangiamo una specie di torta rustica calda e ripiena di carne macinata sorseggiando uno squisito succo d’uva. Oh sì… Il piacere del pasto viene poi esaltato dal prezzo che il proprietario ci invita a pagare: 90 dinari in totale, ossia 1,50 euro. Oh sì…
Resistiamo, per ora, alla tentazione di trasferirci qui e, accompagnati dal canto delle moschee, proseguiamo il giro della città vecchia. Saliamo sulla fortezza per goderci il panorama, ma i lavori di restauro ci ostacolano la vista.
Andrea adesso zoppica vistosamente e il dolore, dal piede, comincia a salire verso il polpaccio. Facciamo quindi dietrofront e, nella città nuova alle spalle di Alessandro, non fatichiamo a trovare un negozio di scarpe da ginnastica in cui risolvere il problema alla radice. L’acquisto è presto fatto e…Oh sì!
Con rinnovato spirito e nuove forze, torniamo nei vicoli aldilà del fiume. Veniamo catturati di nuovo dai profumi e ci ritroviamo seduti a consumare un secondo pranzo, ancora una volta ad un prezzo ridicolo per i nostri dannati standard. Mangiamo anche una pannocchia a testa prima di fare rotta verso l’ostello per riprendere le nostre cose e la nostra strada.
Al Backpackers’ Hostel facciamo una breve sosta e, dopo aver salutato, ci incamminiamo verso la terrificante stazione fantasma di Skopje. Attendiamo sulla banchina il treno, che è in ritardo. I programmi prevedono di arrivare a Nis, in Serbia, prima di proseguire verso Sofia, la capitale bulgara.
Il tragitto fino a Nis scorre tranquillo, disturbato solo da un controllore incompetente che ci piega e scarabocchia il biglietto InterRail, scatenando in particolare l’odio di Andrea e Siso.
Una bellissima ragazza serba si affaccia per chiederci se c’erano due posti liberi e, al nostro entusiasta “sì” ci fa segno di aspettare e scompare. Passiamo i secondi che seguono a darci un contegno, si direbbe quasi a farci belli se non puzzassimo così tanto. Ecco fatto: la vediamo ricomparire con il suo fidanzato, meno bello ma altrettanto serbo, e il morale finisce tra i binari e il treno. Arriviamo a Nis col timore, presto rivelatosi infondato, di essere troppo in ritardo per poter salire sul successivo verso Sofia.
Lì per lì siamo contenti di vederlo arrivare, coi suoi accecanti fari nella notte serba e il suo incedere meccanico e prepotente. Questo prima di salirci e scoprire che trascorreremo l’intero viaggio in piedi, stipati nel corridoio dell’ultimo vagone. Per il morale è morte clinica. Ci risolleva il fatto di essere capitati vicino ad una coppia con cui poter fare due chiacchiere. Sono Max e Olga, lei kazaka e lui di Busto Arsizio (seriamente), residenti a Praga. Hanno solo qualche anno più di noi, ma dieci giorni fa si sono sposati e ora stanno compiendo un viaggio lungo un anno fino alle terre vietnamite. Abbiamo anche un altro simpatico compagno di sventure, Goran, un gigante col mono sopracciglio visibilmente attratto da Siso. Abbiamo modo di constatare che la maggior parte dei presenti porta al braccio il laccetto degli interrailers e questo ci fa sentire in qualche modo tra amici. Tutto sommato, la notte e la mattina scorrono in fretta. Siamo pur sempre giovani e forti. Unico stress sono le mille soste apparentemente immotivate, oltre a quelle per il controllo documenti alla dogana costate il viaggio ad un gruppo di francesi con qualche irregolarità nei passaporti, costrette a scendere nella terra di nessuno.
Arriviamo a Sofia insonni e con le ragnatele addosso, ma il sole è alto nel cielo e ciò ci basta.
Il quinto giorno comincia con gli insulti. Andrea ha russato, come era prevedibile, tenendo sveglia gran parte della camerata, compresi Casty e Siso (costretto, quest’ultimo, a dormire con 10 ore di wave crashing dalle cuffie dell’iPhone). Proprio da loro due, infatti, vengono gli insulti ad Andrea e non dai nostri compagni di stanza fin troppo educati verso di noi.
Chiacchieriamo un po’ con alcuni di loro, in particolare con un insegnante di matematica di Istanbul e con un enorme ragazzo koreano di cui non capiamo il nome.
Giriamo Skopje seguendo le indicazioni della guida per arrivare in centro. La capitale macedone ci dà subito la sensazione di essere una città totalmente in costruzione. Edifici bianchi e imponenti costeggiano il fiume, nel cui letto vediamo numerosi cantieri, così come vediamo travi e impalcature pressoché ovunque. Superiamo due ponti costruiti nel 2012, sui cui parapetti è possibile ammirare statue in bronzo di personalità antiche e contemporanee di un qualche valore culturale e storico per la città. Un posto speciale, però, è riservato ad Alessandro Magno, celebrato insieme al suo esercito con un’enorme statua eretta al centro di una piazza.
Seguendo lo sguardo del condottiero macedone attraversiamo il ponte di pietra, arrivando in una piazza altrettanto imponente dove giganteggia la figura in bronzo di un uomo che identifichiamo con Filippo, anche se non ne troviamo conferma. La quiete del mattino è squarciata da un fastidiosissimo fischio, probabilmente necessario a tener lontano i piccioni. Ok, funziona, ma santo cielo che mal di testa!
Arrivati nella città vecchia abbandoniamo mappe e guide, lasciandoci trasportare dai profumi e dai colori di negozietti e piccoli chioschi di cibo non facilmente identificabile. Proprio in uno di questi ci fermiamo a pranzare. Mangiamo una specie di torta rustica calda e ripiena di carne macinata sorseggiando uno squisito succo d’uva. Oh sì… Il piacere del pasto viene poi esaltato dal prezzo che il proprietario ci invita a pagare: 90 dinari in totale, ossia 1,50 euro. Oh sì…
Resistiamo, per ora, alla tentazione di trasferirci qui e, accompagnati dal canto delle moschee, proseguiamo il giro della città vecchia. Saliamo sulla fortezza per goderci il panorama, ma i lavori di restauro ci ostacolano la vista.
Andrea adesso zoppica vistosamente e il dolore, dal piede, comincia a salire verso il polpaccio. Facciamo quindi dietrofront e, nella città nuova alle spalle di Alessandro, non fatichiamo a trovare un negozio di scarpe da ginnastica in cui risolvere il problema alla radice. L’acquisto è presto fatto e…Oh sì!
Con rinnovato spirito e nuove forze, torniamo nei vicoli aldilà del fiume. Veniamo catturati di nuovo dai profumi e ci ritroviamo seduti a consumare un secondo pranzo, ancora una volta ad un prezzo ridicolo per i nostri dannati standard. Mangiamo anche una pannocchia a testa prima di fare rotta verso l’ostello per riprendere le nostre cose e la nostra strada.
Al Backpackers’ Hostel facciamo una breve sosta e, dopo aver salutato, ci incamminiamo verso la terrificante stazione fantasma di Skopje. Attendiamo sulla banchina il treno, che è in ritardo. I programmi prevedono di arrivare a Nis, in Serbia, prima di proseguire verso Sofia, la capitale bulgara.
Il tragitto fino a Nis scorre tranquillo, disturbato solo da un controllore incompetente che ci piega e scarabocchia il biglietto InterRail, scatenando in particolare l’odio di Andrea e Siso.
Una bellissima ragazza serba si affaccia per chiederci se c’erano due posti liberi e, al nostro entusiasta “sì” ci fa segno di aspettare e scompare. Passiamo i secondi che seguono a darci un contegno, si direbbe quasi a farci belli se non puzzassimo così tanto. Ecco fatto: la vediamo ricomparire con il suo fidanzato, meno bello ma altrettanto serbo, e il morale finisce tra i binari e il treno. Arriviamo a Nis col timore, presto rivelatosi infondato, di essere troppo in ritardo per poter salire sul successivo verso Sofia.
Lì per lì siamo contenti di vederlo arrivare, coi suoi accecanti fari nella notte serba e il suo incedere meccanico e prepotente. Questo prima di salirci e scoprire che trascorreremo l’intero viaggio in piedi, stipati nel corridoio dell’ultimo vagone. Per il morale è morte clinica. Ci risolleva il fatto di essere capitati vicino ad una coppia con cui poter fare due chiacchiere. Sono Max e Olga, lei kazaka e lui di Busto Arsizio (seriamente), residenti a Praga. Hanno solo qualche anno più di noi, ma dieci giorni fa si sono sposati e ora stanno compiendo un viaggio lungo un anno fino alle terre vietnamite. Abbiamo anche un altro simpatico compagno di sventure, Goran, un gigante col mono sopracciglio visibilmente attratto da Siso. Abbiamo modo di constatare che la maggior parte dei presenti porta al braccio il laccetto degli interrailers e questo ci fa sentire in qualche modo tra amici. Tutto sommato, la notte e la mattina scorrono in fretta. Siamo pur sempre giovani e forti. Unico stress sono le mille soste apparentemente immotivate, oltre a quelle per il controllo documenti alla dogana costate il viaggio ad un gruppo di francesi con qualche irregolarità nei passaporti, costrette a scendere nella terra di nessuno.
Arriviamo a Sofia insonni e con le ragnatele addosso, ma il sole è alto nel cielo e ciò ci basta.
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venerdì 1 agosto 2014
Giorno 4
Salonicco-Skopje, 31 luglio 2014
Se avessimo l'abitudine di dare a ogni giornata un titolo, questa si chiamerebbe "la giornata delle lezioni di vita".
Il nostro risveglio è addolcito dalla colazione continentale offerta dal RentRooms Hostel, che continua a scalare posizioni nella nostra speciale classifica del cuore; Casty gradisce particolarmente i salsicciotti, mentre Siso non si esime dal mangiarli nemmeno dopo averli conditi con abbondante cannella, scambiandola per paprika. Usciamo dall'ostello con le spalle scariche del fardello degli zaini lasciati nella locker room e ci apprestiamo a visitare la città. Prima di cominciare il tour della città ci documentiamo quanto basta sulla sua storia. L'ostello è in pieno centro, accanto ad alcune delle sue meraviglie non a caso di epoca romana: l'Arco di Galerio e la Rotonda. Dopo averli visitati ci dirigiamo al porto; nemmeno facciamo in tempo a vedere il mare che veniamo accerchiati da Chucky e la sua afro-gang. Tra toccate e complimenti ("you look like an actor!"), ci troviamo improvvisamente con tre braccialetti in più e qualche spicciolo in meno. C'è chi porta a spasso il cane, chi fa una passeggiata, e non manca ovviamente un losco figuro vestito da donna che fa le coccole ad un piccione afferrato con destrezza. La cosa ci destabilizza un pò, ma cerchiamo di superarla pensando a cose belle. Ci spalmiamo addosso dell'aloe vera appena comprata per placare il senso di bruciore che avvertiamo su svariate parti del corpo. Oh sì...
Se avessimo l'abitudine di dare a ogni giornata un titolo, questa si chiamerebbe "la giornata delle lezioni di vita".
Il nostro risveglio è addolcito dalla colazione continentale offerta dal RentRooms Hostel, che continua a scalare posizioni nella nostra speciale classifica del cuore; Casty gradisce particolarmente i salsicciotti, mentre Siso non si esime dal mangiarli nemmeno dopo averli conditi con abbondante cannella, scambiandola per paprika. Usciamo dall'ostello con le spalle scariche del fardello degli zaini lasciati nella locker room e ci apprestiamo a visitare la città. Prima di cominciare il tour della città ci documentiamo quanto basta sulla sua storia. L'ostello è in pieno centro, accanto ad alcune delle sue meraviglie non a caso di epoca romana: l'Arco di Galerio e la Rotonda. Dopo averli visitati ci dirigiamo al porto; nemmeno facciamo in tempo a vedere il mare che veniamo accerchiati da Chucky e la sua afro-gang. Tra toccate e complimenti ("you look like an actor!"), ci troviamo improvvisamente con tre braccialetti in più e qualche spicciolo in meno. C'è chi porta a spasso il cane, chi fa una passeggiata, e non manca ovviamente un losco figuro vestito da donna che fa le coccole ad un piccione afferrato con destrezza. La cosa ci destabilizza un pò, ma cerchiamo di superarla pensando a cose belle. Ci spalmiamo addosso dell'aloe vera appena comprata per placare il senso di bruciore che avvertiamo su svariate parti del corpo. Oh sì...
Ci spostiamo in cerca di un posto dove comprare un pranzo economico e presto troviamo un Carrefour. Economico sì, commestibile forse no. Prima lezione della giornata: in questa zona del mondo conviene lo street food, fanculo i supermercati. Mangiamo all'ombra di un albero pieno di piccioni, in un parco pieno di tossici. Pessima idea, davvero. Un piccione defeca sulla spalla di Siso e un tossico ci si avvicina indicando la busta vuota di una siringa che tiene nella mano sinistra. La giornata stenta a decollare. Proseguiamo il giro della città, buttando un occhio all'antica Agorà romana. Andrea comincia a patire l'inadeguatezza delle scarpe che indossa, la pianta del piede destro è in gran parte viola e ogni passo è una tortura. Seconda lezione di vita: mai portare un solo paio di scarpe in InterRail.
Fermi su un marciapiede veniamo avvicinati da un simpatico e baffuto signore, Emilio, che in italiano ci spiega la storia della chiesa situata a pochi metri da noi, e passa dal raccontarci la storia della città allo spiegarci il suo punto di vista geo-politico. Parla di mafia internazionale, ma poi aggiunge un "senza offesa" che gradiamo particolarmente. Ci congediamo dal buon Emilio quando arriva il suo autobus ed entriamo nella chiesa, trovando con nostro disappunto le catacombe chiuse. Facciamo rotta verso la Torre Fortificata, ma ci rendiamo conto che le lancette corrono e la distanza dalla Torre non ci permette di neanche di vederla: siamo quindi costretti a tornare in ostello a riprendere gli zaini, salutare Emily, e tornare in strada in cerca di un taxi verso la stazione dei treni. Arrivati alla stazione, parliamo con un impiegato della biglietteria e sobbalziamo alle parole: "There are no trains for Skopje today." E' andata così. Terza lezione di vita: controllare gli orari dei treni per tempo. Ci scuotiamo dal trauma e decidiamo di prendere un pullmann, costa di più, ma serve al suo scopo. Il viaggio scorre tranquillo tra letture, musica e panorami, interrotto solo dal controllo documenti della dogana.
A Skopje la pioggia ci dà il benvenuto, e dopo esserci informati sul treno che prenderemo domani nella spettrale stazione poco distante ci dirigiamo all'ostello.
Lì ci accolgono Nenad e la sua donna. L'atmosfera è quasi familiare e concilia il sonno che in poco tempo ci cattura. Poveracci i nostri compagni di stanza che ancora non conoscono i notturni concerti animaleschi del naso di Andrea.
Fermi su un marciapiede veniamo avvicinati da un simpatico e baffuto signore, Emilio, che in italiano ci spiega la storia della chiesa situata a pochi metri da noi, e passa dal raccontarci la storia della città allo spiegarci il suo punto di vista geo-politico. Parla di mafia internazionale, ma poi aggiunge un "senza offesa" che gradiamo particolarmente. Ci congediamo dal buon Emilio quando arriva il suo autobus ed entriamo nella chiesa, trovando con nostro disappunto le catacombe chiuse. Facciamo rotta verso la Torre Fortificata, ma ci rendiamo conto che le lancette corrono e la distanza dalla Torre non ci permette di neanche di vederla: siamo quindi costretti a tornare in ostello a riprendere gli zaini, salutare Emily, e tornare in strada in cerca di un taxi verso la stazione dei treni. Arrivati alla stazione, parliamo con un impiegato della biglietteria e sobbalziamo alle parole: "There are no trains for Skopje today." E' andata così. Terza lezione di vita: controllare gli orari dei treni per tempo. Ci scuotiamo dal trauma e decidiamo di prendere un pullmann, costa di più, ma serve al suo scopo. Il viaggio scorre tranquillo tra letture, musica e panorami, interrotto solo dal controllo documenti della dogana.
A Skopje la pioggia ci dà il benvenuto, e dopo esserci informati sul treno che prenderemo domani nella spettrale stazione poco distante ci dirigiamo all'ostello.
Lì ci accolgono Nenad e la sua donna. L'atmosfera è quasi familiare e concilia il sonno che in poco tempo ci cattura. Poveracci i nostri compagni di stanza che ancora non conoscono i notturni concerti animaleschi del naso di Andrea.
Giorno 3
Trikala-Kalabaka-Salonicco, 30 luglio 2014
La sveglia alle 6 e` di quelle faticose, ci alziamo con collo e braccia doloranti e bruciate dal sole. Un treno ci porta a Kalabaka e, appena scesi, abbiamo subito la netta sensazione che questa sara` una giornata che non dimenticheremo. Siamo ai piedi di Meteore, una collana di monasteri ortodossi incastonati sulla sommita` di alte formazioni rocciose che svettano dietro le case bianche della citta`.
Seguendo le indicazioni del buon Dimitri raggiungiamo una taverna dove i proprietari ci permettono di lasciare gli zaini. Facciamo un`ottima colazione in un forno in cui facciamo anche scorte per il pranzo. Su una cosa pero` Dimitri ci ha mentito: il caffe` fa schifo. Saliamo su un pullman che ci portera` all`inizio del percorso tra i monasteri e gia` lungo il percorso staccare gli occhi dal panorama sembra impossibile.
Nel primo monastero ci rendiamo subito conto che la sacralita` del luogo ha dovuto cedere qualcosa alle esigenze economiche della logica del turismo, ma anche che cio` non ne ha in alcun modo scalfito l`imponenza e la bellezza. Un`esposizione di oggetti militari bizantini ci permette di apprezzare la storia di queste montagne e il panorama ci toglie il fiato ogni volta che dalle basse stanze di musei e luoghi di preghiera usciamo sulle terrazze un tempo riservate ai monaci.
Per arrivare al secondo monastero dobbiamo percorrere a piedi un lunghissimo stradone, straordinariamente simile al Serpentone percorso da Goku per raggiungere Re Kaioh. Le macchine ci passano accanto, cosi` come pullman pieni di tedeschi e cinesi. Il sole e` alto e forte, ma una leggera brezza ci facilita il lungo cammino accarezzandoci la pelle gia` ustionata. Durante la camminata e` possibile spingersi sul ciglio di qualche spuntone di roccia e ne aprofittiamo, benche` la fobia del ripido blocchi il buon Casty a distanza di sicurezza. In una di queste soste incontriamo un italiano che dopo aver augurato la morte ad una bionda in ciabatte, si offre di farci una foto.
A poche decine di metri dal secondo e ultimo monastero ci fermiamo all`ombra di un albero per consumare il pranzo. Siamo stanchi, ma non troppo stanchi. Ci passa davanti una signora italiana che, scherzando, ci invita ad accompagnarla visto che i suoi figli (nostri coetanei) non sono voluti scendere dal camper. Sono degli stronzi, evidentemente, ma lei "se ne frega" e tira dritto. Arrivati in cima ci concediamo una pausa meditativa, chi di noi e` rivolto alla citta`, chi alle montagne e al cielo.
Scendiamo lungo un sentiero tra alberi e rocce, dove le uniche difficolta` ci vengono dalle scarpe inadatte di Andrea e dal precario equilibrio di Casty. Arrivati in citta` le braccia cominciano a bruciarci come se dalle magliette uscissero tizzoni ardenti.
Andiamo a prendere gli zaini dove li abbiamo lasciati e, per ringraziare i proprietari (ma solo per quello eh), ci prendiamo mezzo litro di birra ghiacciata a testa.
Ora ci aspettano solo treni fino all`ostello nella prossima citta`: Salonicco. Lottiamo contro il sonno sui brevi tragitti che facciamo fino a Paleofarsalos. Ci siamo gia` stati e in stazione si ricordano da noi. Ci sono due treni che possiamo prendere: uno subito e uno dopo un`ora. "Dai, andiamo subito!". Questa era l`idea. Purtroppo pero` il treno e` in ritardo e si ferma per meno di 30 secondi chiudendoci in faccia le porte. Pazienza, magari quel treno e` destinato a deragliare. Riusciamo comunque a salire sul secondo, e in men che non si dica siamo a Thessaloniki, Salonicco.
In ostello ci accoglie Emily: e` colpo di fulmine. Ci viene assegnata la stanza "Giappone" e dopo le docce crolliamo sui nostri letti.
Come due anni fa, sognare stanotte non servira`.
La sveglia alle 6 e` di quelle faticose, ci alziamo con collo e braccia doloranti e bruciate dal sole. Un treno ci porta a Kalabaka e, appena scesi, abbiamo subito la netta sensazione che questa sara` una giornata che non dimenticheremo. Siamo ai piedi di Meteore, una collana di monasteri ortodossi incastonati sulla sommita` di alte formazioni rocciose che svettano dietro le case bianche della citta`.
Seguendo le indicazioni del buon Dimitri raggiungiamo una taverna dove i proprietari ci permettono di lasciare gli zaini. Facciamo un`ottima colazione in un forno in cui facciamo anche scorte per il pranzo. Su una cosa pero` Dimitri ci ha mentito: il caffe` fa schifo. Saliamo su un pullman che ci portera` all`inizio del percorso tra i monasteri e gia` lungo il percorso staccare gli occhi dal panorama sembra impossibile.
Nel primo monastero ci rendiamo subito conto che la sacralita` del luogo ha dovuto cedere qualcosa alle esigenze economiche della logica del turismo, ma anche che cio` non ne ha in alcun modo scalfito l`imponenza e la bellezza. Un`esposizione di oggetti militari bizantini ci permette di apprezzare la storia di queste montagne e il panorama ci toglie il fiato ogni volta che dalle basse stanze di musei e luoghi di preghiera usciamo sulle terrazze un tempo riservate ai monaci.
Per arrivare al secondo monastero dobbiamo percorrere a piedi un lunghissimo stradone, straordinariamente simile al Serpentone percorso da Goku per raggiungere Re Kaioh. Le macchine ci passano accanto, cosi` come pullman pieni di tedeschi e cinesi. Il sole e` alto e forte, ma una leggera brezza ci facilita il lungo cammino accarezzandoci la pelle gia` ustionata. Durante la camminata e` possibile spingersi sul ciglio di qualche spuntone di roccia e ne aprofittiamo, benche` la fobia del ripido blocchi il buon Casty a distanza di sicurezza. In una di queste soste incontriamo un italiano che dopo aver augurato la morte ad una bionda in ciabatte, si offre di farci una foto.
A poche decine di metri dal secondo e ultimo monastero ci fermiamo all`ombra di un albero per consumare il pranzo. Siamo stanchi, ma non troppo stanchi. Ci passa davanti una signora italiana che, scherzando, ci invita ad accompagnarla visto che i suoi figli (nostri coetanei) non sono voluti scendere dal camper. Sono degli stronzi, evidentemente, ma lei "se ne frega" e tira dritto. Arrivati in cima ci concediamo una pausa meditativa, chi di noi e` rivolto alla citta`, chi alle montagne e al cielo.
Scendiamo lungo un sentiero tra alberi e rocce, dove le uniche difficolta` ci vengono dalle scarpe inadatte di Andrea e dal precario equilibrio di Casty. Arrivati in citta` le braccia cominciano a bruciarci come se dalle magliette uscissero tizzoni ardenti.
Andiamo a prendere gli zaini dove li abbiamo lasciati e, per ringraziare i proprietari (ma solo per quello eh), ci prendiamo mezzo litro di birra ghiacciata a testa.
Ora ci aspettano solo treni fino all`ostello nella prossima citta`: Salonicco. Lottiamo contro il sonno sui brevi tragitti che facciamo fino a Paleofarsalos. Ci siamo gia` stati e in stazione si ricordano da noi. Ci sono due treni che possiamo prendere: uno subito e uno dopo un`ora. "Dai, andiamo subito!". Questa era l`idea. Purtroppo pero` il treno e` in ritardo e si ferma per meno di 30 secondi chiudendoci in faccia le porte. Pazienza, magari quel treno e` destinato a deragliare. Riusciamo comunque a salire sul secondo, e in men che non si dica siamo a Thessaloniki, Salonicco.
In ostello ci accoglie Emily: e` colpo di fulmine. Ci viene assegnata la stanza "Giappone" e dopo le docce crolliamo sui nostri letti.
Come due anni fa, sognare stanotte non servira`.
mercoledì 30 luglio 2014
Giorno 2
Atene-Lamìa-Trìkala, 29 luglio 2014
La sveglia suona impietosa alle ore 6:30, sbattendoci in faccia i muri sporchi della 18B dell’Hotel Delfini. Ci solleviamo dai materassi senza troppi indugi con un’insolita solerzia mattutina legata perlopiù alla volontà di lasciare Atene il prima possibile. Andrea non ha chiuso occhio, massacrato da zanzare avide di sangue italiano, e Casty si è reso protagonista durante la notte di un sussulto tipo ‘L’esorcista’ accompagnato da un misterioso “Ma tu?!” destinato a rimanere tale per le generazioni a venire.
La sveglia suona impietosa alle ore 6:30, sbattendoci in faccia i muri sporchi della 18B dell’Hotel Delfini. Ci solleviamo dai materassi senza troppi indugi con un’insolita solerzia mattutina legata perlopiù alla volontà di lasciare Atene il prima possibile. Andrea non ha chiuso occhio, massacrato da zanzare avide di sangue italiano, e Casty si è reso protagonista durante la notte di un sussulto tipo ‘L’esorcista’ accompagnato da un misterioso “Ma tu?!” destinato a rimanere tale per le generazioni a venire.
Nemmeno mezz’ora dopo siamo già per strada, diretti alla stazione di Larissa
per lasciare la capitale alla volta di Lamìa. Sulla metropolitana ci si siede
accanto una vecchietta trasandata la cui borsa emana un tanfo nauseabondo: Atene,
per noi, avrà per sempre quell’odore.
Alla stazione nessuno sembra sapere come funzioni il biglietto InterRail e ci fanno fare due inutili code agli sportelli della biglietteria. Andrea, quasi gridando, esplode in una serie di insulti prima di concludere: “E’ da Platone che ‘sti rincoglioniti non partoriscono un cervello bono.”
La notizia migliore, però, arriva dalla bigliettaia a colloquio con Siso: ci aspetta un bel tragitto di tre ore da gustarci in piedi. Nulla di grave, ma fatichiamo a ritrovare la positività di un tempo.
Sul vagone proviamo ad arrangiarci in qualche modo, chi per terra, chi provando a infilarsi negli scomparti riservati ai bagagli. Dopo un’ora e qualcosa si libera un posto, occupato da Casty che ieri ebbe in sorte la brandina. Siso e Andrea si avventurano lungo il treno alla ricerca di due poltrone vuote. Eccole! Improvvisamente compaiono al centro di un vagone, uno vicino ad un ragazzo e un altro vicino ad un’anziana signora. Andrea le chiede con i gesti e un po’ di inglese se il posto accanto a lei è libero e riceve in risposta solo incomprensibili parole greche e risate degli altri viaggiatori. Pazienza, ci sediamo lo stesso. Pochi minuti dopo scopriamo cosa volesse dire da dietro la dentiera: il marito esce dal bagno e si avvia in una lenta processione a riappropriarsi del proprio posto. La gente ride. “Ridete su ‘sto cazzo”, la raffinata risposta di un Andrea già bello esaurito. La giornata, però, è destinata a decollare.
Lamìa sembra uno di quei classici paesi del sud Italia. Attraversiamo un lungo mercato godendoci l’ombra dei tendoni e degli ombrelloni improvvisati per coprire le verdure e gli ortaggi esposti in vendita. L’autobus che ci porterà a destinazione ci lascia aspettare parecchio sotto il sole cocente, ma alla fine arriva, benché guidato da un antipatico indigeno. Arriviamo alla stazione dei pullman dove saliamo sul primo in partenza. Siamo ad un passo da qualcosa di importante, ogni centimetro d’asfalto calpestato dalle ruote sembra essere un salto indietro nel tempo, poi all’improvviso eccoci: le Termopili.
Un imponente monumento a Leonida e ai suoi spartani sembra sorgere dalla stessa pietra. Pochi metri di terra consacrata dal sangue, in cui proferire parola sarebbe profano.
Contempliamo per un po’ l’opera andando anche sul colle, Kolonos, dove caddero gli ultimi spartani. Il nostro pullman arriverà tra qualche ora e il sole picchia forte. Decidiamo di seguire, allora, il cartello per la Rest Area che dovrebbe trovarsi a 200 metri. Dovrebbe, infatti, perché 200 metri dopo non c’è proprio niente. Insistiamo, però, camminando in mezzo a grilli e rovi di more acerbe, in un vialetto appena fuori una specie di superstrada. La perseveranza è presto ripagata e ci imbattiamo in una taverna che, nonostante stia per chiudere, ci fa sedere fuori e comprare tre birre ghiacciate servite in bicchieri altrettanto freddi. Meglio del sesso, meglio di qualunque cosa.
Tornati sotto al monumento ci sdraiamo all’ombra di un ulivo aspettando l’arrivo del nostro pullman previsto per le 16. Arriva prima Rado (ammesso che sia questo il nome che ha sbiascicato), un vecchietto in cerca di sigarette e qualche spicciolo, ma da offrirgli abbiamo solo poche chiacchiere. Alle 4 precise salutiamo Leonida e gli dei che qui albergano prima di tornare a Lamìa.
Dalla stazione prendiamo un treno per Trikala, città da cui partirà un’altra importante spedizione. Nel tragitto in treno niente da segnalare, a parte una bizzarra signora bionda che mischiando italiano, greco e tedesco ci invita a non parlare tra di noi. Cose strane. Una volta arrivati la attraversiamo per arrivare all’ostello e rimaniamo colpiti dalla bellezza della città che avevamo stupidamente sottovalutato. Le strade sono piene di ragazzi in giro per locali, i muri pieni di scritte a sfondo politico: riconosciamo il logo di Alba Dorata su uno striscione, una falce e martello su un altro poco distante, dopo un ponte, invece, decifriamo la scritta “Gaza” su un terzo.
L’ostello è molto accogliente e facciamo subito amicizia con il proprietario, Dimitri, che ci offre anche una birra. La sua ragazza è napoletana e i suoi fratelli hanno fatto l’università in Italia, quindi parla discretamente la nostra lingua. È un ingegnere meccanico, ma dice che con la crisi le persone hanno imparato a ripararsi le cose da soli ed ecco perché ha un ostello. Come suo fratello, del resto, che però lavora a Salonicco. Ci spiega cose molto utili sul percorso che abbiamo in programma per domani e ci giura che il caffè che fanno qui piace persino alla sua esigente ragazza partenopea.
Lo salutiamo e dopo esserci lavati con acqua gelida (tempra fisico e mente, tranquilli), facciamo un giro in città per mangiare qualcosa. Ci fermiamo in un posticino modesto, dove mangiamo come dei re spendendo una miseria.
La giornata, cominciata male a dir poco, si conclude in modo fantastico. Il morale delle truppe è alto, così alto che domani conquisteremo il cielo.
Alla stazione nessuno sembra sapere come funzioni il biglietto InterRail e ci fanno fare due inutili code agli sportelli della biglietteria. Andrea, quasi gridando, esplode in una serie di insulti prima di concludere: “E’ da Platone che ‘sti rincoglioniti non partoriscono un cervello bono.”
La notizia migliore, però, arriva dalla bigliettaia a colloquio con Siso: ci aspetta un bel tragitto di tre ore da gustarci in piedi. Nulla di grave, ma fatichiamo a ritrovare la positività di un tempo.
Sul vagone proviamo ad arrangiarci in qualche modo, chi per terra, chi provando a infilarsi negli scomparti riservati ai bagagli. Dopo un’ora e qualcosa si libera un posto, occupato da Casty che ieri ebbe in sorte la brandina. Siso e Andrea si avventurano lungo il treno alla ricerca di due poltrone vuote. Eccole! Improvvisamente compaiono al centro di un vagone, uno vicino ad un ragazzo e un altro vicino ad un’anziana signora. Andrea le chiede con i gesti e un po’ di inglese se il posto accanto a lei è libero e riceve in risposta solo incomprensibili parole greche e risate degli altri viaggiatori. Pazienza, ci sediamo lo stesso. Pochi minuti dopo scopriamo cosa volesse dire da dietro la dentiera: il marito esce dal bagno e si avvia in una lenta processione a riappropriarsi del proprio posto. La gente ride. “Ridete su ‘sto cazzo”, la raffinata risposta di un Andrea già bello esaurito. La giornata, però, è destinata a decollare.
Lamìa sembra uno di quei classici paesi del sud Italia. Attraversiamo un lungo mercato godendoci l’ombra dei tendoni e degli ombrelloni improvvisati per coprire le verdure e gli ortaggi esposti in vendita. L’autobus che ci porterà a destinazione ci lascia aspettare parecchio sotto il sole cocente, ma alla fine arriva, benché guidato da un antipatico indigeno. Arriviamo alla stazione dei pullman dove saliamo sul primo in partenza. Siamo ad un passo da qualcosa di importante, ogni centimetro d’asfalto calpestato dalle ruote sembra essere un salto indietro nel tempo, poi all’improvviso eccoci: le Termopili.
Un imponente monumento a Leonida e ai suoi spartani sembra sorgere dalla stessa pietra. Pochi metri di terra consacrata dal sangue, in cui proferire parola sarebbe profano.
Contempliamo per un po’ l’opera andando anche sul colle, Kolonos, dove caddero gli ultimi spartani. Il nostro pullman arriverà tra qualche ora e il sole picchia forte. Decidiamo di seguire, allora, il cartello per la Rest Area che dovrebbe trovarsi a 200 metri. Dovrebbe, infatti, perché 200 metri dopo non c’è proprio niente. Insistiamo, però, camminando in mezzo a grilli e rovi di more acerbe, in un vialetto appena fuori una specie di superstrada. La perseveranza è presto ripagata e ci imbattiamo in una taverna che, nonostante stia per chiudere, ci fa sedere fuori e comprare tre birre ghiacciate servite in bicchieri altrettanto freddi. Meglio del sesso, meglio di qualunque cosa.
Tornati sotto al monumento ci sdraiamo all’ombra di un ulivo aspettando l’arrivo del nostro pullman previsto per le 16. Arriva prima Rado (ammesso che sia questo il nome che ha sbiascicato), un vecchietto in cerca di sigarette e qualche spicciolo, ma da offrirgli abbiamo solo poche chiacchiere. Alle 4 precise salutiamo Leonida e gli dei che qui albergano prima di tornare a Lamìa.
Dalla stazione prendiamo un treno per Trikala, città da cui partirà un’altra importante spedizione. Nel tragitto in treno niente da segnalare, a parte una bizzarra signora bionda che mischiando italiano, greco e tedesco ci invita a non parlare tra di noi. Cose strane. Una volta arrivati la attraversiamo per arrivare all’ostello e rimaniamo colpiti dalla bellezza della città che avevamo stupidamente sottovalutato. Le strade sono piene di ragazzi in giro per locali, i muri pieni di scritte a sfondo politico: riconosciamo il logo di Alba Dorata su uno striscione, una falce e martello su un altro poco distante, dopo un ponte, invece, decifriamo la scritta “Gaza” su un terzo.
L’ostello è molto accogliente e facciamo subito amicizia con il proprietario, Dimitri, che ci offre anche una birra. La sua ragazza è napoletana e i suoi fratelli hanno fatto l’università in Italia, quindi parla discretamente la nostra lingua. È un ingegnere meccanico, ma dice che con la crisi le persone hanno imparato a ripararsi le cose da soli ed ecco perché ha un ostello. Come suo fratello, del resto, che però lavora a Salonicco. Ci spiega cose molto utili sul percorso che abbiamo in programma per domani e ci giura che il caffè che fanno qui piace persino alla sua esigente ragazza partenopea.
Lo salutiamo e dopo esserci lavati con acqua gelida (tempra fisico e mente, tranquilli), facciamo un giro in città per mangiare qualcosa. Ci fermiamo in un posticino modesto, dove mangiamo come dei re spendendo una miseria.
La giornata, cominciata male a dir poco, si conclude in modo fantastico. Il morale delle truppe è alto, così alto che domani conquisteremo il cielo.
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martedì 29 luglio 2014
Giorno 1
Roma-Atene, 28 luglio 2014
Nel primo giorno dell’ultimo viaggio paragonammo l’InterRail al fare l’amore, ad un rapporto romantico, vivace e a tratti violento tra noi e la strada. Oggi, a distanza di due anni, abbiamo ripreso quella relazione proprio lì dove si era interrotta, tra le albe spezzate, il dolore alle gambe, i panorami dentro agli occhi e i vagoni sporchi d’Europa. Una pausa non tanto breve, due anni utili a riprendere il fiato prima di tornare a premere forte i nostri corpi contro la vita e contro tutto il mondo, con la concentrazione necessaria per evitare guai, ma lontani da manie borghesi di controllo: l’equilibrio giusto, insomma, per un salto della quaglia lungo tre anni.
Nel primo giorno dell’ultimo viaggio paragonammo l’InterRail al fare l’amore, ad un rapporto romantico, vivace e a tratti violento tra noi e la strada. Oggi, a distanza di due anni, abbiamo ripreso quella relazione proprio lì dove si era interrotta, tra le albe spezzate, il dolore alle gambe, i panorami dentro agli occhi e i vagoni sporchi d’Europa. Una pausa non tanto breve, due anni utili a riprendere il fiato prima di tornare a premere forte i nostri corpi contro la vita e contro tutto il mondo, con la concentrazione necessaria per evitare guai, ma lontani da manie borghesi di controllo: l’equilibrio giusto, insomma, per un salto della quaglia lungo tre anni.
Il nostro viaggio quest’anno è cominciato con il buio, con le strade di Roma
deserte da far spavento, con l’adrenalina unico rimedio ad un sonno destinato a
farsi sentire. Il nostro aereo parte alle 6:40 per Atene, chiusura del gate
alle ore 6:10. In macchina tutto sembrava riportarci a quella mattina del 2011,
quando tre ragazzi freschi di maturità si avvicinavano per la prima volta ad un
esperienza che avrebbe in breve tempo cambiate le loro vite. Arrivati a
Fiumicino scopriamo la prima sorpresa del viaggio: ci chiama per nome ed ha i
capelli biondi. Noi che ci siamo sempre trovati ad affrontare le partenze in
solitudine, ci troviamo in pochi minuti circondati di ragazze sorridenti e bellissime nonostante le poche ore di sonno
fatte. Le conosciamo e ci fermiamo a salutarle mano a mano che arrivano. Parlano
e dicono cose che non capiamo, ma abbastanza in fretta intuiamo che non sono
venute lì solo per salutarci, come le donne dei soldati alla stazione. Sono a
Fiumicino perché, pensate un po’, devono salire sul nostro stesso aereo, avendo
in programma di prendere, dalla capitale greca, un traghetto per l’isola di
Paros. Stiamo partendo, e proviamo a lasciarci un po’ della nostra misoginia
alle spalle accogliendo la coincidenza magno
cum gaudio.
Diamo una mano alle fanciulle con i loro bagagli (7 valigie per 5 donzelle) e ci separiamo per la fila all’imbarco. Una ragazza nera che parla una lingua meticcia ispanico-italiana ci chiama alla sua postazione, ci scherziamo e Siso pensa bene di darle un “Excellent” tramite il sistema di valutazione del personale easyJet. Il che è divertente perché solo pochi minuti dopo aver imbarcato lo zaino del nostro roscio spilungone, si ricorda che le cinghie potrebbero impigliarsi negli ingranaggi del nastro trasportatore e far esplodere Fiumicino. E’ andata così. Per l’imbarco dei due zaini rimasti, veniamo mandati alla sezione “bagagli fuori misura”, dove una cicciona coi baffi li prende in consegna. In fila per il metal detector siamo già molto indietro rispetto alle ragazze e manca poco alla chiusura del gate. Oltretutto, la sbadata tizia easyJet ci ha messi in guardia “un minuto dopo e v’attaccate al cazzo”. Excellent .
Superati i controlli cominciamo a correre, Andrea per sbrigarsi non si infila la cinta portandola in mano come per buttarsi in una violenta rissa. Le scarpe scivolano sulle piastrelle di Fiumicino, i minuti passano. Ancora una volta, come tre anni fa, rischiamo di perdere il volo. La linea retta mente per davvero. Ad ogni modo facciamo in tempo a metterci in fila, individuando di nuovo le nostre amiche poco avanti a noi riuscendo, per altro, a passare prima di loro.
Il volo trascorre tranquillo, partendo addirittura in anticipo. Si stacca da terra in un secondo e in un secondo tutto comincia: siamo in viaggio.
La tradizione della merenda in aeroporto viene rispettata, nonostante il tentativo della comitiva delle donne di sconvolgere un equilibrio così sacro. Finito il rituale andiamo a prendere un autobus diretto al centro città tutti insieme appassionatamente. E con passione passiamo il tragitto, in cui cominciano a farsi vedere le ferite aperte e purulente che “la crisi” ha scavato sul volto di una città che di per sé già non ci appare tanto bella. Su grigi palazzi abbandonati l’unica nota di colore sembra essere la scritta “vendesi”, che più che un annuncio sembra una preghiera disperata, una supplica. I tabelloni enormi destinati alle pubblicità sono da tempo diventate vuote tele per artisti di strada, come cornici di un quadro post-apocalittico. Arrivati al capolinea ci separiamo dalle ragazze: ora è giunto il momento di dividerci, voi andate in vacanza, noi in viaggio. Siamo molto contenti di averle incontrate, così come loro lo sono di essere entrate a far parte di questa meravigliosa storia. Grazie a loro possiamo dirlo anche quest’anno: il viaggio è iniziato sotto i migliori auspici. Auspici di donna, stavolta.
Camminando pochi metri per le vie di Atene, le nostre prime percezioni vengono quasi immediatamente confermate. Assistiamo infatti ad una manifestazione di un qualche sindacato a brutto muso col reparto mobile delle forze dell’ordine. Giornalisti, fotografi e curiosi ovunque: benvenuti in Grecia.
Scendiamo verso Monastiraki, una piazza sotto l’Acropoli e ci troviamo di fronte un bizzarro scenario: in fondo alla via si intravedono i vecchi muri di una Chiesa Bizantina, ma tra noi e loro brulicano decine e decine di turisti in ciabatte, intenti a rimbalzare da un negozio all’altro con buste stracolme di robaccia occidentale.
Il caldo ci picchia forte le teste e lo zaino ci corrode le spalle, siamo fuori forma, ma rimedieremo presto. Individuiamo l’accesso all’Acropoli, ma decidiamo saggiamente di rimandare la visita ad orari più consoni e a stomaci più pieni. Torniamo a Monastiraki per pranzare e, dopo un difficoltoso slalom tra gli insistenti butta dentro dei vari ristoranti, riusciamo a prendere dei panini serviteci da un paio di ragazze e rivelatosi poi anche molto gradevoli. Eccoci finalmente pronti per visitare il pezzo forte della città. Lungo le stradine in salita Siso realizza uno dei sogni della sua vita, acquistando a pochi euro dei pantaloni di lino tipo Smaila-Briatore. Tutto ciò è meraviglioso.
Entriamo nell’Acropoli pagando, ma solo perché siamo così idioti da non aver portato nulla che ci qualifichi come studenti universitari. Casty prega: “Gesù..”
Proprio il nostro Lorenzo è vittima, pochi minuti dopo aver lasciato gli zaini al deposito, di un tentativo di approccio da parte di un gigantesco indiano ambiguamente piazzato nei bagni. Nulla di fatto, però, la scintilla non scatta. Persino nell’Acropoli ci sono cani randagi, presenti anche nel resto della città, tanto che un gruppo di asiatici pensa bene di farsi una foto ad uno di loro, palesemente sofferente per il caldo e la sete, scatenando l’odio medievale di Siso. Non possiamo farci niente, però, e proseguiamo nella salita facendo zig zag le rocce troppo lisce per le scarpe piatte di Andrea e Siso.
Il Partenone ci delude un po’, tutto impalcature e travi d’acciaio, ben lontano dalle aspettative che anni di studio classico avevano creato in noi. Ne contempliamo comunque la possenza, respirando la storia che trasuda e racconta. Il panorama è di livello: Atene, notiamo, è una città bianca. Bianca e triste.
Ci spostiamo alla stazione di Omonoia per decidere il da farsi e dopo aver cambiato idea 4 o 5 volte e osservato un bambino ciccione giocare a basket con la maglia di Ronaldo, decidiamo di passare la notte ad Atene, in un Hotel economico nel Pireo.
Prima del piacere, però, ci vuole altro piacere, e allora ci dirigiamo, approfittando anche del blando controllo sui biglietti della metropolitana, al Museo Archeologico dove, tra le altre cose, possiamo ammirare con i nostri occhi la maschera di Agamennone.
Nel tragitto verso l’Hotel ci fermiamo in un Mini-Market a comprare una sottospecie di cena, la fame comincia a farsi sentire. Fino al Pireo è lunga, e siamo stanchi morti e doloranti, puzziamo e ciò è bello.
La giornata sembrava finire con l’Hotel Delfini pronto ad accoglierci, e invece no. Ci viene assegnata la stanza 27B e mai in vita nostra dimenticheremo quello che abbiamo visto. Un tugurio ricavato da un’intercapedine tra le stanze vere. Formiche ovunque, spazio al minimo, luci rotte. E’ troppo anche per noi. Chi di noi si era spogliato si riveste in fretta e giù a reclamare una stanza quantomeno umana. Dopo qualche resistenza, l’odioso e baffuto proprietario ci consegna le chiavi della 18B. Ecco quello che fa al caso nostro: stanza arrangiata ma civile. Ci godiamo una doccia calda sognata per tutto il giorno (forse anche per quello prima) e ci mettiamo a letto (“a brandina” per quanto riguarda Casty).
Di nuovo stanchi, di nuovo sporchi, di nuovo felici, di nuovo in InterRail.
Diamo una mano alle fanciulle con i loro bagagli (7 valigie per 5 donzelle) e ci separiamo per la fila all’imbarco. Una ragazza nera che parla una lingua meticcia ispanico-italiana ci chiama alla sua postazione, ci scherziamo e Siso pensa bene di darle un “Excellent” tramite il sistema di valutazione del personale easyJet. Il che è divertente perché solo pochi minuti dopo aver imbarcato lo zaino del nostro roscio spilungone, si ricorda che le cinghie potrebbero impigliarsi negli ingranaggi del nastro trasportatore e far esplodere Fiumicino. E’ andata così. Per l’imbarco dei due zaini rimasti, veniamo mandati alla sezione “bagagli fuori misura”, dove una cicciona coi baffi li prende in consegna. In fila per il metal detector siamo già molto indietro rispetto alle ragazze e manca poco alla chiusura del gate. Oltretutto, la sbadata tizia easyJet ci ha messi in guardia “un minuto dopo e v’attaccate al cazzo”. Excellent .
Superati i controlli cominciamo a correre, Andrea per sbrigarsi non si infila la cinta portandola in mano come per buttarsi in una violenta rissa. Le scarpe scivolano sulle piastrelle di Fiumicino, i minuti passano. Ancora una volta, come tre anni fa, rischiamo di perdere il volo. La linea retta mente per davvero. Ad ogni modo facciamo in tempo a metterci in fila, individuando di nuovo le nostre amiche poco avanti a noi riuscendo, per altro, a passare prima di loro.
Il volo trascorre tranquillo, partendo addirittura in anticipo. Si stacca da terra in un secondo e in un secondo tutto comincia: siamo in viaggio.
La tradizione della merenda in aeroporto viene rispettata, nonostante il tentativo della comitiva delle donne di sconvolgere un equilibrio così sacro. Finito il rituale andiamo a prendere un autobus diretto al centro città tutti insieme appassionatamente. E con passione passiamo il tragitto, in cui cominciano a farsi vedere le ferite aperte e purulente che “la crisi” ha scavato sul volto di una città che di per sé già non ci appare tanto bella. Su grigi palazzi abbandonati l’unica nota di colore sembra essere la scritta “vendesi”, che più che un annuncio sembra una preghiera disperata, una supplica. I tabelloni enormi destinati alle pubblicità sono da tempo diventate vuote tele per artisti di strada, come cornici di un quadro post-apocalittico. Arrivati al capolinea ci separiamo dalle ragazze: ora è giunto il momento di dividerci, voi andate in vacanza, noi in viaggio. Siamo molto contenti di averle incontrate, così come loro lo sono di essere entrate a far parte di questa meravigliosa storia. Grazie a loro possiamo dirlo anche quest’anno: il viaggio è iniziato sotto i migliori auspici. Auspici di donna, stavolta.
Camminando pochi metri per le vie di Atene, le nostre prime percezioni vengono quasi immediatamente confermate. Assistiamo infatti ad una manifestazione di un qualche sindacato a brutto muso col reparto mobile delle forze dell’ordine. Giornalisti, fotografi e curiosi ovunque: benvenuti in Grecia.
Scendiamo verso Monastiraki, una piazza sotto l’Acropoli e ci troviamo di fronte un bizzarro scenario: in fondo alla via si intravedono i vecchi muri di una Chiesa Bizantina, ma tra noi e loro brulicano decine e decine di turisti in ciabatte, intenti a rimbalzare da un negozio all’altro con buste stracolme di robaccia occidentale.
Il caldo ci picchia forte le teste e lo zaino ci corrode le spalle, siamo fuori forma, ma rimedieremo presto. Individuiamo l’accesso all’Acropoli, ma decidiamo saggiamente di rimandare la visita ad orari più consoni e a stomaci più pieni. Torniamo a Monastiraki per pranzare e, dopo un difficoltoso slalom tra gli insistenti butta dentro dei vari ristoranti, riusciamo a prendere dei panini serviteci da un paio di ragazze e rivelatosi poi anche molto gradevoli. Eccoci finalmente pronti per visitare il pezzo forte della città. Lungo le stradine in salita Siso realizza uno dei sogni della sua vita, acquistando a pochi euro dei pantaloni di lino tipo Smaila-Briatore. Tutto ciò è meraviglioso.
Entriamo nell’Acropoli pagando, ma solo perché siamo così idioti da non aver portato nulla che ci qualifichi come studenti universitari. Casty prega: “Gesù..”
Proprio il nostro Lorenzo è vittima, pochi minuti dopo aver lasciato gli zaini al deposito, di un tentativo di approccio da parte di un gigantesco indiano ambiguamente piazzato nei bagni. Nulla di fatto, però, la scintilla non scatta. Persino nell’Acropoli ci sono cani randagi, presenti anche nel resto della città, tanto che un gruppo di asiatici pensa bene di farsi una foto ad uno di loro, palesemente sofferente per il caldo e la sete, scatenando l’odio medievale di Siso. Non possiamo farci niente, però, e proseguiamo nella salita facendo zig zag le rocce troppo lisce per le scarpe piatte di Andrea e Siso.
Il Partenone ci delude un po’, tutto impalcature e travi d’acciaio, ben lontano dalle aspettative che anni di studio classico avevano creato in noi. Ne contempliamo comunque la possenza, respirando la storia che trasuda e racconta. Il panorama è di livello: Atene, notiamo, è una città bianca. Bianca e triste.
Ci spostiamo alla stazione di Omonoia per decidere il da farsi e dopo aver cambiato idea 4 o 5 volte e osservato un bambino ciccione giocare a basket con la maglia di Ronaldo, decidiamo di passare la notte ad Atene, in un Hotel economico nel Pireo.
Prima del piacere, però, ci vuole altro piacere, e allora ci dirigiamo, approfittando anche del blando controllo sui biglietti della metropolitana, al Museo Archeologico dove, tra le altre cose, possiamo ammirare con i nostri occhi la maschera di Agamennone.
Nel tragitto verso l’Hotel ci fermiamo in un Mini-Market a comprare una sottospecie di cena, la fame comincia a farsi sentire. Fino al Pireo è lunga, e siamo stanchi morti e doloranti, puzziamo e ciò è bello.
La giornata sembrava finire con l’Hotel Delfini pronto ad accoglierci, e invece no. Ci viene assegnata la stanza 27B e mai in vita nostra dimenticheremo quello che abbiamo visto. Un tugurio ricavato da un’intercapedine tra le stanze vere. Formiche ovunque, spazio al minimo, luci rotte. E’ troppo anche per noi. Chi di noi si era spogliato si riveste in fretta e giù a reclamare una stanza quantomeno umana. Dopo qualche resistenza, l’odioso e baffuto proprietario ci consegna le chiavi della 18B. Ecco quello che fa al caso nostro: stanza arrangiata ma civile. Ci godiamo una doccia calda sognata per tutto il giorno (forse anche per quello prima) e ci mettiamo a letto (“a brandina” per quanto riguarda Casty).
Di nuovo stanchi, di nuovo sporchi, di nuovo felici, di nuovo in InterRail.
N.B.
Il wi-fi scarseggia, così come il tempo di scrivere per ora. Comunque faremo il possibile per soddisfarvi, curiosoni.
Il wi-fi scarseggia, così come il tempo di scrivere per ora. Comunque faremo il possibile per soddisfarvi, curiosoni.
Un bacio alle nostre temporanee compagne di viaggio Carlotta, Sofia, Angela, Giulia e Margherita. Voi non sapete quante donne avrebbero pagato fior di quattrini per stare
sabato 12 luglio 2014
L’eterno ritorno dell’uguale
Proprio quando le nostre convinzioni d’eternità cominciavano
a vacillare, scosse da universitari venti borghesi, proprio quando la strenua
volontà incendiaria dei nostri vent’anni sembrava essersi spenta nelle profonde
grotte delle rocce sacre a Odino, proprio quando l’antico e virile slancio
della giovinezza sembrava essersi smarrito, come dissolto tra le nebbie del
nord e i flutti del mare in tempesta, ecco aprirsi di nuovo davanti a noi l’essere,
l’essenza, l’ebbrezza, nelle pieghe misteriose dell’estate afosa di Roma.
In riva al mare, la Vita era stesa in forma di donna ad attendere il nostro
ritorno. Silente, aspettava fissando l’oceano il momento in cui le nostre
sicure vele avrebbero oscurato il sole del crepuscolo per giungere da lei pronti,
una volta toccata la spiaggia, a portarla con noi lungo i sentieri di un nuovo
viaggio al termine della notte.
Un anno e più aspettò invano la nostra dolce compagna, eterna e paziente
Penelope, ma mai, ne siam sicuri, mai essa ha distolto lo sguardo dall’orizzonte:
sapeva che saremmo tornati, quali colombe
dal disìo chiamate.
Ignorava, però, che ciò che soffocando le sue preghiere non osava chiedere
nemmeno agli dei, ciò che le stelle avevano da tempo disegnato, gli usignoli
cantato, le fronde sussurrato, gli aruspici predetto, si stava segretamente
preparando a palesarsi.
“La linea retta mente. La verità è un
circolo.” Così sentenziava un tedesco coi baffoni (baffoni, non baffetti)
qualche anno prima di morire di sifilide. Die Ewige
Wiederkunft des Gleichen: l’eterno ritorno dell’uguale, il serpente
inesorabilmente destinato a mordersi la coda. Eccolo, il nostro Uroboro,
affondare i denti sanguigni nelle squame della sua coda, come ad assaporare,
avido, la sua stessa carne di rettile. Eccolo, tre anni dopo, chiudersi nel
simbolo sacro del cerchio, finire dove tutto era cominciato e ricominciare dove
tutto sembrava essere finito.
Tre anni fa partimmo in tre, da Roma, volando verso ovest.
In due, poi, per due volte da Roma volammo verso nord, sentendo freddo e caldo.
Tra pochi giorni voleremo ancora, di nuovo in tre, di nuovo da Roma, stavolta
verso est.
La linea retta mente. La verità è un
circolo.
La linea retta mente.
La verità è un circolo.
La linea retta mente.
La verità è un circolo.
Nella terra calcata da Platone ed Aristotele, costruita da Pericle e Licurgo,
difesa da Temistocle e Leonida e poi distrutta dai burocrati di Bruxelles: lì comincerà
il nostro viaggio.
Con gratitudine e devozione salutammo Odino e le sue antiche rune, ora ci
accoglie Atena dagli occhi scintillanti.
venerdì 24 agosto 2012
Giorno 21
Haderslev-Flensburg-Amburgo-Monaco di Baviera, 21 agosto
2012
Il pullman delle 5:43 ci accompagna per il primo tragitto
della vertiginosa discesa verso sud in programma per la giornata. Un treno,
infatti, ci porta al confine con la Germania e un secondo ad Amburgo dove
abbiamo solo il tempo di mangiare prima di partire verso Monaco, ultima vera
tappa del nostro lungo viaggio. Ormai da tre viaggi la città bavarese si è trasformata
nella nostra Mecca, troviamo sempre un modo per passarci del tempo. Arriviamo per le 17 e per la prima volta dopo parecchi giorni proviamo la quasi
dimenticata sensazione di mettere piede su strade già in passato calcate.
Proprio a Monaco, infatti, durante l’InterRail invernale del 2011, abbiamo
trascorso la notte di capodanno vivendo probabilmente le ore più belle delle
nostre vite. Le mete obbligate sono tre: il negozio di giocattoli, la libreria
e l’Hofbräuhaus, la storica birreria nota ai più semplicemente come HB.
Il nostro pellegrinaggio ovviamente rispetta tutte le tappe
e in men che non si dica stiamo divorando due succulenti stinchi di maiale
accompagnati da grossi pretzel e annaffiati dall’originale birra bionda locale.
Come è accaduto per la serata trascorsa a Savonlinna riserveremo i particolari
più scabrosi a conversazioni private. Vi basti sapere che omettendo i
particolari più scabrosi siamo costretti di fatto a tacere gli avvenimenti dell’intera
serata.
Come al solito, comunque, Monaco e l’HB ci regalano grandi emozioni. Brindiamo alle cose più impensabili, facendo attenzione, però, a conservare un ultimo sorso.
Come al solito, comunque, Monaco e l’HB ci regalano grandi emozioni. Brindiamo alle cose più impensabili, facendo attenzione, però, a conservare un ultimo sorso.
È il brindisi finale: il viaggio è giunto al termine. Da quel
brindisi in poi avremmo dovuto parlare già solo di “ritorno a casa”. Si torna
alla vita di tutti i giorni e sappiamo che è la cosa giusta.
Brindiamo a noi, ma senza nostalgia e senza malinconia perché sappiamo che i nostri treni, le nostre strade, i nostri ostelli saranno qui ad aspettare di nuovo il nostro sudore, le nostre cazzate, i nostri zaini.
Brindiamo a noi, ma senza nostalgia e senza malinconia perché sappiamo che i nostri treni, le nostre strade, i nostri ostelli saranno qui ad aspettare di nuovo il nostro sudore, le nostre cazzate, i nostri zaini.
Andrea e Silvano.
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Giorno 20
Copenaghen-Haderslev, 20 agosto 2012
Copenaghen, purtroppo, non è una di quelle città che
possiamo dire di aver veramente vissuto, ma certamente possiamo dire di averla
almeno “camminata” un bel po’. Le circostanze di viaggio ci portano infatti ad
optare per un giro nottetempo della capitale danese. Il cielo è coperto e senza
le stelle, le strade sono pressappoco vuote. Ogni tanto qualche losco figuro
dall’andatura incerta ci passa accanto portandosi dietro pesanti zaffate in
grado di farci sentire miracolosamente profumati. Attraversiamo la città dalla
stazione centrale fino alla celebre Christiana in cui, però, visto l’orario,
non osiamo entrare. Seduti in una piazza veniamo anche inaspettatamente
importunati da due ragazze del posto completamente ubriache, Namya e Felizian,
che più tardi ritroveremo sdraiate per strada ad urlarsi contro in preda al più
profondo dei deliri. Concludiamo la lunga passeggiata tornando al punto di
partenza dopo un paio d’ore. Ci sdraiamo finalmente su una banchina della
stazione ad aspettare l’alba. Il sole sorge e porta con sé l’improvvisa
consapevolezza che oggi è il grande giorno. La partita che avevamo deciso di
vedere si gioca oggi ad Haderslev (Danimarca). Per nulla al mondo ce la saremmo
persa. Un treno ci porta in poche ore alla stazione ferroviaria più vicina,
Vojens. Il tragitto scorrerebbe in tranquillità, se non fosse che siamo
costretti a cambiare per ben tre volte posto. Una volta arrivati dobbiamo
aspettare un pullman e ne approfittiamo per mangiare qualcosa. Haderslev è una
città molto piccola e modesta dove sembra regnare sovrana la pace. La prima
sensazione che proviamo è il contrario di ciò che ci saremmo logicamente potuti
aspettare. “Non c’è clima da partita” lamenta Il Nero. In effetti a qualche ora
dal calcio c’inizio non vediamo nessuno che possa verosimilmente essere un
tifoso di calcio. Niente colori della squadra, negozi tutti aperti e per giunta
pieni di gente. Con netto anticipo, allora, decidiamo di recarci allo stadio
per entrare in clima calcistico. Lì troviamo un vero e proprio circolo sportivo
dotato di strutture per decine di sport. Stessa atmosfera del centro città..un
giorno come tanti. Eppure la Superliga è l’equivalente danese della Serie A
italiana! Perplessi aspettiamo l’inizio della gara. In campo la formazione di
casa, il SonderjyskE, avrebbe affrontato la compagine dell’Odense nella quarta
giornata di campionato. L’ingresso nella curva del SonderjyskE, che abbiamo
scelto di sostenere, ci rivela un mondo che, abituati al calcio italiano, mai
avremmo potuto nemmeno immaginare. La curva, comunicante con la bassa tribuna,
è costituita da 7 alti gradoni e alle spalle dei tifosi una serie di chioschi vendono,
oltre alle divise della squadra, panini preparati a vista su una griglia e
caramelle di ogni tipo. Neanche i seggiolini della tribuna sono numerati e con
l’avvicinarsi della partita vanno via via riempiendosi più di quanto ci
aspettassimo. Al fischio iniziale possiamo senza dubbio dire che lo stadio
fosse tutto esaurito, compresa la curva degli ospiti. “C’è tutta la città”,
osserva Siso. Ad attirare la nostra
attenzione più della partita stessa, per la verità espressione di un livello
calcistico decisamente basso, sono gli “ultras” del SonderjyskE. Non contano
più di venti unità, attrezzati con bandiere, megafono e tamburo. Sembrano scappati
da una qualche fantasiosa e originale commedia. C’è lo zoppo, il gobbo, il nano, il baffuto, il pirata, il
vecchio pazzo, la fanciulla, il lama, l’indiano, il ciccione..sono fantastici e
ci aiutano a metabolizzare le enormi differenze tra le nostre concezioni di “calcio”.
La loro curva sembra una sagra di paese. Bambini corrono da tutte le parti,
vestiti con le più disparate divise di calcio esistenti, come durante la
ricreazione a scuola. Tutti ridono e scherzano serenamente. Eppure cantano,
tifano e soffrono, molte le mani nei capelli visibili al momento del doppio
vantaggio dell’Odense.
La percezione che hanno del calcio è fondamentalmente quella
di un semplice gioco. Quasi inconcepibile per due malati di pallone come noi. Al
termine dei 90 minuti il SonderjyskE perde 2 a 1 nonostante il talento
cristallino di Quincy Antipas, centravanti classe ’84 dello Zimbabwe. Mai una
gioia. Torniamo rapidamente in città per cenare, troviamo le vie così vive nel
pomeriggio totalmente sgombre, a conferma del fatto che tutti gli abitanti
fossero allo stadio. Mangiamo quanto possibile, per evitare di patire troppo
quell’infame appetito notturno ormai ben troppo familiare.
Troviamo un approssimativo riparo dal freddo e dai moscerini
vicino alla chiusa stazione dei pullman. Il nostro partirà alle 5:43. L’asfalto
è di nuovo il più dolce dei materassi.
Andrea e Silvano
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