Budapest, 10 agosto 2014
Il treno per Budapest stavolta ci lascia dormire e il tempo vola, disturbato solo dal rapido controllo dei passaporti alla frontiera.
La capitale ungherese è l'unica altra città, oltre a Monaco di Baviera, in cui l'InterRail col suo misterioso fluire ci abbia portato per una seconda volta. Già nel gennaio 2012 Andrea e Siso vi erano capitati sul finire del viaggio, ma senza soldi, tempo e forze per girarla a dovere: una toccata e fuga che non rese giustizia ad una città come questa.
Già l'arrivo alla stazione di Budapest Keleti ci dà motivo di presagire il netto cambio di registro rispetto a quella stancante e di fatto infruttuosa giornata di due anni e mezzo fa. I lavori che allora occupavano per intero la piazza e le vie circostanti sono conclusi ("ma allora succede veramente..." sospiriamo, abituati agli eterni cantieri di Roma) e ora anche la stazione, prima quasi del tutto vuota, si è riempita di negozi e chioschi vari.
La prima sosta è, come sempre, la colazione, fatta stavolta in una pasticceria quasi nascosta dalle insegne prepotenti del vicino Burger King. Mangiamo il giusto per riprendere le energie e lo spirito è così alto che ci induce a rinunciare alla comodità della metro, che pure è lì davanti a noi, percorrendo a piedi 3 chilometri e mezzo per arrivare in ostello. Senza cedimenti e soste, in una mezz'ora siamo a destinazione.
Per chi se lo fosse scordato, sono tre notti che siamo in giro: senza letti, senza docce, senza bagni. Immaginate dunque l'orgasmica sensazione che ci ha provocato l'infilare la chiave nella toppa e, girandola lentamente, il vedere aprirsi davanti a noi un posto da poter chiamare "camera". È talmente bella che quasi la chiameremmo "casa", nonostante il nostro soggiorno qui sia ristretto ad una notte.
Ci rimettiamo in sesto senza fretta, dormendo anche un po'. Improvvisamente, ci accorgiamo di esserci dimenticati di pranzare e a ricordarcelo sono proprio i nostri stomaci. Applichiamo informazioni tratte da internet ad un paio di mappe della città, decidendo il percorso da fare fino a sera e in un batter d'occhio siamo in strada.
Decidiamo di percorrere la sponda del Danubio che ci porterà al centro storico della città; più ci avviciniamo, più ci accorgiamo di quali fantastici scorci offra la città, vuoi per i suoi palazzi, vuoi per le sue ridenti aree verdi, per i ponti sul fiume, o per i suoi maestosi monumenti. Per prima cosa attraversiamo un ponte che ci porta sull'isola di Margarita, adibita a parco cittadino e molto frequentata da ungheresi e turisti di tutte le età. Proprio dal ponte si ha un'ottima visuale della città su entrambe le sponde, incorniciata dal cielo violaceo del crepuscolo: spiccano il Parlamento, l'ex Palazzo Reale, la cittadella fortificata con il Bastione dei Pescatori. Ci dirigiamo quindi verso il Parlamento, grandissimo edificio di architettura gotica che si affaccia sul fiume, tanto imponente da sembrare una cattedrale. Ancora non abbiamo mangiato nulla, ma siamo tutti d'accordo sul concederci una cena "da signori", a condizione di assaggiare il piatto tipico, benchè non propriamente estivo: il goulash. Troviamo così un piccolo ristorante dall'atmosfera unica; la proprietaria parla un perfetto italiano, le cameriere ci fanno battere il cuore, la musica di sottofondo ci viene offerta da un suonatore di cimbalom, tipico strumento locale e, cosa più importante, il cibo è buonissimo. Torniamo in strada e, attraversando il suggestivo e scintillante Ponte delle Catene, passiamo sulla sponda settentrionale del Danubio, dove troviamo un luogo di ritrovo con musica, sdraio, panchine e un chioschetto che vende da bere. Esiste situazione migliore per provare una birra ungherese? Ci mettiamo comodi ma scopriamo con disappunto che la birra è calda ("la poteva prende dal frigo, 'sta cretina") e questo ci guasta un po' la piacevole situazione. Decidiamo quindi di salire sulla cittadella per goderci il panorama dal Bastione dei Pescatori; la strada è in salita e arriviamo assetati e un po' stanchi, ma ne è valsa decisamente la pena: Budapest di notte assume i contorni e i colori di una città uscita dalla migliore delle fantasie Disney, con gli alti edifici illuminati d'oro a riflettersi nelle placide acque del Danubio. Da sopra la cittadella facciamo un giro della Chiesa di S. Matteo e rimaniamo per un po' a goderci il panorama, ma la stanchezza comincia a farsi sentire, così ci incamminiamo per tornare in camera. Facciamo appena in tempo a chiudere gli occhi che già le nostre menti volano alte sopra Budapest, lasciando i corpi a riposare.
martedì 12 agosto 2014
Giorno 14
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lunedì 11 agosto 2014
Giorno 13
Timisoara, 9 agosto 2014
La seconda notte in treno passa scomoda quanto la prima. Ginocchia e schiene cominciano ad accusare le improbabili posizioni sperimentate nei tentativi di prendere sonno.
Usciamo in strada senza sapere dove ci troviamo, né dove andare e sprovvisti di mappa alcuna seguiamo l'indicazione per "Centrum". Seguendo un lungo stradone arriviamo fino alla Piazza della Vittoria, dove solo 25 anni fa ebbe iniziò la rivolta che portò all'esecuzione di Ceausescu e alla liberazione dal regime comunista. Per la seconda volta ci troviamo di fronte ad un palco, ma lì per lì lo ignoriamo rivolgendo i nostri occhi all'imponente cattedrale ortodossa in fondo alla piazza. Tra noi e l'edificio sacro, inoltre, notiamo non senza sorpresa una colonna sovrastata dalla lupa romana con tanto di gemelli. Facciamo colazione approfittandone anche per una lavata di denti molto gradita.
Zaini in spalla ci dirigiamo al vicino Tourist Info Point, dove una gentile signora ci suggerisce un itinerario della città e ci informa circa il programma odierno del festival culturale cittadino (ricordate il palco visto in piazza?), che prevede una giornata dedicata al folklore catalano. Bomba. Le chiediamo se conosce un posto che ci consenta, per qualche ora, di liberarci del peso degli zaini. Ecco qui che la signora ci dà un pacco di mappe di Timisoara e ci chiede di recapitarle ad un vicino ostello che, a suo dire, ci permetterà di lasciargli in deposito i nostri fardelli.
Tutto fila liscio e dopo aver lasciato le cartine e gli zaini ("i zaini" secondo autorevoli fonti linguistiche vicine a Vitinia) ad un simpatico personaggio, ci apprestiamo a visitare la città.
Cominciamo con Piazza della Libertà, chiedendoci se forse non sia questa la piazza che ha dato i natali alla squadra di Formello, ma purtroppo la troviamo completamente sotto sopra per via di grossi lavori di ristrutturazione. Copione destinato, però, a ripetersi anche nella tappa successiva, Piazza dell'Unità, completamente inagibile. Mai domi, comunque, aggiriamo il cantiere per giungere alla chiesa cattolica di San Giorgio, al lato opposto rispetto alla cattedrale ortodossa serba.
In pochi passi siamo al giro di boa del nostro itinerario: la Revolution Memorial Association. La struttura è quasi del tutto abbandonata, tanto da farci pensare di aver sbagliato in qualche modo strada. In nostro soccorso arriva un signore che ci invita ad entrare chiedendoci "visita?". L'edificio è una caserma completamente in rovina, le pareti sono incrostate di muffa e l'aria fitta di polvere è quasi irrespirabile. Veniamo guidati fino ad una saletta con qualche sedia rivolta ad un grosso televisore. Non senza difficoltà, il nostro nuovo amico fa partire un documentario di circa mezz'ora sulla rivolta dell'89, fortunatamente con sottotitoli in italiano.
Al termine della riproduzione veniamo condotti al piano superiore, dove un altro signore, molto più anziano, ci chiede in italiano un'offerta in denaro per la ristrutturazione dei locali che tutto sommato siamo felici di lasciargli. Concludiamo il giro per le altre stanze, piene di foto, divise militari e bandiere romene"bucate", ossia private della stella rossa sovietica che campeggiava al centro delle stesse sotto Ceausescu.
All'uscita ci intratteniamo qualche minuto con un cagnolone legato lì fuori che, oltre ad avere una voglia matta di giocare, ha anche degli incredibili occhi neri cerchiati di bianco.
Cominciamo quindi la strada di ritorno verso la Piazza della Vittoria passando per quel che rimane delle antiche mura del bastione.
Nei pressi del parco cittadino troviamo anche di che nutrirci e consumiamo un sostanzioso quanto economico pranzo tra gli sguardo affamati di decine di uccellini.
Di nuovo in piazza, ci godiamo il "Gelato di Bruno" dove l'ennesimo fraintendimento dei prezzi non guasta il delizioso sapore del dolce che ci siamo viziosamente concessi. Proseguiamo fino al parco centrale al centro del quale il prato retrocede per lasciare un lungo spazio a tavoli da gioco dove bande di arzilli anziani si sfidano a scacchi, backgammon e domino. Assistiamo ammirati ad un paio di sfide tra due vecchietti, insieme a qualche altro tifoso tra cui spicca il sosia di Califano. È così bello che quasi ci scappa una lacrima, se non fosse che noi "nun piagnemo per un omo che more.."
Il sole comincia a scendere e ci affrettiamo a ritirare gli zaini per non abusare della gentilezza dei gestori dell'ostello in cui li abbiamo lasciati.
In piazza assistiamo ad un paio di esibizioni di acrobati catalani, apertura ad una serie di performance musicali.
Torniamo in stazione seguendo lo stradone, ma voltare le spalle a quella meraviglia ci è costato più del previsto.
La direzione è Budapest, ma il percorso ce lo siamo costruito noi. Il che significa arrivare in una bizzarra cittadina romena, Deva, in piena notte per rimanerci un paio d'ore in attesa del treno per la capitale ungherese. È l'ultima fatica prima di tornare a godere delle meraviglie di doccia e materassi.
Deva è uno di quei pochissimi posti dove avremmo preferito non passare, tra tossici vari e ciccioni pazzi che picchiano cani randagi (fortunatamente difesi con onore da una comitiva di locali). Fa anche freddo e il treno tarda. Resistiamo sulla banchina stringendo denti in bocca e pugni in tasca.
Nella notte, poi, all'improvviso, dei fari, un fischio, una scritta: Budapest.
La seconda notte in treno passa scomoda quanto la prima. Ginocchia e schiene cominciano ad accusare le improbabili posizioni sperimentate nei tentativi di prendere sonno.
Usciamo in strada senza sapere dove ci troviamo, né dove andare e sprovvisti di mappa alcuna seguiamo l'indicazione per "Centrum". Seguendo un lungo stradone arriviamo fino alla Piazza della Vittoria, dove solo 25 anni fa ebbe iniziò la rivolta che portò all'esecuzione di Ceausescu e alla liberazione dal regime comunista. Per la seconda volta ci troviamo di fronte ad un palco, ma lì per lì lo ignoriamo rivolgendo i nostri occhi all'imponente cattedrale ortodossa in fondo alla piazza. Tra noi e l'edificio sacro, inoltre, notiamo non senza sorpresa una colonna sovrastata dalla lupa romana con tanto di gemelli. Facciamo colazione approfittandone anche per una lavata di denti molto gradita.
Zaini in spalla ci dirigiamo al vicino Tourist Info Point, dove una gentile signora ci suggerisce un itinerario della città e ci informa circa il programma odierno del festival culturale cittadino (ricordate il palco visto in piazza?), che prevede una giornata dedicata al folklore catalano. Bomba. Le chiediamo se conosce un posto che ci consenta, per qualche ora, di liberarci del peso degli zaini. Ecco qui che la signora ci dà un pacco di mappe di Timisoara e ci chiede di recapitarle ad un vicino ostello che, a suo dire, ci permetterà di lasciargli in deposito i nostri fardelli.
Tutto fila liscio e dopo aver lasciato le cartine e gli zaini ("i zaini" secondo autorevoli fonti linguistiche vicine a Vitinia) ad un simpatico personaggio, ci apprestiamo a visitare la città.
Cominciamo con Piazza della Libertà, chiedendoci se forse non sia questa la piazza che ha dato i natali alla squadra di Formello, ma purtroppo la troviamo completamente sotto sopra per via di grossi lavori di ristrutturazione. Copione destinato, però, a ripetersi anche nella tappa successiva, Piazza dell'Unità, completamente inagibile. Mai domi, comunque, aggiriamo il cantiere per giungere alla chiesa cattolica di San Giorgio, al lato opposto rispetto alla cattedrale ortodossa serba.
In pochi passi siamo al giro di boa del nostro itinerario: la Revolution Memorial Association. La struttura è quasi del tutto abbandonata, tanto da farci pensare di aver sbagliato in qualche modo strada. In nostro soccorso arriva un signore che ci invita ad entrare chiedendoci "visita?". L'edificio è una caserma completamente in rovina, le pareti sono incrostate di muffa e l'aria fitta di polvere è quasi irrespirabile. Veniamo guidati fino ad una saletta con qualche sedia rivolta ad un grosso televisore. Non senza difficoltà, il nostro nuovo amico fa partire un documentario di circa mezz'ora sulla rivolta dell'89, fortunatamente con sottotitoli in italiano.
Al termine della riproduzione veniamo condotti al piano superiore, dove un altro signore, molto più anziano, ci chiede in italiano un'offerta in denaro per la ristrutturazione dei locali che tutto sommato siamo felici di lasciargli. Concludiamo il giro per le altre stanze, piene di foto, divise militari e bandiere romene"bucate", ossia private della stella rossa sovietica che campeggiava al centro delle stesse sotto Ceausescu.
All'uscita ci intratteniamo qualche minuto con un cagnolone legato lì fuori che, oltre ad avere una voglia matta di giocare, ha anche degli incredibili occhi neri cerchiati di bianco.
Cominciamo quindi la strada di ritorno verso la Piazza della Vittoria passando per quel che rimane delle antiche mura del bastione.
Nei pressi del parco cittadino troviamo anche di che nutrirci e consumiamo un sostanzioso quanto economico pranzo tra gli sguardo affamati di decine di uccellini.
Di nuovo in piazza, ci godiamo il "Gelato di Bruno" dove l'ennesimo fraintendimento dei prezzi non guasta il delizioso sapore del dolce che ci siamo viziosamente concessi. Proseguiamo fino al parco centrale al centro del quale il prato retrocede per lasciare un lungo spazio a tavoli da gioco dove bande di arzilli anziani si sfidano a scacchi, backgammon e domino. Assistiamo ammirati ad un paio di sfide tra due vecchietti, insieme a qualche altro tifoso tra cui spicca il sosia di Califano. È così bello che quasi ci scappa una lacrima, se non fosse che noi "nun piagnemo per un omo che more.."
Il sole comincia a scendere e ci affrettiamo a ritirare gli zaini per non abusare della gentilezza dei gestori dell'ostello in cui li abbiamo lasciati.
In piazza assistiamo ad un paio di esibizioni di acrobati catalani, apertura ad una serie di performance musicali.
Torniamo in stazione seguendo lo stradone, ma voltare le spalle a quella meraviglia ci è costato più del previsto.
La direzione è Budapest, ma il percorso ce lo siamo costruito noi. Il che significa arrivare in una bizzarra cittadina romena, Deva, in piena notte per rimanerci un paio d'ore in attesa del treno per la capitale ungherese. È l'ultima fatica prima di tornare a godere delle meraviglie di doccia e materassi.
Deva è uno di quei pochissimi posti dove avremmo preferito non passare, tra tossici vari e ciccioni pazzi che picchiano cani randagi (fortunatamente difesi con onore da una comitiva di locali). Fa anche freddo e il treno tarda. Resistiamo sulla banchina stringendo denti in bocca e pugni in tasca.
Nella notte, poi, all'improvviso, dei fari, un fischio, una scritta: Budapest.
Giorno 12
Sibiu, 8 agosto 2014
Il viaggio in treno che dalla capitale rumena ci porta a
Sibiu non merita particolari menzioni, eccezion fatta per la singolare scomodità
dei posti a sedere, apparentemente pensati più per tenere vigili i passeggeri che
per farli addormentare, caratteristica non delle migliori per un treno notturno.
Ci “svegliamo” quindi a Sibiu, città dalla grande storia nel cuore della
Transilvania. Le distanze sono irrisorie e in pochi passi dalla stazione,
seppur con gli zaini in spalla, ci troviamo in pieno centro storico, nella
Piazza Grande, ancora semideserta nel giorno appena nato. Qui ci buttiamo sulle
panchine e aspettiamo che la stanchezza della notte ci scivoli via. La piazza,
come tutta la città, comincia a mano a mano a popolarsi di indigeni e turisti, preceduti
dai piccioni, mentre fervono i preparativi per la festa cittadina che si tiene
proprio in questi giorni.
Consigliataci da tutti come imperdibile, Sibiu rispetta le aspettative, con la sua caratteristica architettura pesantemente influenzata dalla lunga appartenenza all’Impero austroungarico, tanto da farci credere di essere magicamente capitati nei pressi di Vienna: tutto è in perfetto ordine, i muri sono immacolati e in terra non c’è l’ombra di una cicca. Ci mettiamo relativamente poco per fare un giro completo del centro storico e delle sue attrazioni, perciò prima di pranzo ripieghiamo sul museo cittadino, che ospita un’esposizione temporanea di Salvador Dalì intitolata “La Divina Commedia”, che raccoglie le sue stampe sul poema dantesco. Tra brontolii di stomaco e qualche crampo, la fame ci riporta in strada e il sesto senso ci conduce al mercato cittadino, ben nascosto, ma non abbastanza per chi in quel momento mangerebbe un intero “Casty col ragù”. Tra i vari banchi, tutti riforniti di leccornie locali, la nostra scelta cade su un classico intramontabile: pane e cacio. “A Dragonbò, ma che m’hai dato? Er sushi?!” Acquistiamo il tutto in formula componibile, ovvero mezza forma di pane e mezza di formaggio e, impazienti di sfoderare il coltello di Andrea, ci dirigiamo in piazza per cominciare la sacra cerimonia di preparazione dei panini. Spazzoliamo tutto quanto in quattro e quattr’otto, contenti e finalmente sazi; cibo semplice e di qualità, impossibile chiedere di meglio.
Il pomeriggio scorre tranquillo; passato soprattutto nella piazza principale a leggere, tra le prove generali del concerto di quella sera e qualche sgrullata di pioggia, non annoveriamo niente di speciale nel nostro racconto, ma ogni tanto è anche giusto allentare la corda e sapersi godere un po’ di ristoro, per esempio aggiungendoci una birra gelata.
In men che non si dica si fa sera. Ceniamo con un pasto che ad Andrea e Siso fa cadere un paio di lacrime tanto ricorda le passate avventure scandinave, sardine in scatola con salsa di pomodoro (sprot in sos tomat per i locali). Casty in principio è diffidente, ma alla fine cede agli ammiccamenti di un tale piatto da gourmet. Consumiamo questa cena nostalgica nella Piazza Grande, ormai diventata quasi nostra, godendoci l’esibizione di un gruppo folk del luogo, assai coinvolgente e piacevole.
Spinti forse dalla paura di perdere il treno, o dalla nostra sconfinata passione per le locomotive, oppure da semplice e pura pazzia, ci dirigiamo alla stazione con ben quattro ore di anticipo, minuto più minuto meno, per prendere il nostro treno delle 3 (antimeridiane, mica pizza e fichi) per Timisoara. Probabilmente al mattino erano stati la stanchezza e gli occhi gonfi a non farci notare lo stridente contrasto tra il centro storico e la stazione ferroviaria, a dir poco sporca e grottesca, nonché popolata da gente che, vista la geografia, può probabilmente vantare qualche antica parentela con il conte Dracula. A rendere il tutto ancora più piacevole ci pensa un freddo di quelli che si sentono fin nelle ossa. Ci addormentiamo allora sulla banchina del nostro binario, svegliati di tanto in tanto dall’addetto allo svuotamento dei cestini, che intavola con Casty un surreale scambio di versi.
Alla fine le vicissitudini ne hanno abbastanza di giocare con noi e il nostro treno ascolta le nostre invocazioni, arrivando in stazione con quasi un’ora di anticipo con il chiaro intento di salvarci dall’ipotermia e permetterci di continuare il viaggio; mai fischio fu meglio accolto. Ci trasciniamo al suo interno e, preso posto, cadere tra le braccia di Morfeo è un attimo.
Consigliataci da tutti come imperdibile, Sibiu rispetta le aspettative, con la sua caratteristica architettura pesantemente influenzata dalla lunga appartenenza all’Impero austroungarico, tanto da farci credere di essere magicamente capitati nei pressi di Vienna: tutto è in perfetto ordine, i muri sono immacolati e in terra non c’è l’ombra di una cicca. Ci mettiamo relativamente poco per fare un giro completo del centro storico e delle sue attrazioni, perciò prima di pranzo ripieghiamo sul museo cittadino, che ospita un’esposizione temporanea di Salvador Dalì intitolata “La Divina Commedia”, che raccoglie le sue stampe sul poema dantesco. Tra brontolii di stomaco e qualche crampo, la fame ci riporta in strada e il sesto senso ci conduce al mercato cittadino, ben nascosto, ma non abbastanza per chi in quel momento mangerebbe un intero “Casty col ragù”. Tra i vari banchi, tutti riforniti di leccornie locali, la nostra scelta cade su un classico intramontabile: pane e cacio. “A Dragonbò, ma che m’hai dato? Er sushi?!” Acquistiamo il tutto in formula componibile, ovvero mezza forma di pane e mezza di formaggio e, impazienti di sfoderare il coltello di Andrea, ci dirigiamo in piazza per cominciare la sacra cerimonia di preparazione dei panini. Spazzoliamo tutto quanto in quattro e quattr’otto, contenti e finalmente sazi; cibo semplice e di qualità, impossibile chiedere di meglio.
Il pomeriggio scorre tranquillo; passato soprattutto nella piazza principale a leggere, tra le prove generali del concerto di quella sera e qualche sgrullata di pioggia, non annoveriamo niente di speciale nel nostro racconto, ma ogni tanto è anche giusto allentare la corda e sapersi godere un po’ di ristoro, per esempio aggiungendoci una birra gelata.
In men che non si dica si fa sera. Ceniamo con un pasto che ad Andrea e Siso fa cadere un paio di lacrime tanto ricorda le passate avventure scandinave, sardine in scatola con salsa di pomodoro (sprot in sos tomat per i locali). Casty in principio è diffidente, ma alla fine cede agli ammiccamenti di un tale piatto da gourmet. Consumiamo questa cena nostalgica nella Piazza Grande, ormai diventata quasi nostra, godendoci l’esibizione di un gruppo folk del luogo, assai coinvolgente e piacevole.
Spinti forse dalla paura di perdere il treno, o dalla nostra sconfinata passione per le locomotive, oppure da semplice e pura pazzia, ci dirigiamo alla stazione con ben quattro ore di anticipo, minuto più minuto meno, per prendere il nostro treno delle 3 (antimeridiane, mica pizza e fichi) per Timisoara. Probabilmente al mattino erano stati la stanchezza e gli occhi gonfi a non farci notare lo stridente contrasto tra il centro storico e la stazione ferroviaria, a dir poco sporca e grottesca, nonché popolata da gente che, vista la geografia, può probabilmente vantare qualche antica parentela con il conte Dracula. A rendere il tutto ancora più piacevole ci pensa un freddo di quelli che si sentono fin nelle ossa. Ci addormentiamo allora sulla banchina del nostro binario, svegliati di tanto in tanto dall’addetto allo svuotamento dei cestini, che intavola con Casty un surreale scambio di versi.
Alla fine le vicissitudini ne hanno abbastanza di giocare con noi e il nostro treno ascolta le nostre invocazioni, arrivando in stazione con quasi un’ora di anticipo con il chiaro intento di salvarci dall’ipotermia e permetterci di continuare il viaggio; mai fischio fu meglio accolto. Ci trasciniamo al suo interno e, preso posto, cadere tra le braccia di Morfeo è un attimo.
domenica 10 agosto 2014
Giorno 11
Bucarest, 7 agosto 2014
L’undicesimo giorno comincia con un lento risveglio
nell’ostello di Bucarest, rassegnati all’idea che per le 3 notti che ci
aspettano non poggeremo le membra che su asfalto e sedili di treno. Lasciamo
gli zaini in ostello tra i sorrisi della ragazza che lo gestisce, Catalina, che
ci suggerisce anche un itinerario da seguire e dei luoghi da visitare. Arrivati
su una delle vie principali, facciamo colazione con dei dolci tipici presi da un fornaio come qui molti se ne trovano, che
sporge quasi solo col profumo di pane sulla strada. Seguendo l’itinerario
consigliato, passiamo per un viale dove si affacciano la Filarmonica Nazionale,
l’ex palazzo reale, e una chiesa ortodossa. Solo nell’ultima riusciamo ad
entrare e rimaniamo stupiti per le innumerevoli decorazioni e icone presenti,
tali da non lasciar intravedere nemmeno un centimetro di parete. Accanto a
questi edifici dei secoli passati ne sorgono altri molto più moderni che creano
un forte contrasto, talvolta piacevole e talvolta stucchevole. A non stuccare
mai, invece, sono le bellezze locali, tante e tali da rimanerci presto negli
occhi e nel cuore. Disseminati per la città si trovano dei monumenti evocativi
della recente liberazione dal comunismo, regime il cui simbolo più
significativo e rappresentativo è il Palazzo del Popolo, ex sede del Partito
Comunista e ora del Parlamento Rumeno, un gigantesco edificio al centro della
città circondato da giardini, il secondo edificio governativo al mondo per
grandezza (il primato spetta al Pentagono, in USA). Rimaniamo scioccati quando
ce lo troviamo davanti alla fine del viale alberato che stavamo percorrendo; lo
giriamo e lo vediamo da due lati fino all’entrata principale per i visitatori,
ma dobbiamo rinunciare all’idea di visitarlo, perché troppo grande e
impossibile da vedere nel tempo a nostra disposizione. Completiamo a piedi il
tour della città segnato sulla mappa, non stanchi, ma assai affamati. Decidiamo
così di tornare sui nostri passi, precisamente in un vicolo dove un ristorante
molto elegante aveva attirato la nostra attenzione offrendo una scelta tra ben
quattro menu completi a pochi soldi: una delle poche volte che ci concediamo un
pasto caldo, intorno a un tavolo, con delle posate.
Signore e signori:
- zuppa di fagioli con carne affumicata e cipolla;
- pomodori e formaggio acido;
- maiale arrosto con patatine fritte e formaggio;
- torta al cioccolato.
Prezzo a capa: circa 5 euro a testa. Godibilissmo.
Ci godiamo appieno il pasto e decidiamo di trascorrere un po’ del tempo che ci rimane nella capitale rumena in un parco con un laghetto al suo interno. Qui, decidiamo anche di affittare una barca a remi e di fare un giro. Ci capita in sorte l'imbarcazione con le fiamme disegnate sulla chiglia, come a sottolineare il paradosso dell'esistenza. A turno remiamo rischiando ad ogni movimento di finire in acqua (con tanto di documenti e biglietti interrail) e scopriamo che Siso è un vogatore mancato; Andrea prende un po’ di confidenza seppur con qualche difficoltà iniziale; l’arte, invece, non appartiene affatto a Casty, essendo richiesto un livello di coordinazione che probabilmente lui non conoscerà mai. Ci fermiamo anche in un’area allestita con attrezzi da palestra semplificati, osservando chi tra i locali ne ha fatto la propria attività sportiva principale e cimentandoci anche noi in qualche ripetizione. Veniamo anche avvicinati da due italiani in canotta che con forte accento nordico ci chiedono quanto ci fermiamo in città. Sono bresciani e si lamentano per la povertà che secondo loro affligge la movida rumena. Per questo motivo si lanciano in sperticate critiche rivolte alla bella Bucarest. Davvero un peccato non poter fare bisboccia con loro. Visto che si avvicina l’ora di prendere il treno per Sibiu, capoluogo della Transilvania e nostra prossima destinazione, torniamo all’ostello per recuperare gli zaini, ci fermiamo per fare delle scorte per la notte e torniamo alla stazione. E’ ancora presto e facciamo in tempo a dedicarci alla lettura e a piacevoli discorsi. Arriva l’ora di prendere il treno notturno, il primo di tre che sarà per noi come un tetto,coi sedili come letti, e con gli altri viaggiatori come compagni di stanza.
Signore e signori:
- zuppa di fagioli con carne affumicata e cipolla;
- pomodori e formaggio acido;
- maiale arrosto con patatine fritte e formaggio;
- torta al cioccolato.
Prezzo a capa: circa 5 euro a testa. Godibilissmo.
Ci godiamo appieno il pasto e decidiamo di trascorrere un po’ del tempo che ci rimane nella capitale rumena in un parco con un laghetto al suo interno. Qui, decidiamo anche di affittare una barca a remi e di fare un giro. Ci capita in sorte l'imbarcazione con le fiamme disegnate sulla chiglia, come a sottolineare il paradosso dell'esistenza. A turno remiamo rischiando ad ogni movimento di finire in acqua (con tanto di documenti e biglietti interrail) e scopriamo che Siso è un vogatore mancato; Andrea prende un po’ di confidenza seppur con qualche difficoltà iniziale; l’arte, invece, non appartiene affatto a Casty, essendo richiesto un livello di coordinazione che probabilmente lui non conoscerà mai. Ci fermiamo anche in un’area allestita con attrezzi da palestra semplificati, osservando chi tra i locali ne ha fatto la propria attività sportiva principale e cimentandoci anche noi in qualche ripetizione. Veniamo anche avvicinati da due italiani in canotta che con forte accento nordico ci chiedono quanto ci fermiamo in città. Sono bresciani e si lamentano per la povertà che secondo loro affligge la movida rumena. Per questo motivo si lanciano in sperticate critiche rivolte alla bella Bucarest. Davvero un peccato non poter fare bisboccia con loro. Visto che si avvicina l’ora di prendere il treno per Sibiu, capoluogo della Transilvania e nostra prossima destinazione, torniamo all’ostello per recuperare gli zaini, ci fermiamo per fare delle scorte per la notte e torniamo alla stazione. E’ ancora presto e facciamo in tempo a dedicarci alla lettura e a piacevoli discorsi. Arriva l’ora di prendere il treno notturno, il primo di tre che sarà per noi come un tetto,coi sedili come letti, e con gli altri viaggiatori come compagni di stanza.
mercoledì 6 agosto 2014
Giorni 9 e 10
Istanbul-Bucharest, 5/6 agosto 2014
Il nono giorno prelude ad un tour de force che nel giro di qualche notte ci
porterà fino a Budapest. Per questo decidiamo di goderci la mattinata in
ostello senza impostare sveglie o simili. A tirarci su dal letto, però, come se
non bastasse il viavai dovuto al bagno, ci si mettono i crampi della fame, così
forti da costringerci a fare colazione con un pacchetto di TUC al formaggio.
Ci godiamo anche l’ultima doccia prima di riprendere le strade di Istanbul. Salutiamo la tizia dell’ostello che, purtroppo, si ricorda che gli dobbiamo dei soldi costringendoci ad attingere dal nostro fondo tutt’altro che illimitato. Il caldo di mezzogiorno rende l’aria quasi irrespirabile, ecco perché il tragitto in tram con l’aria condizionata ci sembra improvvisamente la cosa migliore delle nostre vite.
Scendiamo alla stazione per depositare gli zaini nelle cassette di sicurezza, non prima di esserci informati sul percorso che dovremo fare stanotte verso Bucarest. Ecco fatto, l’omino della stazione ci informa che il nostro treno, il Bosphorus Express, è in riparazione e pertanto sostituito da un complicato tratto che prevede un paio di pullman e un treno. La tristezza è tutta di Siso, fremente all’idea di prendere il famoso e spettacolare treno turco.
Alle cassette di sicurezza veniamo avvicinati da un barcollante indigeno che dopo averci aiutato, ci chiede del denaro come nella più normale delle stazioni metro di Roma. Denaro, però che non possediamo. Bello mio, almeno te stai ‘mbriaco!
Il sole rischia davvero di incendiarci la testa e quindi andiamo a fare scorte d’acqua in un parco poco lontano, che attraversiamo per arrivare all’ingresso di Santa Sofia. L’ultima curva ci rivela, però, una fila immane che sembra tagliare a metà l’intera città. La guardia giurata, interrogata sugli orari del museo, ci risponde consigliandoci di passare per le 16. Molto bene.
Ne approfittiamo per mangiare e troviamo rapidamente un posto abbastanza conveniente. Abbiamo le nostre scorte di acqua e quindi non prendiamo da bere, ma il proprietario del posto decide di superare ogni livello di infamità mai raggiunto nella storia piazzandoci davanti, su un tavolo vuoto, un bicchiere di splendida acqua con ghiaccio. Figlio di puttana.
Dopo mangiato abbiamo ancora tempo da perdere e ci concediamo qualche sfizio, in particolare Siso con una lattina di coca e Andrea con un gelatino carino, preparato come il giorno prima tra i giochi di prestigio di Mimmo. L’acqua è presto finita e torniamo a fare il carico. Ignoriamo volutamente il suo sapore un po’ strano perché ci disseta e tanto basta. Quale flagello si stesse abbattendo su di noi lo avremmo scoperto solo più tardi. Nei pressi della fontanella ci imbattiamo nell’esposizione di una famiglia di artisti locali. Alcune opere sono particolarmente belle e ci rallegra la scoperta che la loro versione in poster è in vendita per pochi spicci. Pochi per chiunque, ma non per noi, che decidiamo di rimandare l’acquisto a più tardi, quando l’entità delle nostre residue finanze ci dirà se possiamo davvero permetterci un simile lusso. Fattesi quasi le 16 ci dirigiamo verso Santa Sofia. Il consiglio della guardia giurata si rivela azzeccato e riusciamo a entrare dopo una breve fila che nulla ha a che vedere con il serpentone della mattina. All’interno ci aspetta una delle massime espressioni dell’incontro tra la religione cattolica e quella musulmana; la struttura, adibita a museo negli anni ’30 dal mitico Ataturk, nacque come chiesa cattolica, per poi essere convertita in moschea. All’interno elementi di entrambe le religioni coesistono fianco a fianco. Su tutti spicca l’abside, che al centro ospita un mosaico della Madonna e Gesù bambino affiancati da imponenti dischi con sopra raffigurati gli epiteti di Allah e Maometto. Prima di uscire c’è tempo anche per il momento tenerezza, con una cucciolata di gattini appena nati che giocano sotto gli occhi della mamma e che presto, non ce ne vogliano Allah e tutti i santi, monopolizzano l’interesse della maggior parte dei visitatori. Usciamo da Santa Sofia e il nostro desiderio di conservare un poster dell’esposizione supera la tacita promessa di non cambiare altri euro in lire turche, così torniamo lì e ognuno di noi ne sceglie uno da portarsi a casa. Prima di recuperare gli zaini facciamo un’ultima tappa per riempire le scorte d’acqua, poi trascorriamo del tempo in stazione leggendo o riposando fino a che il tipo delle pulizie non ci fa alzare per adempiere al suo dovere in occasione di uno spettacolo di Dervisci previsto per le 19.30. E’ giusto così, è ora di cena. Ci rechiamo al porto sperando in un panino col pesce di quelli che abbiamo sperimentato il primo giorno, ma troviamo invece una piacevole sorpresa: su un banchetto che non avevamo notato, un simpatico signore che parla solo turco che, con dei fantastici panini con uova o formaggio e un vasto assortimento di verdure crude, ci fa venire l’acquolina in bocca e ci mette tutti d’accordo riguardo la cena. Volevamo un succo d’arancia fatto espresso da uno degli ambulanti del luogo, ma, non trovandone nessuno, ci accontentiamo di una limonata in un chioschetto; dove facciamo anche delle scorte per la notte. Nel tempo che ci rimane prima dell’arrivo del pullman, facciamo la conoscenza di un gattino che si accoccola sulle gambe di Siso e ci fa compagnia fino alla nostra partenza. Ci affezioniamo talmente tanto che lo battezziamo con ben tre nomi: Antonio Bennato, Fabri Fibra e Borsino. Oltre al micio incontriamo il buon vecchio Ismael, che sta andando a Sofia e con il quale condivideremo un paio di pullman.
Il lungo viaggio inizia male, almeno per Andrea che comincia da subito ad avvertire un malessere di stomaco, tanto che alla prima provvidenziale sosta ne approfitta per vomitare come il peggiore degli alcolizzati. Passano le ore e ci troviamo nella stessa stazione in mezzo al nulla in cui eravamo passati pochi giorni fa. Qui conosciamo Laurent, un belga che ha fatto l’Erasmus a Roma e quindi parla molto bene l’italiano. Ci facciamo amicizia, tanto che ci promette di ospitarci e scarrozzarci lui stesso se dovessimo capitare in Belgio. Un grande. Il secondo pullman fa una sosta al bagno che stavolta battezza Siso e il successivo, che ci separa da Ismael e dal buon Laurent, è quello di Casty. Stiamo male e la causa è facilmente individuabile: l’acqua delle fontane di Istanbul non è esattamente potabile. Bei coglioni, direte voi, e infatti lo siamo.
Piegati da crampi allo stomaco e sudori freddi combattiamo la Maledizione di Ataturk fino al treno che ci trasporterà per gli ultimi chilometri che ci separano dalla capitale romena. Lì il caldo quasi ci distrae dai nostri dolori e in qualche ora siamo a Bucarest. Qui ci accoglie una stazione diversa da tutte quelle che abbiamo incontrato finora e solo una genialata di Siso riesce a descriverla: “E’ come se la stazione di Monaco avesse fatto un figlio con quella di Paleofarsalos.”
Nel giro di pochi minuti siamo nell’ostello, dove ci accolgono una ragazza molto carina e sua madre.
Ci laviamo dopo 20 ore di strada e la voglia di vedere la città ci spinge ad uscire. A frenarci, invece, è la pioggia improvvisa che si abbatte su di noi, costringendoci a fare una misera spesa al vicino mini-market. Altrettanto improvvisamente, però, i piani di Giove Pluvio per noi ci appaiono chiari quando, entrando nel negozio, scorgiamo la scollatissima dea che lavora in cassa.
Usciamo da lì vagamente turbati e in camera consumiamo una modesta cena con modesto alcol.
In fondo, a noi, cos’altro serve?
Ci godiamo anche l’ultima doccia prima di riprendere le strade di Istanbul. Salutiamo la tizia dell’ostello che, purtroppo, si ricorda che gli dobbiamo dei soldi costringendoci ad attingere dal nostro fondo tutt’altro che illimitato. Il caldo di mezzogiorno rende l’aria quasi irrespirabile, ecco perché il tragitto in tram con l’aria condizionata ci sembra improvvisamente la cosa migliore delle nostre vite.
Scendiamo alla stazione per depositare gli zaini nelle cassette di sicurezza, non prima di esserci informati sul percorso che dovremo fare stanotte verso Bucarest. Ecco fatto, l’omino della stazione ci informa che il nostro treno, il Bosphorus Express, è in riparazione e pertanto sostituito da un complicato tratto che prevede un paio di pullman e un treno. La tristezza è tutta di Siso, fremente all’idea di prendere il famoso e spettacolare treno turco.
Alle cassette di sicurezza veniamo avvicinati da un barcollante indigeno che dopo averci aiutato, ci chiede del denaro come nella più normale delle stazioni metro di Roma. Denaro, però che non possediamo. Bello mio, almeno te stai ‘mbriaco!
Il sole rischia davvero di incendiarci la testa e quindi andiamo a fare scorte d’acqua in un parco poco lontano, che attraversiamo per arrivare all’ingresso di Santa Sofia. L’ultima curva ci rivela, però, una fila immane che sembra tagliare a metà l’intera città. La guardia giurata, interrogata sugli orari del museo, ci risponde consigliandoci di passare per le 16. Molto bene.
Ne approfittiamo per mangiare e troviamo rapidamente un posto abbastanza conveniente. Abbiamo le nostre scorte di acqua e quindi non prendiamo da bere, ma il proprietario del posto decide di superare ogni livello di infamità mai raggiunto nella storia piazzandoci davanti, su un tavolo vuoto, un bicchiere di splendida acqua con ghiaccio. Figlio di puttana.
Dopo mangiato abbiamo ancora tempo da perdere e ci concediamo qualche sfizio, in particolare Siso con una lattina di coca e Andrea con un gelatino carino, preparato come il giorno prima tra i giochi di prestigio di Mimmo. L’acqua è presto finita e torniamo a fare il carico. Ignoriamo volutamente il suo sapore un po’ strano perché ci disseta e tanto basta. Quale flagello si stesse abbattendo su di noi lo avremmo scoperto solo più tardi. Nei pressi della fontanella ci imbattiamo nell’esposizione di una famiglia di artisti locali. Alcune opere sono particolarmente belle e ci rallegra la scoperta che la loro versione in poster è in vendita per pochi spicci. Pochi per chiunque, ma non per noi, che decidiamo di rimandare l’acquisto a più tardi, quando l’entità delle nostre residue finanze ci dirà se possiamo davvero permetterci un simile lusso. Fattesi quasi le 16 ci dirigiamo verso Santa Sofia. Il consiglio della guardia giurata si rivela azzeccato e riusciamo a entrare dopo una breve fila che nulla ha a che vedere con il serpentone della mattina. All’interno ci aspetta una delle massime espressioni dell’incontro tra la religione cattolica e quella musulmana; la struttura, adibita a museo negli anni ’30 dal mitico Ataturk, nacque come chiesa cattolica, per poi essere convertita in moschea. All’interno elementi di entrambe le religioni coesistono fianco a fianco. Su tutti spicca l’abside, che al centro ospita un mosaico della Madonna e Gesù bambino affiancati da imponenti dischi con sopra raffigurati gli epiteti di Allah e Maometto. Prima di uscire c’è tempo anche per il momento tenerezza, con una cucciolata di gattini appena nati che giocano sotto gli occhi della mamma e che presto, non ce ne vogliano Allah e tutti i santi, monopolizzano l’interesse della maggior parte dei visitatori. Usciamo da Santa Sofia e il nostro desiderio di conservare un poster dell’esposizione supera la tacita promessa di non cambiare altri euro in lire turche, così torniamo lì e ognuno di noi ne sceglie uno da portarsi a casa. Prima di recuperare gli zaini facciamo un’ultima tappa per riempire le scorte d’acqua, poi trascorriamo del tempo in stazione leggendo o riposando fino a che il tipo delle pulizie non ci fa alzare per adempiere al suo dovere in occasione di uno spettacolo di Dervisci previsto per le 19.30. E’ giusto così, è ora di cena. Ci rechiamo al porto sperando in un panino col pesce di quelli che abbiamo sperimentato il primo giorno, ma troviamo invece una piacevole sorpresa: su un banchetto che non avevamo notato, un simpatico signore che parla solo turco che, con dei fantastici panini con uova o formaggio e un vasto assortimento di verdure crude, ci fa venire l’acquolina in bocca e ci mette tutti d’accordo riguardo la cena. Volevamo un succo d’arancia fatto espresso da uno degli ambulanti del luogo, ma, non trovandone nessuno, ci accontentiamo di una limonata in un chioschetto; dove facciamo anche delle scorte per la notte. Nel tempo che ci rimane prima dell’arrivo del pullman, facciamo la conoscenza di un gattino che si accoccola sulle gambe di Siso e ci fa compagnia fino alla nostra partenza. Ci affezioniamo talmente tanto che lo battezziamo con ben tre nomi: Antonio Bennato, Fabri Fibra e Borsino. Oltre al micio incontriamo il buon vecchio Ismael, che sta andando a Sofia e con il quale condivideremo un paio di pullman.
Il lungo viaggio inizia male, almeno per Andrea che comincia da subito ad avvertire un malessere di stomaco, tanto che alla prima provvidenziale sosta ne approfitta per vomitare come il peggiore degli alcolizzati. Passano le ore e ci troviamo nella stessa stazione in mezzo al nulla in cui eravamo passati pochi giorni fa. Qui conosciamo Laurent, un belga che ha fatto l’Erasmus a Roma e quindi parla molto bene l’italiano. Ci facciamo amicizia, tanto che ci promette di ospitarci e scarrozzarci lui stesso se dovessimo capitare in Belgio. Un grande. Il secondo pullman fa una sosta al bagno che stavolta battezza Siso e il successivo, che ci separa da Ismael e dal buon Laurent, è quello di Casty. Stiamo male e la causa è facilmente individuabile: l’acqua delle fontane di Istanbul non è esattamente potabile. Bei coglioni, direte voi, e infatti lo siamo.
Piegati da crampi allo stomaco e sudori freddi combattiamo la Maledizione di Ataturk fino al treno che ci trasporterà per gli ultimi chilometri che ci separano dalla capitale romena. Lì il caldo quasi ci distrae dai nostri dolori e in qualche ora siamo a Bucarest. Qui ci accoglie una stazione diversa da tutte quelle che abbiamo incontrato finora e solo una genialata di Siso riesce a descriverla: “E’ come se la stazione di Monaco avesse fatto un figlio con quella di Paleofarsalos.”
Nel giro di pochi minuti siamo nell’ostello, dove ci accolgono una ragazza molto carina e sua madre.
Ci laviamo dopo 20 ore di strada e la voglia di vedere la città ci spinge ad uscire. A frenarci, invece, è la pioggia improvvisa che si abbatte su di noi, costringendoci a fare una misera spesa al vicino mini-market. Altrettanto improvvisamente, però, i piani di Giove Pluvio per noi ci appaiono chiari quando, entrando nel negozio, scorgiamo la scollatissima dea che lavora in cassa.
Usciamo da lì vagamente turbati e in camera consumiamo una modesta cena con modesto alcol.
In fondo, a noi, cos’altro serve?
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martedì 5 agosto 2014
Giorno 8
Istanbul, 4 agosto 2014
Usciamo per le vie turche affamati e ci fermiamo in una pasticceria a mangiare un dolce tipico al cioccolato. Niente di speciale, a parte la sensazione di allappo cosmico che ne consegue. Prendiamo di nuovo il tram per arrivare in centro godendoci ogni secondo di aria condizionata.
La prima tappa è la Cisterna Basilica, cisterna sotterranea costruita sotto Giustiniano I. L’atmosfera qui dentro è indescrivibile con le enormi colonne a malapena illuminate, le passerelle scricchiolanti a pelo d’acqua e gli sgocciolii incessanti dal soffitto. Ci soffermiamo, come tutti, ad osservare le due teste di Medusa capovolte poste come base per due colonne. Apprezziamo anche la cosiddetta Colonna delle Lacrime, dove peraltro una signora in posa si lascia andare a rumorose liberazioni intestinali. Finiamo il giro osservando le carpe nuotare nell’acqua un tempo riservata agli uomini.
Torniamo alla luce del sole con l’idea di entrare subito nella Moschea Blu, ma è chiusa per la preghiera e riaprirà soltanto alle 14. Decidiamo di pranzare nel Gran Bazar, approfittando per farvi un primo giro di perlustrazione. La delusione è tanta, però, quando ci rendiamo conto che non è niente di troppo diverso da un normalissimo centro commerciale europeo, se non fosse per il fortissimo odore di pelli e spezie. Visti i prezzi, siamo costretti ad uscire per mangiare, ma fortunatamente non dobbiamo allontanarci troppo. Mangiamo dei panini con il pollo e recuperiamo tutte le energie che il caldo ci aveva rubato fino ad allora.
Ci incamminiamo a stomaco pieno e morale alto verso la Moschea Blu percorrendo una strada in leggera discesa. Ci fermiamo per mangiare un gelato. A servirci è un bizzarro personaggio che facendo una serie di giochi di abilità dà luogo ad uno show a metà tra il giocoliere e il mago. Quando scopre che siamo italiani inizia a urlare: “Pasta, pizza, mandolino!”. E quando scopre che siamo di Roma strilla: “Campioni, Totti, bravo!”.Ci ricorda Mimmo il kebabbaro dell’Eur, ed è con questo nome che si è guadagnato un posto nei nostri cuori. Anche perché, cosa da non sottovalutare, il gelato è ottimo. Poco dopo ci fermiamo ancora, stavolta in un negozio di antiquariato, dove Siso compra un antico disegno presumibilmente tratto da antichi testi di medicina arabi.
La Moschea Blu non è blu. O meglio lo sono solo la maggior parte delle decorazioni che ne ricoprono le pareti interne e le vetrate. La sacralità del luogo è contaminata dalla folla di turisti e per questo ci ritagliamo un angolo tra una colonna e le barriere che ci dividono dalla zona di preghiera. Qui osserviamo i musulmani nel loro ambiente più naturale e la meditazione ci coglie così tanto che stiamo lì lì per addormentarci al cospetto di Allah.
La tappa successiva è il poco distante palazzo Topkapi. Facciamo una discreta fila prima di fare i biglietti, ma alla fine entriamo. I sentieri tra i giardini ci conducono a porte che nascondono antichissime armi, vestiti dei sultani, libri e stampe di secoli fa. L’ultimo padiglione è il più affascinante con decine di reliquie sacre come il bastone di Mosè, il turbante di Abramo e pezzi di barba del profeta Maometto. In tutte le stanze del palazzo riecheggia un canto arabo da un altoparlante e rimaniamo folgorati quando, entrando in una stanza apparentemente vuota, troviamo un uomo intento a cantare il Corano al microfono; era sua la voce che avevamo udito fino a quel momento. Restiamo a guardarlo come incantati prima di terminare il lungo giro.
Usciamo nei giardini che danno sul mare e possiamo finalmente ammirare la grandezza di Istanbul dall’alto. Come i moltissimi gatti che abbiamo visto per strada hanno imparato a convivere con i numerosi cani randagi, così grattacieli ed edifici moderni si danno il cambio, lungo l’orizzonte, con minareti e antiche torri.
Facciamo una lunga sosta in questa parte del palazzo, per studiare il percorso che faremo una volta usciti dalla Turchia. La sosta è così lunga che si fanno le 19 e veniamo amichevolmente accompagnati all’uscita con pochi altri turisti e una manciata di donne coperte dal Burqa.
La fame ci stritola le viscere e ci godiamo un hot dog a testa che presto si rivela insufficiente per maschioni come noi a corto di energie. Andrea e Siso ripiegano sulle pannocchie, Casty attende tempi migliori. Il denaro scarseggia.
Il sole ormai basso ci dà un po’ di tregua e decidiamo di raggiungere la Torre di Galata prima di tornare in ostello. Per arrivarci percorriamo una salita talmente ripida che ci starebbe bene uno skilift, ma la torre è bella e vale la fatica. Ai suoi piedi decine di giovani mangiano e cantano. Continuiamo il percorso scendendo per le vie del quartiere di Tophane dove assistiamo anche ad un arresto in un Ostello che sarebbe potuto essere il nostro. Mai che ci dice bene su queste cose. Scendiamo per le ripide vie tra muri coperti da decine di scritte contro Israele e a difesa della Palestina, invece che dai manifesti elettorali che ricoprono il resto della città.
Iniziamo ad accusare una certa stanchezza, le gambe quasi non rispondono più e siamo zuppi di sudore nonostante c’illuminino ormai solo la luna e i lampioni. Ci fermiamo di nuovo davanti alla Moschea del primo giorno e assistiamo ad un vero e proprio spettacolo. Dagli altoparlanti comincia ad uscire un canto sacro e potente che investe tutta l’aria circostante: è il richiamo alla preghiera. Nei minuti seguenti, uno alla volta arrivano puntuali i fedeli, anche in quell’ora insolita. Ci affacciamo da una finestra per sbirciare senza entrare per non essere irrispettosi. Entrano anche dei poliziotti e persino la guardia giurata in servizio si flette verso la Mecca.
Pervasi dalla spiritualità troviamo nuove forze per arrivare fino all’ostello. Qui, già stesi sui letti, osserviamo il meraviglioso pellegrinaggio dei nostri dirimpettai che, per arrivare al bagno, devono di fatto entrare in camera nostra. Ci sorridono, ma che cazzo ve sorridete?!
Riposiamo le membra stanche per la giornata intensa e calda, domani completeremo il giro di una città dove il tempo stesso sembra piegarsi alle esigenze di Allah.
lunedì 4 agosto 2014
Giorno 7
Istanbul, 3 agosto 2014
Eccoci in Turchia, eccoci ad Istanbul. Salutiamo il resto della brigata, costretti per ora ad accantonare il sogno di sposare una koreana. Non solo è domenica, ma è anche praticamente l’alba quindi fatichiamo un po’ a trovare un posto aperto per ricaricare i telefoni, misura necessaria per prenotare l’ostello. Abbiamo deciso che staremo qui due notti per goderci a pieno la città e ricaricare un po’ le batterie. Dopo qualche esitazione prenotiamo una camera al Taz-Mania Hostel, economico ma situato nel quartiere di Besiktas, piuttosto lontano dal centro. Sperimentiamo il meraviglioso sistema a gettoni per l’accesso al tram. Giunti al capolinea dobbiamo percorrere un paio di chilometri a piedi e questo ci dà modo di dare un’occhiata alla città. Superiamo una Moschea e lo Stadio del Besiktas prima di infilarci in un intricato groviglio di viuzze piene di negozi, pasticcerie e bar. E’ tutto maledettamente in salita e abbandoniamo il progetto originario di affittare delle biciclette.
L’arrivo all’ostello, però, non è dei migliori, con la tizia che lo gestisce pronta ad informarci che non possiamo fare il check-in prima delle 13. Ci permette, comunque, di lasciare gli zaini e decidiamo di fare un primo giro quantomeno del quartiere. Proviamo a raggiungere piazza Taksim, ma presto ci accorgiamo che la strada da fare è troppa e il sole troppo caldo. Ripieghiamo nelle stradine vicino all’ostello, trovando anche un buon posto dove pranzare. Finito il pasto mancano ancora una quarantina di minuti alle 13 e pensiamo bene di addormentarci sullo stesso tavolino su cui ci siamo sfamati. E’ tutto bellissimo.
Alle 13.00, puntuali come la morte, torniamo all’ostello per fare il dannato check-in. Ci fanno togliere le scarpe all’ingresso munendoci di scomodissime ciabatte apparentemente di carta ma di fatto indistruttibili. Ci piazzano in un dormitorio da 6, ma c’è qualcosa che non va: noi avevamo prenotato la stanza da tre. Lo facciamo presente ai cari gestori del Taz-Mania che provvedono a sistemare la stanza giusta per noi.
Siamo letteralmente distrutti. Ci spogliamo degli abiti zozzi e sudati e, uno alla volta s’intende, ci facciamo una doccia che non scorderemo facilmente. Dopo le abluzioni, il riposo: l’abbiocco sale velocemente e altrettanto velocemente scendono le palpebre.
Ci risvegliamo tirati a lucido e usciamo a visitare la città. Ci fermiamo nella Moschea intravista all’andata e la forte spiritualità del luogo ci pervade immediatamente, trasmettendoci contemporaneamente migliaia di sensazioni che sembrano tessere un arazzo sacro: dal soffice tappeto sotto i nostri piedi nudi al canto dei musulmani in preghiera.
Arriviamo alla fermata e il tram ci porta a Sultanahmet, nel cuore della metropoli turca. E’ abbastanza tardi e tutto sta chiudendo l’accesso ai turisti. Individuiamo i posti di maggior interesse e rimandiamo a domani una visita più approfondita. Passeggiando nei giardini tra la Moschea Blu e Santa Sofia assaggiamo una specie di super caramella locale, un bello schifo a dirla tutta. Dopo il tramonto ci dirigiamo al porto dove consumiamo una cena incredibile: panino col pesce pescato a chilometri zero e succo di rapa acido con cetrioli. Ottimo il primo, stomachevole il secondo. Ma se la vita ti offre un accostamento del genere che fai, non lo provi?
Rinvigoriti dalla giornata distesa decidiamo di fare a meno del tram e torniamo in ostello a piedi.
Forse residui di stanchezza, o forse la voglia irrefrenabile di entrare ancora di più nell’anima di Istanbul: non lo sappiamo, ma in pochi minuti dormiamo come bambini.
Eccoci in Turchia, eccoci ad Istanbul. Salutiamo il resto della brigata, costretti per ora ad accantonare il sogno di sposare una koreana. Non solo è domenica, ma è anche praticamente l’alba quindi fatichiamo un po’ a trovare un posto aperto per ricaricare i telefoni, misura necessaria per prenotare l’ostello. Abbiamo deciso che staremo qui due notti per goderci a pieno la città e ricaricare un po’ le batterie. Dopo qualche esitazione prenotiamo una camera al Taz-Mania Hostel, economico ma situato nel quartiere di Besiktas, piuttosto lontano dal centro. Sperimentiamo il meraviglioso sistema a gettoni per l’accesso al tram. Giunti al capolinea dobbiamo percorrere un paio di chilometri a piedi e questo ci dà modo di dare un’occhiata alla città. Superiamo una Moschea e lo Stadio del Besiktas prima di infilarci in un intricato groviglio di viuzze piene di negozi, pasticcerie e bar. E’ tutto maledettamente in salita e abbandoniamo il progetto originario di affittare delle biciclette.
L’arrivo all’ostello, però, non è dei migliori, con la tizia che lo gestisce pronta ad informarci che non possiamo fare il check-in prima delle 13. Ci permette, comunque, di lasciare gli zaini e decidiamo di fare un primo giro quantomeno del quartiere. Proviamo a raggiungere piazza Taksim, ma presto ci accorgiamo che la strada da fare è troppa e il sole troppo caldo. Ripieghiamo nelle stradine vicino all’ostello, trovando anche un buon posto dove pranzare. Finito il pasto mancano ancora una quarantina di minuti alle 13 e pensiamo bene di addormentarci sullo stesso tavolino su cui ci siamo sfamati. E’ tutto bellissimo.
Alle 13.00, puntuali come la morte, torniamo all’ostello per fare il dannato check-in. Ci fanno togliere le scarpe all’ingresso munendoci di scomodissime ciabatte apparentemente di carta ma di fatto indistruttibili. Ci piazzano in un dormitorio da 6, ma c’è qualcosa che non va: noi avevamo prenotato la stanza da tre. Lo facciamo presente ai cari gestori del Taz-Mania che provvedono a sistemare la stanza giusta per noi.
Siamo letteralmente distrutti. Ci spogliamo degli abiti zozzi e sudati e, uno alla volta s’intende, ci facciamo una doccia che non scorderemo facilmente. Dopo le abluzioni, il riposo: l’abbiocco sale velocemente e altrettanto velocemente scendono le palpebre.
Ci risvegliamo tirati a lucido e usciamo a visitare la città. Ci fermiamo nella Moschea intravista all’andata e la forte spiritualità del luogo ci pervade immediatamente, trasmettendoci contemporaneamente migliaia di sensazioni che sembrano tessere un arazzo sacro: dal soffice tappeto sotto i nostri piedi nudi al canto dei musulmani in preghiera.
Arriviamo alla fermata e il tram ci porta a Sultanahmet, nel cuore della metropoli turca. E’ abbastanza tardi e tutto sta chiudendo l’accesso ai turisti. Individuiamo i posti di maggior interesse e rimandiamo a domani una visita più approfondita. Passeggiando nei giardini tra la Moschea Blu e Santa Sofia assaggiamo una specie di super caramella locale, un bello schifo a dirla tutta. Dopo il tramonto ci dirigiamo al porto dove consumiamo una cena incredibile: panino col pesce pescato a chilometri zero e succo di rapa acido con cetrioli. Ottimo il primo, stomachevole il secondo. Ma se la vita ti offre un accostamento del genere che fai, non lo provi?
Rinvigoriti dalla giornata distesa decidiamo di fare a meno del tram e torniamo in ostello a piedi.
Forse residui di stanchezza, o forse la voglia irrefrenabile di entrare ancora di più nell’anima di Istanbul: non lo sappiamo, ma in pochi minuti dormiamo come bambini.
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